Murnau, la fiaba oscura, il romanticismo e la cinepresa “vivente”

Friedrich Plumpe, alias Murnau è un regista tedesco nato nel 1888 il 28 dicembre a Bielefeld. È uno dei maggiori registi della storia del cinema. La maggior parte dei suoi film sono influenzati dall’espressionismo e del kammerspiel.

La giovinezza

Dopo un’infanzia in cui mostra già l’inclinazione all’arte e al teatro inscenando piccoli spettacoli in famiglia, Murnau è poco incline all’attività fisica della cultura germanica del periodo. Studia all’Università di Berlino e si appassiona alla letteratura di Dostoevskij, alla filosofia di Schopenhauer e Nietzsche. Incontra in quel periodo il regista Max Reinhardt che gli offre di diventare suo assistente alla regia nel Deutsches Theater, e di seguirlo nei suoi tour teatrali. Abbandona gli studi e ne approfitta per cambiare anche nome per distaccarsi dalla famiglia, con una grave rottura col padre, che non voleva accettare né la sua omosessualità né la sua aspirazione a diventare un artista.

In quel periodo frequenta direttamente i grandi registi tedeschi, come Lubitsch, Leni, Jennings, Krauss, e i pittori espressionisti che influenzarono successivamente i suoi film. Critico sociale nei confronti dell’uomo come strumento del capitalismo e dall’ossessivo materialismo, matura verso di esso uno sguardo sprezzante e aristocratico, ricorrente nelle sue future opere. La vita di Murnau durante la Prima Guerra Mondiale fu piuttosto difficile. Prigioniero in Svizzera a causa di un atterraggio sbagliato, vide anche il suo compagno di allora morire nelle truppe che combattevano in Russia.

Dopo la fine della guerra grazie alle sue amicizie nel mondo dello spettacolo inizia subito a realizzare dei film andati per la maggior parte perduti. L’incontro più importante avviene con lo scrittore Carl Meyer nel 1920, il più illustre sceneggiatore del cinema espressionista. Mayer aveva scritto Il gabinetto del dottor Caligari, collaborava con Fritz Lang e Robert Wiene. Insomma era un’occasione per instaurare un rapporto con un grande personaggio con cui collaborare per i film successivi.

Gli inizi di Murnau nel cinema

Murnau

Il cinema degli di Murnau è la sua crescita artistica è difficilmente decifrabile. Molti suoi film degli inizi sono andati perduti. Fino al 1922, quasi tutte le sue pellicole sono andate perdute. La cosa che sembra interessarlo di più è la ricerca tecnica e l’innovazione della forma. Due grandi film sono sopravvissuti all’oblio: Il cammino nella notte, un kammerspiel fantastico, e Il castello di Vogelod, un poliziesco ritrovato solo nel 2002, in Brasile.

Poi arriva il suo primo capolavoro: Nosferatu il vampiro. La storia distributiva di Nosferatu è molto singolare: i detentori del diritto di copyright di Dracula fanno causa a Murnau e ai produttori e il regista cambiò il nome di Dracula e i nomi delle ambientazioni. Ma Bram Stoker gli fece causa ugualmente e la vinse. Il tribunale obbligò Murnau a distruggere tutte le copie della pellicola. Ma il regista, segretamente, ne mise in salvo una, quella conservata fino ai nostri giorni. Il film prima di essere condannato ad essere distrutto ebbe un grande successo e questo favorisce a Murnau la crescita nella carriera cinematografica.

Murnau e il Kammerspiel

kammerspiel-dreyer

In quel momento, oltre all’espressionismo, era diffuso anche il kammerspiel, che sì sperava alla musica da camera. Era uno stile pensato per rappresentazioni per poche persone con l’obiettivo di ridurre al massimo la distanza tra attori e pubblico. Il kammerspiel guardava nell’intimo dei personaggi, scavando nella loro psicologia, come fossero osservati al microscopio. La recitazione è minimalistica, naturale, in un certo senso l’opposto della recitazione sovraccarica dell’espressionismo.

Il trucco, le luci e le scenografie sono discrete e verosimili. Il dialogo è essenziale e la mimica facciale deve essere ridotta al minimo. Una recitazione che in epoche più recenti è stata definita “di sottrazione”. Il primo piano è quindi uno strumento essenziale del kammerspiel. L’osservazione della scena avviene con distacco, rigore, è quasi uno studio scientifico sugli esseri umani. Murnau è uno dei pochi registi che unisce nei suoi film espressionismo e kammerspiel. In particolare ne L’ultima risata, un capolavoro assoluto di innovazioni. cinematografiche mai viste prima.

Nel 1922 realizza “Phantom” (Fantasma), la storia di Lorenz, umile impiegato e aspirante poeta, vittima di una folle passione per Veronika, appartenente a una delle più ricche famiglie della sua città. Un melodramma che anticipa le tematiche della dark lady che porta in rovina l’uomo, che ritroveremo in Aurora.

L’ultima risata

Murnau-ultima-risata

Un portiere d’albergo, interpretato da uno straordinario Emil jannings, viene privato della sua luccicante divisa piena di galloni. Il direttore dell’albergo dove lavora, l’Atlantic di Berlino, lo assegna alla pulizia della toilette. Dentro di sé non riesce ad accettarlo e nasconde il fatto ai familiari e ai vicini di casa, si ubriaca per non pensare all’accaduto e continuare a fantasticare. Ma il mattino dopo la realtà si impone di nuovo davanti ai suoi occhi.

Capolavoro di sperimentazioni e tecniche visive di avanguardia degne del miglior cinema moderno, Murnau in questo film inventa davvero di tutto. Aggancia perfino la cinepresa ad una scala mobile per creare movimenti verticali. Quella che viene definita all’epoca “la cinepresa volante”. I carrelli, le soggettive e il mondo interiore rappresentato in questo film è in effetti straordinario. Le distorsioni visive non erano mai state fatte in quel modo. La cinepresa diventa uno dei personaggi protagonisti. Alcune scene ricordano le avanguardie degli anni 20, come il surrealismo. Altre sono complessi in movimenti di macchina che probabilmente sono stati l’ispirazione per molti maestri del cinema moderno.

Il film pur essendo espressionista nella forma, nella luce e nella sua esasperata soggettività che deforma la percezione della realtà, si discosta molto dai temi oscuri e soprannaturali dell’espressionismo. È un film a suo modo realista, con momenti di ironia, che racconta una storia umana e commovente. Per molti è il miglior film di Murnau. Nel 1926 conclude la sua esperienza in Germania con Tartufo e Faust.

Murnau a Hollywood: Aurora

Murnau-hollywood

La Fox tiene sott’occhio il successo dei suoi film e gli propone un contratto. Il risultato più importante è Aurora, ancora un capolavoro, che non riscuote però un grande successo di pubblico. Film premiato con un Oscar e una moltitudine di premi è un dramma dalle sfumature Noir. Una Dark Lady di città convince un uomo debole ad uccidere la moglie per scappare con lei. Aurora è un viaggio all’inferno di un uomo dilaniato da pulsioni inconciliabili. Tra una femme fatale che rappresenta la notte, il desiderio e la follia, e la donna di campagna che è simbolo dell’aurora, della luce, della normalità e dell’equilibrio. Aurora è una nuova versione della fiaba oscura di Nosferatu, in forma di dramma passionale. In questo film il regista, con pochissime didascalie, si concentra su tutte le sperimentazioni dell’immagine e del montaggio cinematografico che ha imparato fino a quel momento. Nell’ultima inquadratura del film c’è Murnau stesso sul set.

Murnau-aurora

Prova con altre due pellicole: i quattro diavoli del 1928 e il nostro pane quotidiano del 1930. Ma il successo americano non arriva. Inoltre la qualità di questi ultimi due film non è paragonabile a quella di Aurora.

Deluso dalla sua esperienza a Hollywood Murnau si rese conto che aveva perso anche quello stile forte e incisivo che lo aveva reso celebre in Germania. Decise di tornare nel suo paese con il fermo proposito di realizzare film personali, portando avanti la sua ricerca artistica senza compromessi commerciali.

Tabù: tra documentario e dramma

Murnau-tabu

Quello che accade invece è che si comprò uno yacht e andò con il documentarista Robert Flaherty a girare il suo ultimo film a Bora Bora, in Polinesia: Tabù. Reri, una splendida ragazza dell’isola di Bora Bora, in Polinesia, viene offerta in dono alla divinità ed è obbligata a restare vergine. Il suo fidanzato Matahi non sopporta la decisione della tribù e la rapisce.

Il film è chiaramente anche segnato della fascinazione di Murnau per il genere maschile. I corpi di Matahi e dei suoi compagni sono inquadrati nella bellezza della natura, tutti prestanti e di bell’aspetto. Purtroppo anche la lavorazione di questo film fu travagliata. La produzione decise di chiudere i finanziamenti al progetto e Flaherty non condivideva lo stile più espressionista di Murnau. Flaherty era un documentarista puro, inoltre non sopportava l’autoritarismo di Murnau e il suo carattere introverso. Così abbandonò anche gli il progetto lasciando Murnau da solo, che terminò il film a proprie spese, con attori non professionisti presi dalla popolazione locale, diretti in maniera davvero magnifica.

Il risultato finale fu straordinario. Taboo è un capolavoro che ancora una volta come gran parte del cinema di Murnau porta delle novità mai viste prima. Un film In bilico tra documentario, dramma, e il realismo oggettivo di cui raccoglierà più tardi l’eredità il neorealismo. Nel film ci sono immagini di nudità della popolazione nativa che vennero censurate negli Stati Uniti. Attori non professionisti che dosano in modo straordinario la loro mimica facciale, lavorando per sottrazione. I dirigenti della Paramount pensarono subito, vedendo il film, che era un’opera straordinaria e decisero di distribuirlo.

L’incidente in auto

Friedrich però non potrà assistere alla prima del primo agosto 1931. Mentre è in giro in automobile, e alla guida c’è il suo valletto e amante filippino Garcia Stevenson, L’auto si schianta frontalmente contro un camion. Murnau muore poche ore dopo in ospedale. Al suo funerale, oltre a divi di Hollywood e altri registi, c’erano il suo collaboratore e scrittore Carl Mayer e Fritz Lang che lessero l’orazione funebre.

Greta Garbo che adorava Murnau si fece fare un calco in gesso del suo volto nella sua villa californiana. La salma del regista fu riportata in Germania è sepolta nel cimitero di Berlino ovest.

Nel 2015 un gruppo di tombaroli ha avuto la brillante idea di forzare la tomba e rubare la testa imbalsamata di Murnau per chiedere un riscatto. Il riscatto è stato pagato ma la testa non è stata ancora riconsegnata. Speriamo che non sia una trovata pubblicitaria per l’uscita del remake di qualche suo film trasformato in serie TV in streaming.

Lo stile

Murnau regista con una personalità poliedrica e multiforme, protagonista anche di una vita vissuta controcorrente, è solo in parte ispirato nei suoi film dall’espressionismo e dal kammerspiel. Il suo stile in realtà aggiunge ai canoni tradizionali espressionisti riprese in esterni, profondità di campo, primo piano e racconto realista, avventure esotiche documentaristiche.

A tutti questi elementi aggiunge qualcosa che non si era mai visto prima. La cinepresa diventa un personaggio del film. Il suo occhio meccanico è quasi una presenza metafisica, dotata di una sua personalità. Insegue i personaggi, li spia, ne è spaventata o attratta. La macchina da presa prova emozioni, è l’occhio del regista stesso. Ecco perché si potrebbe dire che il cinema stesso, e non il personaggio, è il vero protagonista del film di Murnau.

È il cinema dello sguardo che verrà sviluppato solo molti anni dopo dai movimenti di avanguardia degli anni 60. Un cinema dove la cinepresa è un esploratore del set dotata di una sua completa autonomia, di una sua personalità.

Condividi l'articolo

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Indiecinema

Indiecinema

Autore dell'articolo

Iscriviti alla Newsletter

Resta aggiornato sui nuovi articoli, nuovi film in uscita, festival, promo, eventi… e molto altro!

Iscriviti alla Newsletter

Resta aggiornato sui nuovi articoli, nuovi film in uscita, festival, promo, eventi… e molto altro!