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Arancia Meccanica: Alex è uno dei personaggi più interessanti della storia del cinema

La violenza in Arancia meccanica

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Ci sono certe persone perbeniste che inorridiscono quando si parla di Arancia Meccanica perché pensano che sia un film violento, che sia un film che diffonde il male tra i giovani pronti ad imitare gli atteggiamenti violenti proposti dai mezzi di comunicazione. È una possibilità. Per le menti fragili qualsiasi seduzione del male è possibile. Anche vedere un pirata della strada che semina il panico in città può essere fonte di ispirazione e imitazione se stai coltivando dentro di te energie negative. Sono energie distruttive che devono trovare uno sbocco, ma quello che vedi fuori di te non è altro che uno specchio di ciò che tu sei. La tua attenzione è attratta principalmente da quello che tu sei in quel momento, dentro di te. Ecco perché diffido da chi dice che Arancia Meccanica è un film violento, diseducativo è pericoloso. 

Anziché vedere le grandi possibilità di espansione della consapevolezza e la grande riflessione di Burgess e Kubrick sugli aspetti più controversi della civiltà la persona nota semplicemente l’aspetto violento. Ma per innalzare il proprio livello di consapevolezza l’aspetto violento va considerato, non può essere ignorato. Viviamo in un universo militare: la natura è organizzata con rigide leggi universali e talvolta è violenta, la società in cui viviamo è violenta, il televisore che abbiamo in salotto e che accendiamo tutte le sere e un propagatore di violenza. Il film e il romanzo Arancia Meccanica sviluppano uno dei discorsi più profondi, commoventi e semplici da capire che siano mai stati fatti contro la violenza: è un discorso che riguarda ogni essere umano, perché ogni percorso esistenziale, ad un certo punto, deve affrontare certi temi. 

Arancia Meccanica ed il controllo mentale

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Ovviamente non tutti, per fortuna, vanno incontro ad esperienze così violente come in Arancia meccanica: ma l’educazione, i sistemi subdoli che la società propone attraverso libertà illusorie, le tecniche di persuasione, i valori dominanti dell’ambiente in cui viviamo sono cose con cui nessuno può evitare di confrontarsi. Ecco perché quando qualcuno da un giudizio negativo di questa opera d’arte paragonandola all’ultimo videogioco splatter, rimango basito. Rimango basito perché la forza del film di Kubrick, più del romanzo, è quella di denunciare la violenza dell’individuo nella società, e viceversa, con una linearità narrativa e una semplicità straordinaria, tipici del racconto in forma di parabola. 

Arancia Meccanica non è affatto un film violento neanche dal punto di vista estetico e cinematografico. La violenza non è mai fine a se stessa ma inserita in un discorso di altissimo livello sociale, filosofico e spirituale. Il telegiornale che vedi tutte le sere, quello sì che è violento, e anche se non te ne accorgi ti rovina la vita. Il telegiornale è il nemico che ti rovina la vita, Arancia Meccanica invece è la parabola che può renderti una persona migliore, che ti porta riflessioni di altissimo livello. Chi non sa riconoscere la violenza fine a se stessa non sa neanche riconoscere i suoi nemici. 

Alex DeLarge e la rappresentazione del lato oscuro

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Ci sono persone che sono ad un livello di consapevolezza così basso che non hanno ancora integrato il loro lato oscuro e lo proiettano al di fuori, sullo schermo di un cinema. Rifiutare il lato oscuro è una pessima scelta, Perché esso è la migliore materia grezza da cui viene fuori la creatività, l’arte è la civiltà. Il lato oscuro è la nostra maggiore risorsa, è la nostra migliore possibilità di sublimare le emozioni e le azioni negative, l’aggressività e la violenza. Negarlo non ti servirà a niente, solo ad accumularlo dentro di te finché non ci sarà un’esplosione. Ed ogni esplosione ti trascinerà a livelli sempre più bassi. 

Arancia Meccanica è un film che da la possibilità di osservare il nostro lato oscuro e quello della società con un esattezza di dati ed una vicinanza alla Verità in grado di trascendere spazio e tempo. La storia di Alex Delarge e dei suoi amici, teppisti per divertimento e libera scelta, non è solo la storia di quattro giovani violenti nella Londra degli anni 70: potrebbe essere ambientata in qualsiasi spazio e in qualsiasi tempo. 

Le scelte politiche di repressione della libertà di scelta e di lavaggio del cervello sono i temi che attraversano 5000 anni di civiltà umana. Il trattato filosofico, spirituale e sociale di Kubrick merita quindi il massimo rispetto perché è un’opera d’arte che va nella direzione dello sviluppo della civiltà, portando una maggiore comprensione di temi molto complessi con la semplicità del cinema. 

Ci sono moltissimi film o videogiochi che propagandano una violenza fine a se stessa e sono pericolosi. Migliaia di videogiochi e film che hanno lo spessore psicologico adatto alla mente di un criceto. Non è il caso di Arancia Meccanica, che è una delle maggiori vette artistiche della storia del cinema. Mi sembra abbastanza evidente. E non riuscire a discernere le due categorie è preoccupante. 

Di seguito una lettera aperta di Anthony Burgess, lo scrittore del romanzo, che dopo aver visto il film di Kubrick scrive per difenderlo dalle accuse di istigazione alla violenza. 

Lettera dello scrittore di Arancia meccanica Anthony Burgess

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In difesa della libertà dell’artista

Ho visto A Clockwork Orange di Stanley Kubrick a New York: per entrare ho dovuto fare a gomitate come tutti gli altri. Mi è parso che lo spettacolo meritasse tanta ressa: è in tutto e per tutto un film di Kubrick, tecnicamente brillante, arguto, puntuale, poetico, capace di schiudere allo spirito nuove prospettive. Sono riuscito a guardare il film come una totale ricostruzione del mio romanzo, e non come una semplice interpretazione; non è azzardato affermare che si tratta dell‘Arancia meccanica di Stanley Kubrick, e questo è il più grande omaggio che io possa rendere alla maestria del regista.

Ma resta il fatto che il film è nato da un libro, e ritengo che alcune osservazioni sul film inevitabilmente mi riguardino. In termini filosofici, nonché teologici, l’arancia di Kubrick è frutto del mio albero. Scrissi Arancia meccanica molto tempo fa, nel 1961 e ho qualche difficoltà a fornire delucidazioni su quello scrittore ormai lontanissimo che, dovendo guadagnarsi da vivere, era arrivato a produrre cinque romanzi (tra i quali questo) in quattordici mesi. Il titolo è la cosa più facile da spiegare. Nel 1945, al ritorno dal fronte, in un pub di Londra ho sentito un cockney ottantenne dire di qualcuno che era “sballato come un’arancia meccanica”. L’espressione m’incuriosì per la stravagante mescolanza di linguaggio popolare e surreale.

Per quasi vent’anni avrei voluto utilizzarla come titolo per qualche mia opera: ne ho avuto poi l’occasione quando ho concepito il progetto di scrivere un romanzo sul lavaggio del cervello. La stampa britannica aveva parlato con una certa insistenza dell’aumento della criminalità. I giovani alla fine degli anni Cinquanta erano agitati e cattivi, insoddisfatti del mondo del dopoguerra, violenti e distruttivi, ed è a loro (poiché sono più riconoscibili dei malviventi dei tempi andati) che tanti fanno riferimento quando parlano di crescente criminalità.

Che fare di questi ragazzi? La prigione o i riformatori non fanno che peggiorarli: allora perché non risparmiare il denaro dei contribuenti sottoponendoli a un facile condizionamento, a una sorta di terapia del disgusto, che generi in loro un’associazione tra l’atto di violenza e il malessere, la nausea, o persino evocazioni di morte? Furono in molti ad approvare questa proposta (che all’epoca non era una proposta del governo, ma semplicemente un’idea espressa da singoli teorici, per quanto influenti).

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Arancia meccanica doveva essere una sorta di manifesto, addirittura una predica, sull’importanza di potere scegliere. Il mio eroe, o antieroe, Alex, è veramente malvagio, a un livello forse inconcepibile, ma la sua cattiveria non è il prodotto di un condizionamento teorico o sociale – è una sua impresa personale, in cui si è imbarcato in piena lucidità. Alex è cattivo, e non solo traviato, dunque in una società organizzata in modo corretto azioni crudeli come le sue devono essere punite.

Però la sua cattiveria è umana: negli atti aggressivi possiamo riconoscere potenzialita presenti in noi, che per il cittadino non criminale si concretizzano nella guerra, nell’iniquità sociale, nella cattiveria che si esercita in famiglia, nei sogni che si coltivano nel proprio cantuccio. Alex rappresenta l’umanità in tre modi: è aggressivo, ama la bellezza, si serve del linguaggio.

E’ paradossale che il suo nome si possa intendere come “senza parola”, mentre egli possiede un intero vocabolario inventato, suo personale, un gergo di gruppo. Eppure non spende neanche una parola per ciò che riguarda la gestione della comunità, o l’organizzazione dello Stato: per lui quest’ultimo non che è un semplice oggetto, una cosa lontana come la luna, anche se meno passiva.

Da un punto di vista teologico, il male non è misurabile. Eppure io credo nel principio che un’azione possa essere più malvagia di un’altra, e che l’atto ultimo del male sia la disumanizzazione, l’assassinio dell’anima – il che ci riporta a parlare della possibilità di scegliere tra azioni buone e cattive. Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale.

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La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo. Nel film, così come nel libro, il male compiuto dallo Stato, facendo il lavaggio del cervello ad Alex, è molto spettacolare. Alex ama Beethoven, e ha utilizzato la Nona sinfonia come stimolo per i suoi sogni di violenza. Questa è stata la sua scelta, ma nulla gli avrebbe impedito di usare quella musica come semplice consolazione, o assumerla ad immagine dell’ordine divino. 

Il fatto che nel momento in cui il condizionamento ha inizio lui non abbia ancora compiuto la scelta migliore, non significa che non lo farà mai. Ma a causa della terapia del disgusto, che associa Beethoven alla violenza, questa scelta gli è preclusa per sempre. E’ una punizione che agisce a livello involontario, ed equivale a derubare un uomo – atto stupido e irrazionale – del suo diritto a gioire della visione divina. Ciò che sconvolge sia me che Kubrick, è che alcuni lettori e spettatori di Arancia Meccanica sostengano di avervi trovato un compiacimento gratuito nel ritrarre la violenza, il che trasforma l’opera da “messaggio sociale” a mera pornografia.

Certo, senza la violenza sarebbe stato più gradevole, ma la vicenda dell’emendamento di Alex avrebbe perso forza se non si fosse potuto vedere da che cosa lo si stava correggendo. Per me, ritrarre la violenza doveva essere un atto catartico e caritatevole insieme, perché mia moglie è stata vittima di una violenza crudele e inconsulta a Londra nel 1942, all’epoca dei bombardamenti: è stata violentata e picchiata da tre disertori americani. Forse i lettori del mio libro ricorderanno che l’autore dell’opera dal titolo Arancia meccanica è uno scrittore la cui moglie è stata violentata.

Alcuni spettatori del film sono stati turbati dal fatto che Alex, malgrado la sua crudeltà, è comunque degno di affetto. Ma se noi ci disponiamo ad amare il genere umano, dovremo amare Alex come membro pur sempre rappresentativo. Se Arancia Meccanica, così come 1984, rientra nel novero dei salutari moniti letterari – o cinematografici – contro l’indifferenza, la sensibilità morbosa e l’eccessiva fiducia nello Stato, allora quest’opera avrà qualche valore.

(Lettera di Anthony Burgess inviata al Los Angeles Times il 21 febbraio 1972 e apparsa successivamente su Positif n. 139)

Fabio Del Greco

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