Il terremoto dell’Irpinia: la storia, i film da vedere

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Davanti agli eventi catastrofici ogni persona reagisce in un modo diverso: c’è chi ne rimane traumatizzato per sempre e chi riesce, nonostante le difficoltà, ad usare le più terribili avversità per la propria crescita personale.

Il terremoto dell’Irpinia del 1980 avvenne il 23 novembre 1980 che colpì la Campania e la Basilicata centro-settentrionale. Definito di 6,9, livello X della scala dei Mercalli, con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e, secondo le stime più attendibili, 2.914 morti.

L’area sismica dell’Irpinia è stata colpita nel corso dei secoli da numerosi terremoti con significativi danni. I comuni più colpiti sono stati quelli di Castelnuovo di Conza (SA), Conza della Campania (AV), Laviano (SA), Lioni (AV), Sant’Angelo dei Lombardi (AV), Senerchia (AV), Calabritto (AV) e Santomenna (SA).

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I risultati, tuttavia, si sono prolungati in un’area più ampia, influenzando l’intera area centro-meridionale della penisola italiana: anche a Napoli si sono verificati feriti e crolli che hanno interessato numerosi edifici logori o danneggiati da lungo tempo; a Poggioreale un edificio in via Stadera è crollato, probabilmente per difetti di costruzione, provocando 52 morti. Dei 679 rioni che compongono le otto aree colpite a livello internazionale dal terremoto (Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno oltre a Foggia), 506 (74%) furono danneggiati.

I tre comuni più colpiti furono quelli di Avellino (103 comuni), Salerno (66) e Potenza (45). Trentasei comuni hanno avuto circa 20.000 case danneggiate o irrecuperabili. In 244 comuni (non epicentrali) delle province di Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Foggia, Napoli, Potenza e Salerno, 50.000 alloggi hanno subito danni da molto significativi a medio-gravi. Altre 30.000 residenze furono danneggiate leggermente.

I danni del terremoto dell’Irpinia

L’entità drammatica del terremoto non è stata valutata immediatamente; i primi telegiornali parlavano di “terremoto in Campania” poiché l’interruzione totale delle telecomunicazioni aveva impedito l’attivazione dell’allarme. Si sono aggiunti uno dopo l’altro i nomi dei comuni interessati; interi centri urbani sono stati cancellati, decine e decine di altri sono stati gravemente danneggiati.

Nei tre giorni successivi al terremoto, il quotidiano Il Mattino di Napoli descritto la catastrofe. Il 24 novembre il quotidiano titolava Un minuto di terrore – I morti sono centinaia, non essendoci notizie precise dalla zona colpita, ma si era a conoscenza del crollo di via Stadera a Napoli. Il numero dei decessi, approssimativamente in aumento principalmente a causa di gravi problemi di comunicazione e riconoscimento, è stato poi ridotto a quello ufficiale, ma il numero dei senzatetto non è mai stato valutato con precisione.

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Entità del terremoto dell’Irpinia

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L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha accertato che l’area interessata ha subito tre distinti fenomeni lungo diverse faglie, verificatesi in circa 40 secondi. Dopo 40 secondi, situata a Nord Est del primo segmento, si è verificata la terza scossa.

La faglia ha raggiunto la superficie terrestre generando una scarpata chiaramente evidente per circa 35 km. Lo studio delle registrazioni mette in luce una struttura crostale davvero eterogenea e anche un processo di danneggiamento incredibilmente intricato.

Gli scavi lungo la rupe della faglia hanno permesso di riconoscere e datare anche i precursori dei terremoti del 1980, avvenuti in Irpinia. Questi rivelano che la faglia responsabile del terremoto dell’Irpinia ha in realtà creato terremoti paragonabili a quello del 1980 e che queste occasioni si verificano nel tempo con una frequenza di circa 2000 anni.

Soccorsi e ritardi

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Al di là delle strutture, già fatiscenti a causa dei terremoti del 1930 così come del 1962, un altro aspetto che ha aggravato gli esiti del sisma è stato il ritardo nelle iniziative di soccorso. I fattori sono stati numerosi: il problema dell’accesso ai mezzi di soccorso nelle aree dell’entroterra, a causa dell’isolamento geografico delle aree interessate, nonché del crollo dei ponti e delle strade di accesso, il cattivo stato della maggior parte delle strutture (comprese quelle per energia elettrica e anche delle trasmissioni radio, i cui danni rendevano praticamente impossibili le comunicazioni a distanza) e anche l’assenza di una protezione civile che consentisse le attività di soccorso in modo tempestivo e coordinato. Il primo a spiegare questa grave assenza è stato il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Il 25 novembre, nonostante il parere contrario del presidente del Consiglio Forlani e di vari altri consulenti, Pertini si recò in elicottero sui luoghi della catastrofe.

Il Capo dello Stato denunciò con forza il ritardo e l’inosservanza dei soccorsi, che sarebbero arrivati ​​in tutte le zone colpite solo dopo cinque giorni. Le dure parole del Presidente della Repubblica hanno provocato l’immediata destituzione del prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, e le dimissioni (poi respinte) del ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Il discorso del Capo dello Stato ha avuto l’ulteriore effetto di mobilitare un gran numero di volontari che sono stati di grande aiuto soprattutto durante la prima settimana dopo il terremoto.

A Laviano, paese in cui un quinto della popolazione è deceduto per il terremoto (303 morti su 1500 occupanti), le prime case in legno (su venti) con soluzioni inserite si presentano nel febbraio 1981. Il 25 aprile 1981, A 153 giorni dal terremoto, le case in legno divennero 150, per un totale di 450 persone ospitate.

La corruzione nella ricostruzione

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La ricostruzione è stata, tuttavia, anche tra i più terribili casi di speculazione su una disgrazia. Come dimostra una serie di inchieste della magistratura, per le quali espressioni come Irpiniagate, Terremotopoli o il terremoto infinito, nel corso degli anni si sono in realtà introdotti dubbi interessi che hanno dirottato fondi verso località che non ne avevano diritto, moltiplicando la varietà dei comuni colpiti: 339 inizialmente, arrivarono a 643 in ottemperanza a un decreto dell’allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani nel maggio 1981, fino a raggiungere l’ultimo numero di 687, ovvero quasi l’8,4% del totale dei comuni italiani.

Più di settanta centri sono stati completamente distrutti o gravemente danneggiati e oltre duecento hanno subito ingenti danni al patrimonio edilizio. Centinaia di stabilimenti produttivi e artigianali furono cancellati con la perdita di migliaia di posti di lavoro e danni economici per decine di migliaia di miliardi di lire.

Il numero dei comuni colpiti, però, è stato alterato da losche manovre politiche e camorristiche, in aumento negli anni. La ricostruzione, nonostante l’ingente somma di denaro pubblico versata, è rimasta incompleta per decenni. Questi quartieri sono diventati oggi la principale roccaforte della camorra e una delle piazze commerciali più aggressive della regione Campania.

Sul modello del terremoto in Friuli, la ricostruzione in Irpinia è stata incentrata anche sul rilancio industriale. Il territorio non presentava caratteristiche industriali anche prima del terremoto, la pioggia di finanziamenti costituì per molti una tentazione inarrestabile. In sette anni ventisei banche cooperative hanno aperto le loro filiali nella zona del terremoto (nove nella sola provincia di Avellino), concedendo prestiti alle imprese del Nord Italia.

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Finanziamenti scomparsi

Per il rilancio di venti zone industriali comprese tra la Campania e anche la Basilicata sono stati stanziati 7.762 miliardi di lire (circa 8 miliardi di euro nel 2010). L’ultima spesa è stata dodici volte più del previsto in provincia di Avellino e diciassette volte nel distretto di Salerno. Secondo l’ultimo verbale della Corte dei conti, le spese per gli impianti sono salite a punte “di circa 27 volte quelle previste nelle disposizioni originarie”. Il 48,5% delle concessioni commerciali (146 situazioni) è stato revocato.

La Corte dei conti addebita “la superficialità degli esami e la mancanza di adeguati controlli”, accolta senza “valutare adeguatamente circostanze di servizio già vulnerabili e già inizialmente indebolite per mancanza di professionalità e fiducia o in cui la sopravvalutazione dell’investimento finanziario , in relazione alle capacità imprenditoriali, ha portato al fallimento dell’iniziativa”. Nel 2000, infatti, erano 76 le imprese dichiarate fallite, ma solo una piccola parte dei contributi era stata effettivamente recuperata.

La prima stima dei danni provocati dal terremoto, effettuata nel 1981, parlava di circa 8.000 miliardi di lire. Attuandola al 2010, secondo Sergio Rizzo, la stima supererebbe i 66 miliardi di euro.

Indagini sui finanziamenti

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In merito all’indagine della sezione Mani Pulite, Daniele Martini afferma: «in Irpinia la Guardia di Finanza ha trovato fienili trasformati in piscine olimpioniche mai ultimati, o in case di villeggiatura. Ha determinato prestiti auto concessi a imprenditori multi-falliti e anche orologi con diamanti dati con eccellente dissolutezza ai collaudatori statali”. Nel marzo 1987 alcuni giornali, tra cui L’Unità oltre che L’Espresso, denunciarono le sorti della Banca Popolare dell’Irpinia. Tra i coloro che ne trassero vantaggio c’era Ciriaco De Mita, proprietario di un grande piano azionario rivalutato grazie al terremoto.

Un lungo processo si concluse nell’ottobre del 1988 con la sentenza: «Secondo i tribunali chiamati a giudicare il conflitto, era giusto far sì che i fondi del terremoto viaggiassero attraverso la finanziaria di Avellino e che la Popolare è un istituto finanziario della DC Demiziana”. Appresa la sentenza, il 3 dicembre l’Unità ha pubblicato in prima pagina una nota dal titolo significativo: “De Mita si è arricchito con il terremoto”. All’esame del sisma saranno coinvolti 87 individui tra cui Ciriaco De Mita, Paolo Cirino Pomicino, Salverino De Vito, Vincenzo Scotti, Antonio Gava, Antonio Fantini, Francesco De Lorenzo, Giulio Di Donato e il commissario Giuseppe Zamberletti.

Film sul terremoto in Irpinia

E dopo cadde la neve

Irpinia, 1980. Nel tardo pomeriggio del 23 novembre la vita dei paesini in provincia di Avellino viene sconvolta da un terribile terremoto che semina morte e distruzione. Ai momenti di terrore si sostituisce ben presto il doloroso compito della conta dei morti e dei dispersi e il riconoscimento dei corpi senza vita da parte di amici e familiari, così come per Battista, che tra le vittime riconosce il corpicino della sua amica Lucia, morta a soli 9 anni.

Ad aggiungere ulteriori difficoltà arriva una forte nevicata che rende ancor più faticoso il lavoro dei soccorritori: militari, medici e infermieri, ai quali si uniranno semplici cittadini – tra cui Rocco, Maria e Giuseppe – che, volontariamente, daranno sostegno ai più bisognosi. Da allora la vita degli abitanti dell’Irpinia non è più stata la stessa. … E dopo cadde la neve è un film drammatico del 2005, diretto da Donatella Baglivo, con Santi Bellina e Alba Cuomo.

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Apice

Apice-cortometraggio

Sono passati molti anni da quando il sisma del 1980 devastò l’Irpinia. In seguito la ricostruzione ne ha modificato profondamente la topografia, lasciando che le rovine testimoniassero la tragedia come dei musei a cielo aperto. Camminando tra queste pietre, immerse da tempo in un silenzio ottuso, si prova l’imbarazzante sensazione di essere osservati. Pietre che sembrano reclamare una propria anima, e che ora paiono inorridire per una visita inattesa… Un cortometraggio poetico girato in un luogo ormai immerso in un silenzio abissale.

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