Film indipendenti e cult

David di Donatello: come nasce e come funziona l’oscar dei film italiani

il David di Donatello nasce ispirandosi alla caratteristiche del premio Oscar statunitense. E’ stato creato da circoli e associazioni culturali come l’Open Gate di Roma nei primi anni 50 e dall’interesse dell’AGIS, L’associazione generale italiana dello spettacolo. La prima edizione fu nel 1956, al cinema Fiamma di via Veneto a Roma.

Il suo obiettivo e le sue dinamiche sono molto simili a quelle dell’ Academy americana: premiare i migliori film nazionali dell’anno assegnando anche un premio al miglior film straniero. 

La manifestazione muove i suoi primi passi spostando le serate di premiazione in giro per l’Italia da Roma a Firenze fino al teatro greco di Taormina. Importanti personalità del mondo del cinema si sono succedute alla carica della Presidenza del premio, da Gianluigi Rondi a Giuliano Montaldo, fino all’attuale presidente Piera Detassis. 

Ecco un’intervista Gian Luigi Rondi che spiega la nascita del David di Donatello. 

Chi sono i giurati del David Donatello? 

Il David di Donatello per esempio ha una giuria di oltre un migliaio di esperti del settore: registi, attori, distributori, esercenti, personaggi dello spettacolo e della cultura. Ma solo una piccola parte di loro si occupa di cinema: sono registi famosi e meno conosciuti, storici e critici del cinema, produttori più o meno importanti, creatori di cinema di qualità e cinepanettoni, intellettuali dissidenti e fenomeni da Talk Show. Cantanti, attori, ballerini, politici, showman, distributori, esercenti, proprietari di piccole sale parrocchiali, nuovi talenti che sperano di entrare nel giro che conta, vallette televisive, comici dimenticati. 

Oltre 200 film l’anno da valutare 

La giuria del David di Donatello assegna 21 premi al cinema italiano ogni anno e un premio al miglior film straniero. Com’è possibile vedere tra i 200 e i 250 film in 2 mesi, dato il fatto che l’elenco dei film in concorso arriva poco tempo prima della premiazione? 

Cercavo alcuni anni fa una strada per distribuire un film indipendente a cui avevo collaborato. Mi capitò quindi di parlare con alcuni esercenti cinematografici che facevano parte della giuria dei David di Donatello. Mi trovai a citare la trama, le qualità e i difetti di alcuni film dell’anno recentemente in concorso ai David. Uno di questi aveva vinto uno dei premi principali. Ma dalla loro reazione evasiva capii che nessuno li aveva visti. 

Qualcuno mi confidò che si limitavano a dare il loro voto ai film più importanti, quei 20 titoli di cui avevano sentito parlare sui media. Si limitavano a confermare quello che avevano sentito in giro, gli incassi e le recensioni che i film avevano avuto alla loro uscita nelle sale cinematografiche. Inoltre i loro gusti erano alquanto discutibili, molto soggettivi: mancava loro qualsiasi cultura cinematografica di base per poter esprimere un giudizio. 

Si legge sullo statuto del premio David di Donatello che i giurati sono personalità del mondo dello spettacolo e della cultura di particolare rilievo. Praticamente metà del mondo dell’intrattenimento dello spettacolo e della cultura italiana è in questa giuria. Ma per me la loro la connessione con il cinema rimane un mistero. 

Come mai nelle grandi manifestazioni non accade mai che un film indipendente, non realizzato dalle produzioni principali, sia premiato? Il cinema indipendente non è neanche contemplato, non ha mai vinto un premio. A vincere i premi sono sempre i film prodotti e supportati dalle TV nazionali, dalla RAI, che li produce e poi li sponsorizza in diretta. Se segui il David di Donatello sarai ormai abituati a trovare nella lista dei vincitori solo film prodotti, o co-prodotti, da Rai Cinema.

Piccola storia di una distribuzione indipendente

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Ma qual’è il rapporto tra i David di Donatello e il cinema indipendente? L’unico film veramente indipendente candidato ai David di Donatello che ricordo è Il vento fa il suo giro, di Giorgio Diritti. Mi ricordo un anziano distributore, uno dei giurati del David di Donatello, che si faceva corteggiare per distribuire il nostro film indipendente. 

Non aveva detto di no, ma non era convinto neanche di dire si. Sembrava semplicemente indifferente. Le sue grandi passioni erano la ristorazione e il calcio. Era riuscito infatti riuscito ad aprire due bar e un tabaccaio. Il cinema per lui era un po’ come giocare con le figurine cercando di scegliere quella con le potenzialità di guadagno più alte, una specie di passatempo commerciale senza pretese. 

Non sapeva cosa fosse il cinema d’autore e non aveva mai visto un film d’autore. Ma non era un giurato del David di Donatello? Come tale avrebbe dovuto vedere più film lui che qualsiasi altro comune mortale. Alla mia domanda cambiò discorso. La sola idea di guardare film d’autore lo disgustava, la considerava un’attività di una noia mortale. Solo sentire nominare Antonioni gli faceva venire il mal di testa. 

Ogni volta che cercavo di parlare di cinema cambiava argomento. L’unica cosa che accendeva veramente il suo entusiasmo era parlare della squadra di calcio della Roma. Iniziammo a parlare dei successi della Roma in campionato, fingendo un genuino interesse, pensavamo di riuscere a far distribuire il nostro film indipendente. Ma non fu così. 

I sogni proibiti di un giurato del David di Donatello

Poi mi capitò di conoscere un esercente di una multisala che sembrava disponibile a programmare il nostro film senza passare da un distributore, anche lui giurato dei David di Donatello da molti anni. Ma parlando con lui mi resi conto che il cinema non gli interessava affatto. La sua grande passione era la carne. 

Suo padre aveva una macelleria e lui ci aveva lavorato da adolescente. Poi il papà era morto, la macelleria aveva chiuso e lui dopo qualche anno era finito per caso nel mondo del cinema. Aveva vinto un appalto del comune che gli aveva consentito di ristrutturare un grande fabbricato in disuso. 

Avrebbe voluto creare lì una galleria commerciale con molti ristoranti di carne, ma il bando prevedeva che la struttura fosse adibita ad attività culturali. Alla fine aveva scelto quella che gli sembrava la più commerciale e meno culturale di tutti: una bella multisala cinematografica. Svolgeva l’attività controvoglia e non gli dava grande importanza, era solo uno dei suoi asset commerciali. 

Ma bastava che capitasse davanti una macelleria che vendeva carne di qualità per sprofondare nella malinconia e sognare con gli occhi lucidi di aprirne una nuova. Era sufficiente l’odore della carne fresca per farlo tornare ai bei tempi della gioventù. Di fatto non aveva abbandonato del tutto il progetto e considerava in futuro di poterlo ancora realizzare. 

Quando vedo un brutto film mi torna in mente il suo volto da commerciante mentre raccontava della sua perduta macelleria di famiglia. In fondo aveva ragione lui: è meglio una fettina di carne di qualità che un brutto film. 

Un bar di periferia

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Finalmente riuscimmo a convincere l’esercente a distribuire il nostro film indipendente nella sua sala cinematografica. Ma incontrando ogni giorno tanti operatori del settore incominciavo a sentire uno strana sensazione di non appartenenza: amo il cinema e mi piace parlarne e discuterne con persone appassionate come me. Ma paradossalmente la gente che incontravo era totalmente indifferente a questa passione. Forse la cosa aveva a che fare con qualche mio karma negativo? 

Mentre mi attraversavano queste riflessioni entrai distrattamente in un bar della periferia romana in cui abitavo all’epoca per prendere un caffè. Mi accorsi che sul retro c’era un gruppetto di giovani che stava vedendo un film muto: s’intitolava Cuore Fedele di Jean Epstein. Mi avvicinai lentamente: i ragazzi non erano affatto degli intellettuali ma tipici ragazzi di periferia che ero abituata a vedere tutti i giorni per le strade di Roma. Commentavano il film rumorosamente, qualcuno di loro rollava qualcosa da fumare. 

Con grande cordialità mi invitarono a prendere parte alla visione del film: avevano allestito una graziosa saletta di visione sul retro del bar con un grande televisore da 50 pollici. Parlando con loro mi accorsi che conoscevano film del cinema impressionista francese di cui non avevo mai sentito neanche parlare. Quasi ogni sera si ritrovavano al bar per stare in compagnia e godere di questi film con qualche bottiglia di birra davanti. La loro cultura cinematografica era impressionante.

Prima di tornare a casa finii di vedere Cuore fedele con loro: ne rimasi folgorata, non mi capitava da anni di vedere un capolavoro simile in una sala cinematografica. Diventammo amici e nei mesi successivi andai poco al cinema, frequentai poco festival e tappeti rossi, e ritornai spesso in quella piccola saletta sul retro di quel bar di periferia. Mi sentivo a casa. Ora il bar ha cambiato gestione, ma quando ci passo davanti mi commuovo. È lì che ho conosciuto i più bei film della storia del cinema, commentandoli con quei simpatici ragazzi di periferia, che oggi purtroppo ho perso di vista. 

Adele Resilienza

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