Un film splatter è un sottogenere di film horror che si concentra su rappresentazioni visive di sangue e violenza fisica estrema. Questi film, normalmente con l’utilizzo di effetti speciali, mostrano un’attrazione per la violenza sul corpo e la sua mutilazione. Il termine ” cinema splatter ” è stato creato da George A. Romero per definire il suo film Dawn of the Dead, sebbene i critici cinematografici ritengano che Dawn of the Dead abbia obiettivi più grandi, come il discorso sociale, piuttosto che essere semplicemente un film splatter senza scrupoli.
Splatter è una definizione di modelli ampi nella produzione di film. Lo splatter è collegato a film horror relativamente seri, e include una varietà abbastanza varia di titoli risalenti principalmente dagli anni ’60 alla fine degli anni ’70, ad esempio Female Trouble di John Waters, Ted Post’s Magnum Force, Jabberwocky di Terry Gilliam e il film western di Walter Hill The Long Riders. Questa filmografia indica che l’impatto di cineasti come Sam Peckinpah o Andy Warhol è sostanziale per la crescita del genere come Grand Guignol, Hammer Films o Herschell Gordon Lewis.
Durante la fine del XX e l’inizio del XXI secolo, l’uso della violenza fisica visiva nei cinema è stato classificato come torture porn. Film come Braindead, Evil Dead II e ‘L’alba dei morti viventi, ognuno dei quali presenta un eccesso sangue, può essere invece interpretato come commedia horror e rientra anche nel genere splatstick.

Laddove i comuni film horror si occupano di tematiche come quella dell’ignoto, del mitologico e dell’oscurità, l’ispirazione per un film splatter nasce dal danno fisico e dal corpo che lo subisce. C’è anche un focus sull’immagine, sullo stile e sul lavoro di ripresa. Laddove la maggior parte dei film horror tende a ristabilire l’ordine etico oltre che sociale con un eccellente trionfo sulla malvagità, i film splatter crescono sull’assenza di ordine. Il fenomeno della violenza fisica cambia qualsiasi tipo di quadro narrativo, poiché il sangue è l’unica parte del film che è costante. I film splatter includono storie frammentate, regia piena di movimenti della macchina da presa e montaggio alternato tra inseguito a inseguitore.
Il film splatter ha le sue origini visive nel teatro francese Grand Guignol, che ha messo in scena sangue e carneficine per i suoi spettatori. Nel 1908, Grand Guignol ha fatto la sua prima serata in Inghilterra, anche se il sangue è stato ridotto al minimo per un tono molto più gotico, a causa della forte censura delle arti in Gran Bretagna. L’inizio del sangue e della mutilazione del corpo nel cinema può essere attribuito a Intolerance (1916) di D. W. Griffith, che include varie scene in stile Guignol, costituite da 2 decapitazioni sullo schermo, e una scena in cui una lancia viene gradualmente spinta nel ventre di un soldato mentre il sangue sgorga dalla ferita. Numerosi film successivi di Griffith, così come quelli del suo collega Cecil B. DeMille, includevano scene splatter simili.
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28 Years Later (2025)
Ventotto anni dopo che il virus della “Rabbia” ha devastato la Gran Bretagna, l’infezione sembrava un ricordo lontano, confinata nei libri di storia. Ma in 28 Years Later, un focolaio improvviso e mutato riporta l’inferno sulla terra. Cillian Murphy, tornato nel ruolo iconico di Jim, si ritrova in un mondo dove la società ricostruita è fragile e paranoica, e dove la violenza degli infetti è diventata ancora più veloce e viscerale, costringendo i sopravvissuti a scelte morali impossibili.
Danny Boyle è tornato alla regia per chiudere il cerchio, utilizzando le moderne tecnologie di ripresa (incluso l’uso di iPhone modificati per le scene d’azione) per creare un senso di immersione e panico totale. Il film abbandona le atmosfere silenziose del primo capitolo per un orrore cinetico e brutale. Le scene di massa degli infetti sono coreografie di puro splatter, ma il vero orrore rimane quello umano: la facilità con cui la civiltà crolla di nuovo di fronte alla paura.
Saw XI (2025)
Dopo gli eventi che lo hanno visto in Messico, John Kramer (Jigsaw) torna a operare nell’ombra per chiudere i conti in sospeso con una serie di figure corrotte del sistema sanitario e giudiziario. In Saw XI, il gioco si sposta in una struttura sotterranea dimenticata, dove le trappole meccaniche tornano ad essere rudimentali, rugginose e inevitabili. La narrazione si concentra sul rapporto distorto tra Kramer e la sua apprendista Amanda, mostrando come la filosofia del “prezzare la vita” si sia trasformata in puro sadismo.
Questo capitolo è stato salutato dai fan come il ritorno al “Torture Porn” delle origini, privo della patina poliziesca degli ultimi sequel. La regia si concentra sull’anatomia della distruzione: ossa, muscoli e ingranaggi sono i veri protagonisti. Non c’è redenzione, solo la meccanica della morte. È un film per puristi del gore, che offre esattamente quello che promette: litri di sangue, urla e macchinari infernali che smembrano corpi con precisione chirurgica.
The Substance (2024)
Elisabeth Sparkle (Demi Moore) è una diva in declino che si inietta un siero del mercato nero per generare una versione più giovane e perfetta di se stessa (Margaret Qualley). Ma l’avidità della “nuova” Elisabeth rompe l’equilibrio della simbiosi, innescando una degenerazione fisica mostruosa. Il finale del film è un’orgia di sangue e fluidi corporei così esagerata e grottesca da ricordare i capolavori splatter di Peter Jackson (Braindead) ma con un budget da film d’autore.
Vincitore per la sceneggiatura a Cannes, questo è il caso cinematografico dell’anno. La regista Coralie Fargeat usa il gore come strumento satirico: il sangue non fa solo schifo, è una metafora esplosiva dell’odio verso il proprio corpo e dell’ossessione per la giovinezza. Visivamente sbalorditivo e stomachevole.
Terrifier 3 (2024)
Art il Clown è tornato, e questa volta vuole rovinare il Natale. Travestito da Babbo Natale, il mimo demoniaco e sadico semina il terrore nella contea di Miles durante la vigilia, prendendo di mira Sienna Shaw e la sua famiglia. La violenza è portata a livelli di crudeltà quasi insopportabili, con smembramenti creativi e torture prolungate che sfidano ogni limite del cinema slasher moderno.
Damien Leone ha creato l’icona horror più violenta del nuovo millennio. Questo terzo capitolo è splatter puro, senza filtri: effetti pratici disgustosi, umorismo nerissimo e una cattiveria che ha fatto svenire e vomitare gli spettatori nelle sale americane. È il trionfo dell’horror indipendente “sporco” che rifiuta le regole di Hollywood. Solo per stomaci d’acciaio.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione
In a Violent Nature (2024)
Un gruppo di ragazzi profana un medaglione in una torre di guardia, risvegliando Johnny, uno spirito vendicativo che inizia a massacrarli. La novità geniale è la prospettiva: invece di seguire le vittime che urlano, la telecamera segue placidamente il mostro mentre cammina nei boschi. Quando Johnny uccide, lo fa con una creatività anatomica devastante (la scena della “piega yoga” è già un classico del gore moderno).
Questo film è un esperimento di “Ambient Splatter”. Il contrasto tra la bellezza silenziosa della natura e la brutalità grafica degli omicidi crea un effetto straniante e ipnotico. È uno slasher decostruito che soddisfa la sete di sangue degli appassionati offrendo però un linguaggio visivo completamente nuovo.
Evil Dead Rise (La Casa – Il Risveglio del Male) (2023)
Il Necronomicon (il Libro dei Morti) viene ritrovato nel sottosuolo di un condominio fatiscente di Los Angeles. Quando viene aperto, scatena demoni che possiedono Ellie, una madre di tre figli, trasformandola in una “Deadite” sadica che cerca di massacrare la sua stessa famiglia. L’appartamento diventa una trappola claustrofobica dove ogni oggetto domestico – dalla grattugia per il formaggio alle forbici – diventa un’arma di tortura.
Lee Cronin sposta la saga di Evil Dead dalla baita nel bosco alla città, ma mantiene intatta la tradizione del sangue a fiumi (letteralmente: l’ascensore pieno di sangue è un omaggio a Shining). È un film veloce, cattivo e pieno di gore pratico, che non ha paura di mettere in pericolo anche i bambini. Divertimento macabro ad alto numero di ottani.
Project Wolf Hunting (2022/2023)
Una nave cargo sta trasportando i criminali più pericolosi della Corea del Sud dalle Filippine a Busan. Durante il viaggio, i prigionieri si liberano e iniziano a massacrare le guardie. Ma nella stiva c’è qualcosa di peggio: un super-soldato modificato geneticamente (“Alpha”), una macchina di morte che si risveglia e inizia a sterminare indistintamente poliziotti e criminali, strappando arti e schiacciando teste a mani nude.
Dalla Corea arriva lo splatter d’azione più esagerato degli ultimi anni. Si usano letteralmente tonnellate di sangue finto che viene spruzzato a idrante su ogni superficie. È un mix folle tra Con Air, Predator e Universal Soldier. Non c’è trama profonda, solo un crescendo di violenza iper-cinetica e distruzione fisica che lascia lo spettatore esausto e divertito.
Body Horror
Il passo successivo allo splatter è il Body Horror. Qui la violenza non viene da un’arma esterna, ma dal corpo stesso che si ribella, muta, marcisce o si fonde con la tecnologia. Da Cronenberg a The Substance, questa è la selezione per chi cerca un orrore viscerale che unisce il disgusto alla filosofia della carne.
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Film sui Cannibali
Un sottogenere estremo e controverso, nato proprio in Italia (il Cannibal Boom degli anni ’70). Qui lo splatter diventa selvaggio, realistico e spesso politico. Se hai lo stomaco forte per sostenere scene di smembramento e violenza cruda ambientate nelle giungle più remote, questa è la tua discesa all’inferno.
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Film Zombie e Morti Viventi
Non esiste splatter senza zombie. È il genere che ha sdoganato il gore al cinema grazie a George Romero. Svisceramenti, teste che esplodono e banchetti di carne umana: qui trovi la storia dei morti viventi, dai classici lenti e putrescenti ai moderni infetti iper-veloci.
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B-Movies
Spesso lo splatter va a braccetto con il basso budget e l’ironia. Quando i soldi mancano, si esagera con il sangue finto e gli effetti artigianali. In questa lista celebriamo il cinema “così brutto da essere bello”, dove l’eccesso di violenza diventa divertimento anarchico e creatività pura.
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Horror Anni ’80
Prima della CGI, lo splatter era un’arte fatta di lattice, sciroppo di mais e animatronics. Gli anni ’80 sono il decennio in cui il trucco prostetico ha raggiunto vette ineguagliate. Se cerchi quel tipo di violenza tattile e “gommosa” che oggi non si fa più, devi guardare qui.
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Intolerance (1916)
“Intolerance” è un film storico del 1916 diretto da D. W. Griffith. In esso si possono trovare i primi elementi e le prime scene di quello che sarebbe stato definito molti anni dopo il cinema splatter. È considerato uno dei capolavori del cinema muto e un esempio di tecnica cinematografica innovativa. È un film epico racconta quattro storie ambientate in momenti diversi della storia, tutte legate dal tema dell’intolleranza. La pellicola fu molto ambiziosa e impegnativa per l’epoca, con scene di massa e effetti speciali sofisticati, ma anche controversa per il suo messaggio razzista e per il modo in cui rappresentava la storia. Oggi “Intolerance” è ancora oggetto di studio e discussione per la sua importanza nella storia del cinema e la sua rilevanza nella società americana del XX secolo.
Il film splatter negli anni 50 e 60

All’inizio degli anni ’60 e alla fine degli anni ’50, il grande pubblico incontra di nuovo lo splatter da film rivoluzionari come Psycho di Alfred Hitchcock (1960) e dalle produzioni di Hammer Film come The Curse of Frankenstein (1957) e Horror of Dracula (1958). Probabilmente uno dei film più chiaramente splatter di questo periodo è stato Jigoku (1960) di Nobuo Nakagawa, che includeva innumerevoli scene di smembramento nella sua rappresentazione dell’abisso buddista Naraka.
Lo splatter è entrato a pieno titolo come sottogenere horror nei primissimi anni ’60 con i film di Herschell Gordon Lewis negli Stati Uniti. Ansioso di preservare una nicchia specifica redditizia, Lewis ha fatto ricorso a qualcosa che il cinema mainstream ancora raramente includeva: scene di sangue naturale e specifico. Nel 1963, ha diretto Blood Feast, totalmente pensato come film splatter. Nei 15 anni successivi al suo lancio, Blood Feast ha guadagnato circa 7 milioni di dollari. È stato prodotto con solo $ 24.500. Blood Feast è stato seguito da 2 film ancora più cruenti di Herschell Gordon Lewis, Two Thousand Maniacs! (1964) e Colorami rosso sangue (1965).
Il film splatter negli anni ’70 ha avuto problemi di censura negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Roger Ebert negli Stati Uniti, e il membro del parlamento Graham Bright nel Regno Unito, hanno agito legalmente per censurare i film splatter in home video. con il critico cinematografico che perseguiva I Spit on Your Grave mentre il leader politico finanziava il Video Recordings Act, un sistema di censura per i film in home video nel Regno Unito. Lo splatter è stato condannato anche dalla stampa britannica.
Alcuni registi splatter hanno creato successi mainstream. Peter Jackson ha iniziato la sua carriera in Nuova Zelanda dirigendo i film splatter Bad Taste (1987) e Braindead (1992). Questi film includevano un sangue così eccessivo che finì per diventare comico. Questi film horror comici e cruenti sono stati effettivamente definiti “splatstick”, definiti come film divertenti di gag fisiche che comprendono splatter e smembramenti. Splatstick è un genere più comune in Giappone, con i casi di Robogeisha, Tokyo Gore Police e Machine Girl. Il mockumentary Cannibal Holocaust del 1980, è un esempio significativo del filone moderno del cinema splatter. I film splatter hanno effettivamente preso strategie utilizzate in vari altri generi. Gli eventi in Cannibal Holocaust sono raccontati tramite video da un team di persone che realizzano un documentario riguardante una parte dell’Amazzonia occupata dai cannibali.
Psycho (1960)
Psycho” è un film del 1960 diretto da Alfred Hitchcock. Esso contiene le prime scene esplicite di cinema splatter. È considerato uno dei capolavori del genere thriller e ha influenzato molti altri film nella storia del cinema.
La trama segue Marion Crane, che ruba dei soldi e fuggendo si rifugia in un motel gestito da Norman Bates. Ma presto scopre che Bates ha una personalità multiple e che il motel nasconde un oscuro segreto. Il film è famoso per la sua colonna sonora disturbante, la recitazione intensa e la suspense costante.
“Psycho” è stato accolto molto positivamente dalla critica e dal pubblico, diventando un successo commerciale e culturale. È stato premiato con 4 Oscar e ha stabilito nuove norme per la rappresentazione della violenza e delle scene nude nei film. Il film è anche noto per il suo innovativo utilizzo della montaggio e delle inquadrature, che hanno contribuito a creare una suspense senza precedenti.
Oltre ad essere un successo cinematografico, “Psycho” ha anche influenzato la cultura popolare e ha ispirato molte parodie, imitazioni e rifacimenti. Il personaggio di Norman Bates è diventato un’icona del cinema e uno dei più famosi serial killer della storia del cinema.
Jigoku (1960)
Il giovane studente di teologia Shiro è perseguitato dal senso di colpa dopo che il suo amico Tamura, un nichilista che incarna il male puro, investe e uccide un ubriaco senza prestare soccorso. Da quel momento, la vita di Shiro diventa un incubo a occhi aperti: la madre muore, la fidanzata muore in un incidente d’auto insieme a lui e tutti i personaggi si ritrovano all’Inferno. Nella seconda parte del film, la narrazione abbandona la logica terrena per mostrare una sequenza ininterrotta di torture buddiste: peccatori scuoiati vivi, costretti a bere pus o smembrati da demoni in un paesaggio surreale e pittorico.
Diretto dal maestro dell’horror giapponese Nobuo Nakagawa, Jigoku è un capolavoro visivo che anticipa lo splatter moderno di decenni. È un film morale e teologico che usa la violenza estrema (per l’epoca) non per shockare gratuitamente, ma per visualizzare il concetto di karma e dannazione eterna. Le scenografie infernali, povere ma illuminate con colori espressionisti, creano un’atmosfera onirica e angosciante che lo rende uno dei film più disturbanti e affascinanti della storia del cinema nipponico.
La maschera di Frankenstein (1957)
In una cella, in attesa della ghigliottina, il Barone Victor Frankenstein racconta a un prete la storia della sua vita e dei suoi esperimenti. Ossessionato dal segreto della vita fin da giovane, Frankenstein, con l’aiuto del suo mentore e poi complice Paul Krempe, riesce a rianimare un cane e poi decide di creare un essere umano perfetto assemblando parti di cadaveri. Ma l’ossessione lo spinge al crimine: per ottenere un cervello geniale, uccide un vecchio professore, ma un danno durante l’operazione trasforma la sua Creatura in un essere violento e cerebroleso che Victor dovrà distruggere per coprire le sue tracce.
Questo film della Hammer Films ha cambiato la storia dell’horror, introducendo il colore e il sangue (il rosso vivo del laboratorio) in un genere fino ad allora dominato dal bianco e nero gotico della Universal. Peter Cushing reinventa il ruolo di Frankenstein trasformandolo in un antieroe elegante, crudele e privo di scrupoli morali, mentre Christopher Lee offre una Creatura patetica e terrificante. È l’inizio dell’horror moderno, più fisico, cinico e incentrato sulla “macelleria” scientifica piuttosto che sul romanticismo gotico.
Blood Feast (1963)
Fuad Ramses è un catering egiziano di Miami, apparentemente innocuo, che in realtà è un sacerdote pazzo di un antico culto dedicato alla dea Ishtar. Per preparare un “banchetto di sangue” che dovrebbe riportare in vita la dea, Ramses uccide e smembra giovani donne, conservando le parti del corpo per cucinarle nel rituale finale. Mentre la polizia brancola nel buio, Ramses organizza una festa per la figlia di una ricca signora, con l’intenzione di servire agli ospiti ignari uno stufato fatto con le vittime e sacrificare la ragazza come portata principale.
Diretto da Herschell Gordon Lewis, questo film è ufficialmente riconosciuto come il primo Splatter (o Gore) della storia del cinema. Realizzato con un budget inesistente e attori non professionisti, ha rotto ogni tabù mostrando per la prima volta viscere, cervelli e lingue strappate in technicolor brillante (usando frattaglie animali reali). Sebbene tecnicamente povero, la sua importanza storica è immensa: ha inventato un intero sottogenere basato sull’eccesso grafico e sul disgusto come forma di intrattenimento.
2000 Maniacs! (1964)
Sei turisti “Yankee” del Nord, in viaggio nel profondo Sud degli Stati Uniti, vengono deviati da cartelli stradali ingannevoli verso la cittadina isolata di Pleasant Valley. Qui vengono accolti come ospiti d’onore dal sindaco e dagli abitanti, che stanno celebrando il centenario della città. Ma la festa è una trappola mortale: i cittadini sono in realtà i fantasmi vendicativi di una città confederata distrutta durante la Guerra Civile, che tornano ogni 100 anni per massacrare brutalmente i nordisti in una serie di giochi sadici, come essere rotolati in barili pieni di chiodi o schiacciati da massi.
Secondo capitolo della “Trilogia del Sangue” di Herschell Gordon Lewis, 2000 Maniacs! è un cult del cinema exploitation che mescola l’horror con l’umorismo nero e il folklore sudista (è la versione splatter di Brigadoon). Il film è famoso per la sua atmosfera solare e allegra che contrasta con la violenza grafica delle esecuzioni, e per la canzone banjo orecchiabile che accompagna i titoli di testa. Un classico del hicksploitation (horror rurale) che ha influenzato film come Non aprite quella porta.
Color Me Blood Red (1965)
Adam Sorg è un pittore frustrato e instabile che non riesce a trovare la tonalità di rosso perfetta per i suoi quadri. Dopo che la sua fidanzata si ferisce accidentalmente un dito, Adam usa il suo sangue sulla tela e scopre che è il colore che cercava. Quando la critica acclama la sua nuova opera, l’ossessione cresce: Adam inizia a drenare il proprio sangue, ma presto capisce che per dipingere un capolavoro ha bisogno di molto più “pigmento”. Inizia così a rapire e dissanguare le sue modelle in un delirio artistico omicida.
Terzo film della trilogia splatter di Lewis, è una satira grottesca sul mondo dell’arte e sul concetto di “artista maledetto”. Meno frenetico dei precedenti ma altrettanto grafico, il film usa il colore rosso in modo ossessivo e simbolico. È ricordato per la scena finale in cui l’artista, circondato dai cadaveri e dalle sue tele insanguinate, completa la sua opera con un ultimo atto di autodistruzione, anticipando temi che verranno ripresi da film come Driller Killer.
Anni ’70: Il Gore Realistico e il “Grindhouse”
È il decennio della violenza sporca e politica. Sotto l’influenza della guerra del Vietnam, lo splatter diventa realistico e disturbante. Non è più un gioco: è l’orrore puro di Non aprite quella porta (che suggerisce più che mostrare) e soprattutto di Zombi di Romero, dove Tom Savini eleva il trucco prostetico ad arte, facendo esplodere teste in diretta. Nasce il Rape & Revenge (Non violentate Jennifer), un sottogenere dove la violenza grafica è strumento di vendetta e catarsi.
The Wizard of Gore (1970)
Montag il Magnifico è un illusionista teatrale che mette in scena spettacoli di magia estrema, dove mutila orribilmente le sue volontarie sul palco (segandole a metà, trapassandole con spade, pressandole). Alla fine del numero, le donne appaiono illese grazie a un’ipnosi di massa. Tuttavia, la magia ha un prezzo reale: le donne muoiono davvero poco dopo lo spettacolo, esattamente nello stesso modo in cui erano state “fintamente” uccise sul palco. Una coppia di giornalisti inizia a indagare sul mistero, scoprendo che Montag sta cercando di alterare la struttura stessa della realtà.
Questo è forse il film più intelligente e filosofico di Herschell Gordon Lewis. Sotto la superficie di gore a basso costo (viscere di pecora a profusione), il film pone una domanda inquietante sulla natura della percezione: cos’è reale? Ciò che vediamo o ciò che crediamo di vedere? Il monologo finale di Montag è diventato un classico del cinema cult, e il film è stato omaggiato e rifatto nel 2007, confermando il suo status di opera fondamentale sul voyeurismo e la violenza come spettacolo.
Jabberwocky (1977)
Nel Medioevo sporco e superstizioso, il regno di Bruno il Discutibile è terrorizzato da un mostro orribile, il Jabberwocky, che distrugge villaggi e mangia i contadini. Dennis Cooper (Michael Palin), un giovane bottaio ingenuo e diseredato, arriva in città per cercare fortuna e conquistare la sua amata Griselda (che non lo ricambia affatto). Per una serie di equivoci burocratici e incidenti fortuiti, Dennis viene scambiato per l’eroe che deve uccidere la bestia e si ritrova armato e mandato nel bosco per affrontare l’orrore.
Primo film solista di Terry Gilliam fuori dai Monty Python, Jabberwocky è una fiaba nera, satirica e visivamente “sporca” (fango, sangue e denti marci ovunque). Ispirato alla poesia nonsense di Lewis Carroll, il film mescola la comicità surreale con un realismo medievale grottesco e momenti di splatter inaspettato (il mostro che smembra le vittime). È una parodia brillante dell’eroismo classico e una critica al potere, con un design della creatura che rimane un capolavoro di effetti pratici artigianali.
Female Trouble (1974)
Dawn Davenport (Divine) è una studentessa problematica che scappa di casa la mattina di Natale perché i genitori non le hanno regalato le scarpe “cha-cha” che voleva. Inizia una discesa nel crimine e nella depravazione: viene stuprata da un autostoppista sporco (interpretato dalla stessa Divine in versione maschile), diventa una madre single, lavora come prostituta e ladra, e infine si sfigura con l’acido per diventare una modella “mostruosa” per una coppia di parrucchieri che predicano che “il crimine è bellezza”. La sua carriera culmina in un omicidio di massa durante uno spettacolo, che la porta dritta alla sedia elettrica.
John Waters firma il suo manifesto punk sull’identità e sulla fama. Female Trouble è una commedia nera disgustosa e hilarante che celebra il cattivo gusto come forma d’arte. Divine offre una performance titanica, trasformandosi da adolescente viziata a mostro deforme, incarnando la tesi del film: la bellezza è una convenzione e la notorietà vale più della vita stessa. Un cult del cinema camp e queer che sputa in faccia alla morale borghese.
Zombi (Dawn of the Dead) (1978)
Mentre l’apocalisse zombie sta facendo collassare la società americana, quattro sopravvissuti (due agenti SWAT e una coppia di giornalisti televisivi) rubano un elicottero e cercano rifugio sul tetto di un enorme centro commerciale in Pennsylvania. Una volta bonificato l’interno dai morti viventi, i quattro si barricano dentro, vivendo per mesi nel lusso sfrenato dei negozi, circondati da tutto ciò che possono desiderare. Ma la loro utopia consumistica è minacciata dalla noia, dalle tensioni interne e infine dall’arrivo di una banda di sciacalli umani che distrugge le difese, lasciando entrare l’orda di zombie per il banchetto finale.
Il capolavoro di George A. Romero non è solo il miglior film di zombie di sempre, ma una satira sociale feroce sul consumismo. Gli zombie che vagano nel centro commerciale per “istinto di memoria” sono lo specchio degli acquirenti americani. Con gli effetti speciali splatter rivoluzionari di Tom Savini (teste che esplodono, svisceramenti realistici), il film è un’orgia di violenza colorata e fumettistica che diverte e fa riflettere. È l’opera che ha definito le regole moderne del genere survival horror.
Non violentate Jennifer (I Spit on Your Grave) (1978)
Jennifer Hills, una giovane scrittrice di città, affitta una casa isolata nei boschi per lavorare al suo romanzo in pace. La sua presenza attira l’attenzione di quattro uomini locali, che iniziano a molestarla fino a invadere la sua casa. Jennifer viene brutalmente picchiata, stuprata ripetutamente e lasciata per morta nel bosco. Ma sopravvive. Tornata alla lucidità, si trasforma in un angelo della vendetta freddo e metodico, attirando i suoi aggressori uno ad uno per ucciderli in modi atroci che rispecchiano la violenza che le hanno inflitto (evirazione, impiccagione, ascia).
Questo film è il capostipite del sottogenere Rape & Revenge (Stupro e Vendetta) e uno dei film più controversi della storia, bandito in molti paesi per decenni. Girato con uno stile crudo e sgradevole, senza musica e con lunghe sequenze di violenza in tempo reale, non offre alcuna catarsi facile allo spettatore. Mentre la prima parte è un’esperienza di pura sofferenza, la seconda è una discesa nella giustizia biblica e sanguinaria. Criticato per la misoginia ma difeso come film femminista radicale, rimane un pugno nello stomaco indimenticabile.
Anni ’80: L’Età dell’Oro degli Effetti Pratici
Il boom del lattice, dello sciroppo di mais e della meccanica. Gli anni ’80 sono il Rinascimento dello splatter grazie ai geni degli effetti speciali (Rob Bottin, Rick Baker). I corpi si sciolgono, mutano e si deformano in modi creativi e spettacolari (La Cosa, La Mosca). Nasce anche lo “Splatstick” (La Casa 2), dove l’eccesso di sangue diventa così esagerato da fare il giro e diventare commedia slapstick. È l’era in cui il gore diventa pop.
Maniac (1980)
Frank Zito è un uomo di mezza età, schizofrenico e solitario, che vive in un appartamento squallido di New York pieno di manichini. Traumatizzato dagli abusi della madre (che era una prostituta), Frank esce di notte per uccidere brutalmente giovani donne, scalpando le loro teste per “vestire” i suoi manichini e parlare con loro come se fossero le sue amanti. Quando incontra Anna, una fotografa che sembra capirlo, Frank tenta di reprimere i suoi impulsi, ma la sua psiche fratturata non gli permette alcuna via di fuga dal suo destino omicida.
Diretto da William Lustig, Maniac è uno slasher sporco, urbano e psicologico che si distingue per entrare completamente nella testa del killer (sentiamo il suo respiro affannoso e i suoi pensieri deliranti). Joe Spinell, che ha anche scritto il film, offre una performance sudata e patetica che rende il mostro spaventosamente umano. Gli effetti speciali di Tom Savini (inclusa la celebre scena del fucile che fa esplodere la testa in slow motion) sono il vertice del gore artigianale anni ’80. Un ritratto della follia senza filtri.
Cannibal Holocaust (1980)
Un professore di antropologia parte per la foresta amazzonica alla ricerca di una troupe di giovani documentaristi scomparsi mentre cercavano di filmare le tribù locali. Ritrova solo le bobine delle pellicole, che una volta riportate a New York svelano un orrore indicibile: i documentaristi non erano vittime, ma carnefici sadici che hanno stuprato, ucciso e bruciato i villaggi indigeni per creare scene sensazionali, scatenando la legittima e atroce vendetta cannibale della tribù.
Diretto da Ruggero Deodato, questo è il film più controverso della storia del cinema, padre del genere Found Footage (trent’anni prima di The Blair Witch Project). La sua verosimiglianza fu tale che il regista venne arrestato con l’accusa di omicidio reale degli attori e costretto a portarli in tribunale per dimostrare che erano vivi. Un’opera nichilista che critica l’ipocrisia dei media occidentali, famosa per le reali uccisioni di animali sul set e per una violenza grafica che ancora oggi risulta quasi insostenibile.
I cavalieri dalle lunghe ombre (1980)
Dopo la Guerra Civile, la banda James-Younger, composta da fratelli di sangue, diventa leggenda rapinando banche e treni nel Midwest, protetta dalla popolazione locale che li vede come eroi ribelli contro le banche del Nord. Ma l’agenzia di detective Pinkerton è determinata a sterminarli. La tensione cresce fino al disastroso tentativo di rapina alla banca di Northfield, Minnesota, dove la banda cade in una trappola mortale e viene decimata in una sparatoria brutale e sanguinosa.
Walter Hill dirige un western crepuscolare unico, famoso per aver scelto vere coppie di fratelli attori (i Carradine, i Keach, i Quaid) per interpretare i fuorilegge. Sebbene sia un film storico elegante, è celebre per le sue esplosioni di violenza splatter in stile Sam Peckinpah: i proiettili squarciano i corpi con effetti grafici rallentati (squib), mostrando la devastazione fisica delle armi da fuoco in modo crudo e realistico, lontano dall’eroismo pulito del western classico.
Paura nella città dei morti viventi (1980)
Nella cittadina di Dunwich, costruita sulle rovine di Salem, il suicidio di un prete in un cimitero apre letteralmente le porte dell’Inferno. Mentre una medium cade in trance e rischia di essere sepolta viva, i morti iniziano a risorgere non come zombie classici, ma come entità spettrali capaci di teletrasportarsi e di uccidere con lo sguardo, facendo vomitare alle vittime le proprie viscere o schiacciando i loro crani a mani nude. Un giornalista e la medium devono chiudere il portale prima della festa di Ognissanti, o l’apocalisse sarà irreversibile.
Lucio Fulci inaugura la sua “Trilogia della Morte” con un incubo lovecraftiano (Dunwich è un omaggio allo scrittore) dove la logica narrativa cede il passo all’atmosfera pura. Il film è un susseguirsi di set-pieces splatter memorabili ed estremi – tra cui la celebre scena della trapanazione del cranio – supportati da nebbia, luci blu e un senso di marciume cosmico. È horror viscerale e onirico, fatto per colpire lo stomaco più che la mente.
La casa (The Evil Dead) (1981)
Cinque amici universitari affittano una baita isolata nei boschi del Tennessee per un weekend. In cantina trovano un vecchio registratore e un libro rilegato in pelle umana, il Necronomicon Ex-Mortis. Ascoltando il nastro, risvegliano inavvertitamente un’antica forza demoniaca che vive nel bosco. Uno ad uno, i ragazzi vengono posseduti e trasformati in “Deadites” grotteschi e ridanciani, costringendo l’unico sopravvissuto, Ash, a smembrare i corpi dei suoi amici con ascia e motosega per sopravvivere alla notte.
L’esordio low-budget di Sam Raimi è una lezione di cinema: con pochi soldi e tanta inventiva (la “shaky cam” montata su assi di legno), ha creato un horror frenetico, violento e claustrofobico. La casa è puro splatter artigianale: litri di liquidi colorati, trucco pesante e un’atmosfera di terrore implacabile che non dà tregua. È il film che ha lanciato l’icona di Bruce Campbell e ha definito l’estetica dell’horror “da capanno” per i decenni a venire.
Tenebre (1982)
Lo scrittore americano Peter Neal arriva a Roma per promuovere il suo ultimo best-seller, Tenebrae. Appena atterrato, scopre che un serial killer sta uccidendo delle donne seguendo le modalità descritte nel suo libro, infilando pagine del romanzo nelle bocche delle vittime. Mentre la polizia brancola nel buio, Neal si trova coinvolto in un’indagine che svela un trauma del passato e una follia contagiosa, culminando in un finale grandguignolesco dove il sangue letteralmente imbianca le pareti di una villa modernista.
Dopo la parentesi soprannaturale di Suspiria e Inferno, Dario Argento torna al thriller con un film freddo, iper-illuminato e violentissimo. Tenebre è famoso per la scena del braccio amputato con l’ascia (un effetto speciale pratico scioccante per l’epoca) e per l’uso virtuoso della macchina da presa (la celebre ripresa con la gru “Louma” che scavalca la casa). È un giallo che riflette sulla misoginia e sulla follia, trasformando l’omicidio in una performance estetica sanguinaria.
Demoni (1985)
Un gruppo eterogeneo di persone viene invitato all’anteprima di un film horror nel misterioso cinema Metropol di Berlino Ovest. Nel film proiettato, alcuni ragazzi risvegliano una maledizione di Nostradamus; nella sala, una spettatrice si graffia con una maschera esposta nella hall e si trasforma in un demone assetato di sangue. L’infezione si diffonde rapidamente tra il pubblico: chi viene ferito diventa un mostro. Intrappolati nel cinema senza uscite, i sopravvissuti devono combattere un’orda crescente di creature in una battaglia all’ultimo sangue tra le poltrone rosse.
Prodotto da Dario Argento e diretto da Lamberto Bava, questo è il film “pop-corn horror” italiano per eccellenza. Con una colonna sonora Heavy Metal (Billy Idol, Mötley Crüe), effetti speciali splatter gommosi e un ritmo indiavolato, Demoni è puro divertimento anni ’80. Non cerca la logica, ma l’impatto visivo: pus verde, artigli, motociclette che corrono in sala e teste mozzate. Un cult dell’eccesso che celebra il cinema come luogo di pericolo fisico.
Nekromantik (1987)
Rob Schmadtke lavora per un’agenzia che ripulisce le strade dopo incidenti stradali mortali. La sua vita domestica con la fidanzata Betty ruota attorno a una perversione condivisa: la necrofilia. Un giorno, Rob riesce a trafugare un cadavere intero in decomposizione e lo porta a casa come “regalo” per ravvivare la loro vita sessuale. Quando perde il lavoro e Betty scappa con il cadavere (preferendolo a lui), Rob sprofonda in una spirale di disperazione che lo porterà a un atto finale di autodistruzione estatica mentre guarda la TV.
Girato in Super-8 nella Germania Ovest, questo film di Jörg Buttgereit è un’opera underground di culto, bandita e sequestrata ovunque per il suo contenuto tabù. Nonostante la premessa shockante, è un film malinconico sulla solitudine e sull’incapacità di relazionarsi con i vivi. Gli effetti speciali casalinghi ma realistici (fatti con interiora animali) e la colonna sonora di pianoforte romantico creano un contrasto disturbante che rende Nekromantik un’esperienza unica, sospesa tra il disgusto e una strana poesia macabra.
Fuori di testa (Bad Taste) (1987)
La fittizia cittadina di Kaihoro, in Nuova Zelanda, è stata invasa dagli alieni, che hanno massacrato e inscatolato l’intera popolazione per trasformarla in carne da fast food intergalattico. Il governo invia una squadra speciale sgangherata, “The Boys”, per fermarli. Armati di mitragliatrici, motoseghe e un vecchio maggiolino, i quattro agenti (tra cui uno che perde pezzi di cervello e deve tenerselo fermo con una cintura) ingaggiano una guerra splatter contro gli invasori, che hanno l’aspetto di goffi umani in camicia azzurra ma si trasformano in mostri deformi.
L’esordio di Peter Jackson (futuro regista de Il Signore degli Anelli) è un trionfo del “Do It Yourself”. Girato nei weekend con gli amici per 4 anni, è una commedia splatter demenziale e creativa. Jackson inventa soluzioni visive incredibili con budget zero, tra cui alieni che vomitano in ciotole per nutrirsi e scene di smembramento esilaranti. È il film che ha definito lo “Splatstick” (Splatter + Slapstick), dimostrando che il genio può nascere anche in un garage pieno di sangue finto.
Anni ’90: L’Estremismo
Mentre Hollywood si ripulisce con la CGI, l’underground spinge il pedale al massimo. È il decennio in cui Peter Jackson definisce il limite invalicabile con Braindead (il film più sanguinoso della storia). Parallelamente, in Asia e in Europa, inizia a emergere un cinema estremo che mescola la violenza dei manga con l’orrore realistico, preparando il terreno per la brutalità del nuovo millennio.
Riki-Oh: The Story of Ricky (1991)
In un futuro distopico (il 2001), le prigioni sono privatizzate e gestite come gulag brutali. Ricky Ho, un giovane artista marziale con forza sovrumana e la capacità di guarire le ferite col Qigong, viene incarcerato per aver ucciso un boss della droga. Dentro il carcere, Ricky si rifiuta di sottomettersi al sistema corrotto gestito dal Sadico Direttore e dalla “Gang dei Quattro”. La sua ribellione si trasforma in una carneficina: Ricky letteralmente esplode i nemici a pugni, scuoia arti e usa le interiora degli avversari per strangolarli.
Tratto da un manga giapponese, questo film di Hong Kong è famoso per essere uno dei più grafici e assurdi film di arti marziali mai realizzati. La fisica non esiste: teste vengono schiacciate come angurie, pugni trapassano addomi, e il sangue scorre a geyser. Nonostante la violenza estrema, il tono è così esagerato e fumettistico (“Camp”) da risultare esilarante. Un cult assoluto del cinema trash asiatico, amato per la sua totale mancanza di realismo e inibizioni.
Splatters – Gli schizzacervelli (1992)
Lionel è un ragazzo timido che vive con la madre dispotica in una grande villa. Quando la madre viene morsa allo zoo da una “Scimmia-Ratto di Sumatra”, si ammala, muore e risorge come zombie affamato. Lionel cerca di nascondere il problema, tenendo la madre e le sue prime vittime (un’infermiera, un prete ninja) sedati in cantina, ma l’infezione scappa di mano durante una festa in casa. Il risultato è un’orgia di non-morti che Lionel dovrà affrontare armato di un tosaerba legato al petto.
Conosciuto come Braindead, questo è il capolavoro splatter definitivo di Peter Jackson e forse il film più sanguinoso della storia (furono usati 300 litri di sangue finto solo per la scena finale). È una commedia horror frenetica che spinge il disgusto fino alla risata liberatoria. Ogni scena cerca di superare la precedente in creatività gore: intestini che camminano, zombie che fanno sesso e partoriscono, e la leggendaria strage col tosaerba. Un monumento al cinema artigianale che porta il genere al suo limite estremo e insuperabile.
Anni 2000: Torture Porn e New French Extremity
Dopo l’11 settembre, l’orrore cambia faccia. Nasce il “Torture Porn” (Saw, Hostel): film che si concentrano sulla meccanica della sofferenza e sulla distruzione anatomica del corpo umano, riflettendo le paure della guerra al terrore. In Europa, la Francia risponde con la New French Extremity (Martyrs, Inside), un’ondata di film autoriali ultraviolenti che usano il sangue per esplorare limiti filosofici e politici.
Versus (2000)
Nella misteriosa “Foresta della Resurrezione”, un luogo con 444 portali che collegano il nostro mondo all’aldilà, un prigioniero evaso (noto solo come KSC2-303) e un gruppo di yakuza si scontrano per il possesso di una ragazza che detiene la chiave del potere eterno. Ma c’è un problema: chiunque muoia in quella foresta risorge immediatamente come zombie armato di pistole. Inizia un loop infinito di combattimenti, morti, resurrezioni e ancora combattimenti, tra spade di samurai, sparatorie alla John Woo e arti mozzati.
Ryuhei Kitamura realizza un film che è pura adrenalina low budget. Versus è un mix impazzito di Highlander, Matrix e Evil Dead, girato quasi interamente in un solo bosco. La trama è un pretesto per coreografie di lotta stilizzate e violenza splatter esagerata. È un film che celebra il concetto di “Cool” sopra ogni altra cosa: pose plastiche, occhiali da sole, cappotti di pelle e sangue digitale. Un cult d’azione horror che ha ridefinito il cinema di genere giapponese del nuovo millennio.
Baise-moi – Scopami (2000)
Manu e Nadine sono due donne ai margini della società francese che, dopo aver subito rispettivamente uno stupro di gruppo brutale e aver assistito all’omicidio della propria coinquilina, si incontrano per caso e decidono di reagire con una violenza nichilista. Armate di una pistola e senza più nulla da perdere, intraprendono un viaggio on the road attraverso la Francia, trasformandosi in serial killer che uccidono uomini, fanno sesso e consumano droghe in una spirale di autodistruzione senza ritorno.
Diretto dalla scrittrice Virginie Despentes (autrice del romanzo omonimo) e dalla ex pornostar Coralie Trinh Thi, Baise-moi è un film scandalo che mescola il porno reale con lo splatter e il dramma sociale. È una versione punk, sporca e femminista di Thelma & Louise, dove la violenza non è estetizzata ma cruda e disturbante. Censurato in molti paesi per le sue scene di sesso non simulato e per la brutalità grafica, rimane un manifesto del “New French Extremism” che usa lo shock per denunciare la misoginia sistemica.
Ichi the Killer (2001)
Quando il boss della yakuza Anjo scompare insieme a una grossa somma di denaro, il suo sadico braccio destro Kakihara inizia una caccia all’uomo spietata per trovarlo. La sua indagine, condotta attraverso torture creative e masochismo estremo, lo porta sulle tracce di Ichi, un giovane timido e instabile che, quando viene manipolato psicologicamente da un misterioso vecchio, si trasforma in una macchina di morte piangente, capace di tagliare in due le persone con la lama nascosta nel tacco del suo stivale. Kakihara, incapace di provare piacere se non attraverso il dolore, vede in Ichi non un nemico, ma l’avversario perfetto in grado di ucciderlo.
Takashi Miike firma il film più violento, eccessivo e folle della sua carriera. Tratto dal manga di Hideo Yamamoto, Ichi the Killer è un’opera d’arte dello splatter che spinge il limite della rappresentazione grafica (intestini che scivolano sui muri, lingue tagliate, mutilazioni) fino al grottesco e al surreale. Nonostante il sangue a fiumi, è un film complesso sulla natura perversa del desiderio, sul rapporto tra vittima e carnefice e sulla violenza come unico linguaggio possibile in un mondo alienato.
Cabin Fever (2002)
Cinque amici neolaureati affittano una baita isolata nei boschi per festeggiare. La loro vacanza si trasforma in un incubo quando un eremita locale, coperto di piaghe e sangue, chiede loro aiuto. Spaventati, i ragazzi lo bruciano vivo accidentalmente, ma non prima di essere stati esposti al suo sangue. Scoprono presto che l’uomo era portatore di un virus “mangia-carne” fulminante che inizia a consumare i loro corpi dall’interno. Intrappolati nel bosco, senza contatti con l’esterno e braccati dagli abitanti locali ostili, i ragazzi devono affrontare non solo la malattia che li scioglie vivi, ma anche la paranoia e il disgusto reciproco.
L’esordio alla regia di Eli Roth è un omaggio intelligente e viscerale all’horror anni ’70 e ’80 (La casa, Non aprite quella porta). Roth usa il gore non solo per spaventare, ma per fare commedia nera sulla vanità e l’egoismo dei giovani americani. Il vero orrore non è il virus, ma la velocità con cui l’amicizia si disintegra di fronte al contagio. Celebre per le scene disgustose (come quella della rasatura delle gambe), Cabin Fever ha rilanciato il genere del body horror nel nuovo millennio.
Saw – L’enigmista (2004)
Due uomini, il fotografo Adam e il dottor Lawrence Gordon, si risvegliano incatenati ai lati opposti di un bagno industriale fatiscente, con un cadavere in un lago di sangue tra di loro. Attraverso registratori trovati nelle loro tasche, scoprono di essere pedine nel gioco sadico di un serial killer chiamato Jigsaw. L’enigmista non uccide le sue vittime direttamente, ma le mette in trappole mortali da cui possono uscire solo compiendo sacrifici fisici estremi, per dimostrare quanto tengano alla propria vita. Gordon ha poche ore per uccidere Adam, altrimenti sua moglie e sua figlia moriranno.
James Wan rivoluziona l’horror moderno con un thriller psicologico a basso budget che ha dato vita a un franchise miliardario. Saw non è semplice splatter: è un giallo claustrofobico e morale che costringe lo spettatore a porsi domande etiche scomode (“Cosa saresti disposto a tagliare via per sopravvivere?”). Con un finale a sorpresa che è entrato nella storia del cinema, il film ha definito l’estetica del “Torture Porn” (anche se il primo capitolo è molto più psicologico che grafico rispetto ai sequel).
La casa del diavolo (The Devil’s Rejects) (2005)
Pochi mesi dopo gli eventi di La casa dei 1000 corpi, la fattoria della famiglia Firefly viene assediata dalla polizia guidata dallo sceriffo Wydell, deciso a vendicare la morte del fratello. Mentre Madre Firefly viene catturata, i due figli Otis e Baby riescono a fuggire e si riuniscono con il padre, Captain Spaulding. Inizia un road movie di sangue e follia attraverso il Texas, dove i tre serial killer seminano il panico in un motel, torturando e uccidendo chiunque incontrino, mentre lo sceriffo Wydell scivola progressivamente nella follia, diventando più sadico dei mostri che insegue.
Rob Zombie abbandona l’estetica da cartone animato horror del primo film per girare un capolavoro crudo, sporco e realistico che omaggia il cinema d’exploitation anni ’70. La casa del diavolo è un film disturbante perché riesce nell’impresa impossibile di farci empatizzare con dei mostri psicopatici, mostrandoli come una famiglia unita contro un mondo ipocrita. Violento, volgare e nichilista, si conclude con uno dei finali più epici e commoventi del genere, sulle note di “Free Bird”.
Wolf Creek (2005)
Tre giovani escursionisti (due ragazze inglesi e un ragazzo australiano) viaggiano nell’Outback australiano per visitare il cratere meteoritico di Wolf Creek. Quando la loro auto non riparte, accettano l’aiuto di Mick Taylor, un eccentrico cacciatore locale che si offre di trainarli al suo campo e riparare il guasto. Quello che sembra un incontro fortunato si rivela una trappola: Taylor è uno psicopatico xenofobo che si diverte a torturare e smembrare i turisti (“spazzatura straniera”) nel suo mattatoio privato nel deserto.
Basato vagamente su veri casi di cronaca nera australiana (i “Backpacker Murders”), il film di Greg McLean è un esercizio di terrore puro e realistico. La prima metà è lenta e naturalistica, costruita per farci affezionare ai personaggi; la seconda è un’esplosione di sadismo che non lascia scampo. Mick Taylor (interpretato da John Jarratt) è entrato nell’olimpo dei villain horror: un uomo che ride e scherza mentre infligge dolore, incarnazione della brutalità nascosta nel paesaggio selvaggio dell’Australia.
Hostel (2005)
Paxton e Josh, due studenti universitari americani in viaggio in Europa con il loro amico islandese Oli, vengono indirizzati da un uomo incontrato ad Amsterdam verso un ostello in Slovacchia, descritto come un paradiso pieno di ragazze bellissime e facili. Arrivati lì, tutto sembra perfetto, ma presto i ragazzi iniziano a sparire. Scoprono che l’ostello è una facciata per l’Elite Hunting Club, un’organizzazione criminale che rapisce turisti per venderli a ricchi uomini d’affari di tutto il mondo, che pagano cifre esorbitanti per avere il diritto di torturarli e ucciderli in stanze segrete.
Prodotto da Quentin Tarantino e diretto da Eli Roth, Hostel è il film che ha consacrato il “Torture Porn” come fenomeno di massa. Al di là della violenza grafica estrema (trapani, tendini recisi, occhi bruciati), il film è una satira cinica sul capitalismo e sul turismo sessuale occidentale: i protagonisti trattano le donne dell’Est come carne da consumo, finendo per diventare loro stessi merce in un mercato globale della morte. Un film sgradevole e potente che riflette le paure dell’era post-11 settembre.
Turistas (2006)
Un gruppo di giovani turisti internazionali (americani, inglesi, australiani) perde l’autobus in una zona remota del Brasile e decide di passare la giornata in una spiaggia paradisiaca con un bar sulla sabbia. Dopo una notte di festa e cocktail drogati, si risvegliano derubati di tutto e dispersi nella giungla. Cercando aiuto, finiscono nella villa di un chirurgo locale che guida un’organizzazione di traffico d’organi. Il medico giustifica i suoi crimini come una forma di risarcimento sociale: preleva organi dai “gringos” ricchi per donarli ai bambini poveri brasiliani.
Spesso liquidato come un clone di Hostel, Turistas è in realtà un thriller di sopravvivenza teso e ben girato (tutto in esterni e grotte sottomarine, niente set). La scena dell’espianto degli organi “a vivo” è diventata famigerata per il suo realismo chirurgico. Il film tocca la paura primordiale di essere vulnerabili in terra straniera e ribalta la retorica del “viaggio avventuroso”, trasformando il paradiso tropicale in un mattatoio etico.
Hostel: Part II (2007)
Tre studentesse americane che studiano arte a Roma decidono di passare un weekend alle terme in Slovacchia, convinte da una modella incontrata per caso. Finiscono nella stessa trappola del primo film, ma questa volta la narrazione si sdoppia: seguiamo le vittime, ma seguiamo anche i carnefici. Vediamo due uomini d’affari americani normali che partecipano all’asta online, comprano le ragazze e viaggiano verso la Slovacchia per compiere il loro primo omicidio, mostrando la banalità e la burocrazia dietro l’orrore.
Eli Roth realizza un sequel che supera l’originale per intelligenza e stile. Più che sulla tortura (che comunque c’è ed è estrema, vedi la scena del “bagno di sangue” ispirata a Erzsébet Báthory), il film si concentra sulla psicologia di chi paga per uccidere. È un film femminista in modo perverso: ribalta le aspettative dello slasher classico, portando la “Final Girl” a compiere una vendetta economica e castrante (letteralmente) che è pura soddisfazione splatter.
Borderland (2007)
Tre amici texani attraversano il confine col Messico per un weekend di alcol e divertimento prima della laurea. Durante una notte brava, uno di loro viene rapito da una setta di narcotrafficanti. I due amici rimasti, aiutati da un ex poliziotto messicano, scoprono che il cartello locale pratica sacrifici umani ispirati ai culti precolombiani (Palo Mayombe) per garantire la protezione magica ai propri carichi di droga. Inizia una discesa nell’orrore realistico, basata sulla vera storia del serial killer Adolfo Constanzo.
Questo film è un pugno nello stomaco che mescola il crime con l’horror soprannaturale. Non ci sono mostri, solo uomini che credono che il dolore altrui dia loro potere. La violenza è secca, sporca e priva di ironia. Borderland è un thriller teso e angosciante che esplora la superstizione e la brutalità dei cartelli, distinguendosi per un approccio serio e tragico che lo eleva sopra la media degli horror sui “turisti in pericolo”.
Captivity (2007)
Jennifer Tree è una top model famosa in tutto il mondo, abituata a essere osservata. Dopo essere stata drogata a un evento di beneficenza, si risveglia in una cella di cemento. Un rapitore sadico la sottopone a torture psicologiche e fisiche, costringendola a mangiare frullati di carne umana e a guardare video della sua vita privata. Nella cella accanto c’è Gary, un altro prigioniero. I due cercano di fuggire insieme, ma Jennifer scoprirà troppo tardi che Gary non è una vittima, ma l’architetto stesso del suo incubo, un uomo ossessionato dal volerla “distruggere” per poi “ricostruirla”.
Diretto da Roland Joffé (regista di Mission e Urla del silenzio), questo film fu massacrato dalla critica per la sua campagna pubblicitaria aggressiva (“Torture Porn”), ma è un thriller psicologico elegante e patinato. Ispirato ai gialli italiani argentiani (guanti neri, luci al neon), Captivity esplora il voyeurismo e la celebrità. Anche se la trama ha dei buchi, visivamente è un film curatissimo che trasforma la prigionia in un gioco perverso di sguardi e inganni.
Il nome del mio assassino (I Know Who Killed Me) (2007)
Aubrey Fleming, una studentessa modello e pianista di talento, scompare in una piccola città. Viene ritrovata due settimane dopo in un bosco, mutilata (le mancano una mano e una gamba) ma viva. Al risveglio in ospedale, però, la ragazza afferma di non essere Aubrey, ma Dakota Moss, una spogliarellista che vive in un’altra città e che non ha mai conosciuto Aubrey. Nessuno le crede, pensando sia un trauma post-traumatico, ma Dakota sostiene che Aubrey è ancora prigioniera del serial killer “dello stiletto blu” e che le ferite che appaiono sul suo corpo sono quelle che il killer sta infliggendo alla vera Aubrey in tempo reale.
Questo film con Lindsay Lohan è diventato un cult del trash per la sua trama assurda, ma ha un fascino innegabile. È un neo-giallo allucinatorio che mescola Tenebre di Dario Argento con Mulholland Drive di Lynch, usando colori ipersaturi (blu e rosso) per distinguere le due personalità. Nonostante la recitazione discutibile e i premi Razzie vinti, è un film visivamente audace e sanguinoso (le scene di tortura/amputazione sono grafiche) che esplora il tema del doppio in modo kitsch ma intrigante.
WΔZ (2007)
Il detective Eddie Argo, un veterano disilluso che tollera la violenza delle gang pur di mantenere una parvenza di ordine, si trova a indagare su una serie di cadaveri mutilati trovati nei bassifondi di Londra. Ogni vittima ha l’equazione “WΔZ” (l’equazione di Price sull’altruismo genetico) incisa nella carne. Argo e la sua nuova partner scoprono che il killer non sta semplicemente uccidendo, ma sta sottoponendo le vittime a una scelta impossibile: uccidere la persona che amano di più al mondo o sacrificare se stessi attraverso una tortura lenta e atroce.
Diretto da Tom Shankland, questo è un thriller cupo e nichilista che mescola l’estetica di Se7en con il torture porn filosofico. Non è un semplice splatter, ma un’indagine brutale sull’egoismo umano. Stellan Skarsgård offre una performance sofferente in un film che usa il gore per dimostrare una tesi scientifica agghiacciante: l’amore disinteressato non esiste, e di fronte al dolore estremo, siamo tutti disposti a tradire chi amiamo pur di sopravvivere.
Rendition – Detenzione illegale (2007)
Anwar El-Ibrahimi, un ingegnere chimico egiziano-americano che vive a Chicago con la moglie incinta, scompare nel nulla durante un volo di ritorno dal Sudafrica. È stato prelevato dalla CIA con l’accusa infondata di terrorismo e sottoposto alla “extraordinary rendition”: il trasferimento segreto in un carcere nordafricano per essere interrogato con metodi brutali (annegamento, elettroshock) che negli USA sarebbero illegali. Mentre sua moglie cerca disperatamente risposte a Washington, un giovane analista della CIA (Jake Gyllenhaal) è costretto ad assistere alle torture, iniziando a dubitare della moralità e dell’efficacia di un sistema che produce false confessioni attraverso il dolore.
Sebbene sia un thriller politico e non un horror, il film di Gavin Hood contiene scene di violenza istituzionalizzata così crude da rientrare nel filone del “body horror politico”. È una denuncia potente delle pratiche oscure della guerra al terrore post-11 settembre. La tensione non nasce dai mostri, ma dalla burocrazia che autorizza la distruzione fisica di un essere umano sulla base di un sospetto. Un film necessario che mostra l’orrore reale dietro gli eufemismi governativi.
Inside (À l’intérieur) (2007)
Sarah, una fotografa incinta e vedova da poco (ha perso il marito in un incidente d’auto in cui lei guidava), trascorre la vigilia di Natale da sola in casa, in attesa del parto programmato per il giorno dopo. La sua notte si trasforma in un inferno quando una donna sconosciuta vestita di nero bussa alla porta, conoscendo tutto di lei e chiedendo di entrare. L’intruso non vuole rubare oggetti: vuole strapparle il bambino dal ventre con un paio di forbici. Inizia un assedio domestico di una ferocia inaudita, dove ogni oggetto della casa diventa un’arma.
Punta di diamante della “New French Extremity”, questo film di Bustillo e Maury è considerato uno degli horror più violenti e sanguinosi mai realizzati. Non è un semplice slasher, ma un incubo sulla maternità mostruosa e sul senso di colpa. La quantità di sangue versato è surreale, e la tensione non cala mai. Inside è un’esperienza fisica dolorosa, un film che ti aggredisce e ti lascia senza fiato, culminando in un finale di una crudeltà poetica e devastante.
Tokyo Gore Police (2008)
In un futuro prossimo, la polizia di Tokyo è stata privatizzata e trasformata in una forza militare fascista che dà la caccia agli “Ingegneri”, criminali geneticamente modificati capaci di trasformare le proprie ferite in armi biomeccaniche mostruose (se tagli loro un braccio, ricresce come una motosega o un cannone). Ruka, una cacciatrice di Ingegneri che si automutila per piacere, scopre che l’uomo che ha ucciso suo padre è proprio il capo della polizia. Inizia così una guerra personale contro il sistema, trasformandosi lei stessa in una macchina di morte ibrida.
Yoshihiro Nishimura, il mago degli effetti speciali giapponesi, dirige un delirio cyberpunk che è puro surrealismo splatter. La trama è solo un pretesto per mettere in scena le mutazioni più assurde e creative mai viste: donne-sedia, gambe-coccodrillo, piogge di sangue acide. È una satira grottesca della società giapponese e della privatizzazione, realizzata con uno stile visivo che mescola il videogioco, l’anime e l’arte contemporanea più disturbante.
The Machine Girl (2008)
Ami è una studentessa liceale ordinaria la cui vita viene distrutta quando una banda di bulli, figli di yakuza, uccide suo fratello minore. Cercando vendetta, Ami viene catturata e torturata, perdendo il braccio sinistro. Riesce a fuggire e si rifugia da una coppia di meccanici che le costruiscono una protesi speciale: una mitragliatrice Gatling montata direttamente sul moncherino. Ora armata e letale, Ami torna a scuola per compiere un massacro (“Sushi Typhoon”) contro i bulli e le loro madri ninja.
Diretto da Noboru Iguchi, questo film ha lanciato l’ondata del “Japanese Gore” internazionale. È un film volutamente trash, eccessivo e divertentissimo, che non si prende mai sul serio. Gli effetti speciali sono artigianali e “gommosi” (geyser di sangue a pressione), e l’azione è un mix di arti marziali e follia balistica. The Machine Girl è un inno alla serie B che celebra la vendetta femminile con un’estetica pop e ultraviolenta.
Martyrs (2008)
Francia, anni ’70. Una bambina di nome Lucie viene ritrovata mentre vaga per strada, confusa e coperta di ferite, dopo essere fuggita da un luogo di tortura sconosciuto. Anni dopo, Lucie, ormai adulta ma perseguitata da visioni mostruose, irrompe in una casa borghese e stermina una famiglia che crede essere i suoi aguzzini. La sua amica Anna accorre per aiutarla, ma scopre un passaggio segreto che conduce a un laboratorio sotterraneo, dove una setta filosofica cerca di scoprire i segreti dell’aldilà attraverso la tortura sistematica di giovani donne, con l’obiettivo di creare una “Martire” che possa vedere cosa c’è dopo la morte.
Pascal Laugier scrive e dirige il film più filosofico e insostenibile dell’horror estremo francese. La prima parte è un horror d’azione frenetico; la seconda è una discesa clinica e lenta nella sofferenza pura. Non è violenza per divertimento, ma violenza come strumento di trascendenza. Il film ha diviso il mondo tra chi lo considera un capolavoro metafisico e chi pura spazzatura sadica. Il finale enigmatico è uno dei più potenti e discussi del genere.
Antichrist (2009)
Una coppia senza nome perde il figlio piccolo, che cade dalla finestra mentre loro stanno facendo l’amore. La donna sprofonda in un dolore psicotico e viene ricoverata. Il marito, uno psicoterapeuta arrogante, decide di curarla personalmente portandola nella loro baita isolata nei boschi, chiamata “Eden”. Ma la natura intorno a loro non è pacifica: è il regno del caos e di Satana. La terapia si trasforma in una guerra dei sessi primordiale, dove la donna si convince che la natura femminile è intrinsecamente malvagia, scatenando una violenza genitale e fisica inaudita contro il marito e se stessa.
Lars von Trier dedica questo film ad Andrej Tarkovskij, ma realizza l’opera più scandalosa della sua carriera. È un horror gotico e psicoanalitico che esplora la depressione, la misoginia e la colpa con immagini di una bellezza pittorica (girate in super slow-motion) alternate a momenti di gore esplicito (mutilazioni genitali) che hanno fatto svenire il pubblico a Cannes. Charlotte Gainsbourg offre una performance coraggiosa e totale in un film che è un urlo di dolore trasformato in cinema.
RoboGeisha (2009)
Yoshie è la sorella timida e impacciata di una geisha di successo. Entrambe vengono reclutate da un ricco industriale dell’acciaio che promette di trasformarle in artiste perfette. In realtà, l’uomo sta costruendo un esercito di cyborg assassini per conquistare il Giappone. Yoshie viene sottoposta a interventi chirurgici folli e trasformata in una “RoboGeisha”, dotata di armi nascoste in ogni parte del corpo (dalle lame nelle ascelle ai cannoni nel sedere). Quando scopre che la sorella è stata trasformata in un mostro senza volontà, Yoshie si ribella scatenando una guerra tra donne-robot e castelli-robot giganti.
Noboru Iguchi spinge il pedale dell’assurdo fino in fondo. Questo non è solo splatter, è commedia demenziale giapponese al suo apice. Gli effetti speciali sono volutamente ridicoli, la trama è un pretesto per gag visive impossibili (geishe che si trasformano in carri armati). È un film che ride degli stereotipi della cultura giapponese distruggendoli con missili e spade laser. Divertimento puro per chi ama il nonsense.
The Collector (2009)
Arkin, un ex ladro che lavora come tuttofare per pagare i debiti della moglie, decide di svaligiare la casa di campagna del suo ricco datore di lavoro mentre la famiglia è fuori. Ma quando entra di notte, scopre che qualcuno lo ha preceduto: un serial killer mascherato, “Il Collezionista”, ha preso in ostaggio la famiglia e ha trasformato l’intera villa in un labirinto di trappole mortali complesse e sadiche. Arkin, da ladro, si trasforma in eroe riluttante, dovendo schivare fili spinati, acidi e lame per cercare di salvare la bambina piccola della famiglia e se stesso.
Nato originariamente come una sceneggiatura per un prequel di Saw, il film di Marcus Dunstan brilla per la sua tensione claustrofobica. È un mix intelligente tra Mamma ho perso l’aereo (versione splatter) e un Home Invasion. La fotografia sporca e la creatività crudele delle trappole lo rendono un thriller d’azione horror teso e gratificante, dove il protagonista deve usare il suo ingegno criminale per battere un mostro più cattivo di lui.
The Human Centipede (First Sequence) (2009)
Due turiste americane in Germania bucano una gomma in un bosco e cercano aiuto in una villa isolata. Il proprietario è il Dr. Heiter, un chirurgo in pensione specializzato nella separazione di gemelli siamesi. Drogate e legate in un seminterrato chirurgico insieme a un turista giapponese, le tre vittime scoprono il folle progetto del dottore: non vuole separare, ma unire. Il suo obiettivo è creare un “centopiedi umano” cucendo bocca e ano dei tre soggetti per creare un unico apparato digerente condiviso.
Tom Six ha creato il film più famigerato dell’era di internet. La premessa è così disgustosa da essere diventata un meme globale, ma il film è sorprendentemente sobrio nel mostrare il sangue: l’orrore è tutto psicologico e nel concetto stesso di degradazione. Dieter Laser, nel ruolo del dottore, offre una performance da villain nazista caricaturale ma terrificante. È un film sul delirio di onnipotenza medico e sulla totale perdita di dignità umana, un test di resistenza per lo spettatore.
Grotesque (2009)
Una giovane coppia viene rapita mentre passeggia per Tokyo da un misterioso dottore sadico. Si risvegliano in una stanza asettica, legati e imbavagliati. Il dottore spiega le regole: li torturerà a turno e, se riusciranno a emozionarlo con il loro amore e la loro resistenza al dolore, forse li lascerà andare. Inizia un’escalation di mutilazioni sessuali e fisiche (martelli, seghe, aghi) che mira a distruggere non solo i loro corpi, ma la loro psiche e il loro legame.
Bandito nel Regno Unito per la sua “crudeltà sessuale senza contesto narrativo”, questo film giapponese è puro Torture Porn nichilista. A differenza di Saw, qui non c’è una lezione morale o una via di fuga: c’è solo il dolore. È un film estremo, quasi insostenibile, che esplora i limiti della sopportazione umana e il sadismo dello spettatore stesso che sceglie di guardare. Solo per completisti dell’horror estremo.
Anni 2010-2020: Il Rinascimento dell’Art-Gore
Oggi lo splatter vive una seconda giovinezza. Da un lato c’è il ritorno agli effetti pratici estremi e senza compromessi (Terrifier, The Sadness) che rifiutano la CGI per tornare alla tattilità della carne. Dall’altro c’è il “Body Horror d’Autore” (The Substance, Titane), dove registi visionari usano la violenza grafica per fare satira sociale o esplorazione identitaria, portando il gore nei festival più prestigiosi del mondo.
The Bunny Game (2010)
Bunny è una prostituta tossicodipendente che lavora nelle aree di servizio nel deserto. Un giorno accetta un passaggio da un camionista che la rapisce, la incatena nel rimorchio e la sottopone a una serie di “giochi” di tortura fisica e psicologica estrema per giorni. La donna viene rasata, marchiata e umiliata in un crescendo di violenza realistica.
Questo film in bianco e nero è quasi un documentario sperimentale sulla sofferenza. L’attrice protagonista Rodleen Getsic (che ha co-scritto il film) ha acconsentito a subire realmente molte delle torture mostrate sullo schermo, trasformando il film in una performance art estrema. Non è intrattenimento, è un urlo di dolore visivo. Un’opera disturbante e “maledetta” che cerca di mostrare la realtà della violenza sulle donne senza filtri cinematografici.
A Serbian Film (2010)
Miloš, una ex star del porno ormai ritirato e padre di famiglia, accetta un ultimo lavoro ben pagato da un misterioso regista d’arte, Vukmir, per garantire un futuro a moglie e figlio. Non conosce la sceneggiatura. Presto scopre di essere stato trascinato in un progetto di “Nuovo Cinema Serbo” che prevede atti di violenza sessuale estrema, pedofilia e necrofilia. Drogato e manipolato, Miloš perde il controllo delle sue azioni, diventando protagonista e vittima di un incubo che distruggerà tutto ciò che ama.
È considerato il film più scioccante e controverso di tutti i tempi. Il regista Srđan Spasojević lo ha difeso come una metafora politica della società serba (“stuprata” dal governo e dalla guerra), ma le immagini sono così estreme (tra cui la famigerata scena del “newborn porn”) da renderlo quasi invedibile. È un film tecnicamente ben fatto, con una fotografia gelida, che usa lo shock per gridare contro l’ipocrisia del mondo civilizzato. Un’esperienza traumatica che non si dimentica.
Unthinkable (2010)
Un terrorista americano convertito all’Islam, Steven Arthur Younger, si lascia catturare dopo aver piazzato tre bombe nucleari in tre città americane, programmate per esplodere tra pochi giorni. L’FBI non riesce a farlo parlare. L’esercito chiama allora “H” (Samuel L. Jackson), un interrogatore “black ops” che non ha limiti morali. H inizia a torturare il prigioniero in modi sempre più atroci (tagliando dita, usando scosse elettriche) sotto gli occhi inorriditi dell’agente Brody (Carrie-Anne Moss). La domanda è: fino a dove è lecito spingersi per salvare milioni di vite? È giusto torturare un uomo? E i suoi figli?
Un thriller psicologico tesissimo che è una versione estesa e brutale del dilemma del carrello ferroviario. Non è un horror, ma le scene di tortura sono grafiche e realistiche. Il film mette lo spettatore in una posizione scomoda: ti fa tifare per il torturatore per salvare gli innocenti, per poi mostrarti l’orrore delle conseguenze. Samuel L. Jackson è terrificante nel ruolo del “male necessario”.
Terrifier (2016)
La notte di Halloween, due amiche ubriache incontrano in una pizzeria un clown inquietante vestito di bianco e nero, Art. Quello che sembra uno scherzo si trasforma in un massacro quando Art inizia a perseguitarle all’interno di un vecchio palazzo fatiscente. Il clown non parla mai, sorride sempre e usa seghetti, martelli e pistole per smembrare chiunque incroci il suo cammino, con una predilezione per la distruzione dei volti.
Damien Leone crea un nuovo mostro sacro dell’horror. Art il Clown è l’erede di Freddy e Jason, ma più sadico e teatrale. Il film, nato con un budget minuscolo, è diventato un cult grazie alla scena della “sega a metà” (una delle più brutali mai girate) e alla performance mimica straordinaria di David Howard Thornton. È uno slasher puro, anni ’80 nello spirito, che non cerca trama o psicologia, ma solo di terrorizzare e disgustare lo spettatore con effetti pratici di altissimo livello.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione

