Benvenuti, compagni di viaggio nelle terre inesplorate della settima arte. In un’epoca in cui gli algoritmi ci sussurrano cosa guardare, confinando i nostri gusti in comode bolle di contenuto, la vera cinefilia è diventata un atto di ribellione. È una caccia al tesoro, una spedizione archeologica tra i detriti digitali e gli archivi dimenticati. Ecco una selezione curata di film che incarnano perfettamente questa ricerca: opere che non troverete in homepage, pellicole che sfidano, disturbano e illuminano.
Il concetto di “film raro e introvabile” si è trasformato. Non si tratta più solo di una videocassetta fuori catalogo o di un Blu-ray a tiratura limitata. Oggi, un film può essere raro perché la sua estetica è troppo radicale, la sua narrazione troppo frammentata o la sua visione del mondo troppo intransigente per essere digerita dal mainstream. Questi sono i tesori del cinema indipendente, i capolavori sotterranei e le pellicole dimenticate del cinema d’autore che richiedono uno spettatore attivo, un esploratore disposto a perdersi per trovare qualcosa di autentico. Questa non è una lista, è una mappa.
Capitolo I: Radici dell’Altrove – Pionieri del Cinema Sperimentale e Underground
Prima che esistessero etichette come “indie” o “underground”, c’erano artisti che usavano la cinepresa non per raccontare storie, ma per forgiare nuovi linguaggi. Questi pionieri hanno smantellato la grammatica del cinema classico, esplorando i territori del sogno, del subconscio e del mito. Le loro opere, spesso nate con budget inesistenti e distribuite in circuiti carbonari, erano atti di pura avanguardia. La loro rarità iniziale, dettata da una forma ostica e da contenuti trasgressivi, è diventata la base del loro status di culto, dimostrando come il cinema che sfida il suo tempo finisce per definirne il futuro.
Meshes of the Afternoon (1943)
Una donna entra in casa, si addormenta su una poltrona e precipita in un incubo a spirale. All’interno di questo sogno, una serie di oggetti quotidiani – una chiave, un coltello, un telefono – diventano simboli minacciosi. La donna incontra versioni multiple di se stessa e una misteriosa figura ammantata con il volto a specchio, in un ciclo di eventi che si ripetono con variazioni sempre più sinistre, confondendo i confini tra realtà e subconscio.
Capolavoro seminale dell’avanguardia americana, Meshes of the Afternoon è il punto di origine di molto cinema a venire, in particolare quello di David Lynch. Realizzato da Maya Deren e suo marito Alexander Hammid, il cortometraggio è un “trance film” che traduce il linguaggio della psicoanalisi e del surrealismo in un’esperienza puramente cinematografica. La sua struttura ciclica e la sua logica onirica non erano solo un esperimento stilistico, ma un tentativo radicale di mappare la psiche femminile, trasformando lo spazio domestico in un labirinto di ansie e desideri repressi. È un’opera che ha reso la sua difficile reperibilità parte della sua leggenda, un rito di passaggio per chiunque voglia capire le radici del cinema sperimentale.
A Page of Madness (Kurutta Ippeiji) (1926)
In un manicomio, un anziano custode si prende cura della moglie malata, una delle pazienti. La visita della figlia, in procinto di sposarsi, scatena in lui un vortice di ricordi, sensi di colpa e fantasie. Il confine tra la sua realtà e le allucinazioni dei pazienti si dissolve in un caos di immagini espressioniste, danze frenetiche e maschere Nō, mentre l’uomo tenta disperatamente di salvare la moglie e la propria sanità mentale.
Considerato perduto per quasi 45 anni prima di essere riscoperto dal regista stesso nel suo capanno degli attrezzi, A Page of Madness è un fantasma del cinema muto, un’anomalia storica di una modernità sconcertante. Questo capolavoro dell’avanguardia giapponese, nato dalla collaborazione tra Teinosuke Kinugasa e il futuro premio Nobel per la letteratura Yasunari Kawabata, è un assalto ai sensi. La sua rarità è inscindibile dalla sua forma: girato senza didascalie, il film si affida a un montaggio febbrile, a sovrimpressioni e a una narrazione puramente visiva per immergere lo spettatore nella follia. È uno dei più puri e rari esempi di cinema d’avanguardia muto, un’esperienza che non va capita, ma vissuta.
Scorpio Rising (1963)
Il film segue i rituali di un gruppo di motociclisti, dalla meticolosa manutenzione delle loro moto cromate alla preparazione per una festa. Le immagini di mascolinità feticista, tra pelle nera e catene, sono montate in contrappunto con spezzoni di film su Gesù, fumetti e immagini di icone pop come Marlon Brando e James Dean. La narrazione è assente, sostituita da una colonna sonora ininterrotta di 13 canzoni pop dell’epoca.
Pietra miliare del cinema underground e queer, Scorpio Rising di Kenneth Anger è un cortometraggio che ha fatto la storia. Fu uno dei primi film a usare una colonna sonora pop non per accompagnare, ma per commentare e sovvertire le immagini, una tecnica oggi onnipresente. La sua miscela esplosiva di omoerotismo, iconografia occulta, simbolismo cristiano e fascino per il fascismo gli costò un processo per oscenità, che ne cementò lo status di opera maledetta e fondamentale. È un “death mirror”, uno specchio mortale puntato contro la cultura americana, che smaschera le mitologie della ribellione e della mascolinità con una potenza visiva che ancora oggi brucia.
The House is Black (Khaneh siah ast) (1963)
Questo cortometraggio documentario getta uno sguardo sulla vita all’interno di un lebbrosario in Iran. Le immagini, dirette e senza filtri, mostrano i volti e i corpi segnati dalla malattia, le routine quotidiane di cura, di gioco e di preghiera. La narrazione in voce fuori campo non è quella di un reporter distaccato, ma quella della regista stessa, la poetessa Forough Farrokhzad, che intreccia dati clinici con versi del Corano, dell’Antico Testamento e della sua stessa poesia.
Unico film diretto da una delle più grandi voci della letteratura persiana moderna, The House is Black è un’opera di un’umanità e di una potenza lirica sconvolgenti. È un documentario che trascende il suo genere, diventando un saggio visivo sulla sofferenza, la fede e la dignità. Farrokhzad non si limita a osservare, ma entra in comunione con i suoi soggetti, trovando la bellezza nell’ “bruttezza” e affermando la vita di fronte al decadimento. È un’opera fondamentale della New Wave iraniana, un film la cui rarità è pari solo alla sua profonda influenza, un faro di cinema poetico che ha ispirato generazioni di registi, tra cui Abbas Kiarostami.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione
Capitolo II: Visioni Inquietanti – L’Horror che Abita ai Margini
L’horror è il genere che più di ogni altro prospera nell’ombra, lontano dagli sguardi rassicuranti della produzione mainstream. Le opere che seguono sono incubi d’autore, esplorazioni viscerali delle ansie del loro tempo. Dal body horror giapponese alla paranoia psicologica americana, questi film usano il grottesco e il disturbante per parlare di alienazione, disintegrazione sociale e della fragilità della psiche umana. La loro natura estrema li ha spesso condannati a distribuzioni limitate, censure e incomprensioni, trasformandoli in oggetti di culto per cinefili coraggiosi.
Tetsuo: The Iron Man (1989)
Un salaryman giapponese, dopo aver investito accidentalmente un feticista del metallo, inizia a notare strane trasformazioni sul suo corpo. Piccoli frammenti metallici spuntano dalla sua pelle, e presto la sua carne inizia a fondersi con tubi, cavi e rottami, trasformandolo in un mostro biomeccanico. La sua metamorfosi lo porta a uno scontro inevitabile con il suo nemico, in una battaglia cyberpunk per le strade di Tokyo.
Girato in 16mm, in un bianco e nero sgranato e con un budget irrisorio, Tetsuo di Shinya Tsukamoto è un’esplosione di body horror e paranoia tecnologica. È il manifesto del cyberpunk giapponese, un film che attacca lo spettatore con un montaggio frenetico, una colonna sonora industriale martellante e immagini di una violenza visiva inaudita. La trasformazione del protagonista è una metafora potentissima dell’alienazione urbana e della paura di perdere la propria identità in una società iper-tecnologica. Un film estremo, difficile da reperire per anni, che ha definito un’intera estetica e rimane uno dei più importanti film underground da scoprire.
Begotten (1989)
Il film si apre con una figura divina che si suicida sventrandosi. Dalle sue spoglie nasce Madre Terra, che si insemina con il suo seme e dà alla luce il Figlio della Terra, un essere deforme e tremante. Abbandonato in un paesaggio desolato, il Figlio della Terra viene trovato da un gruppo di nomadi senza volto che lo torturano e lo uccidono, in un ciclo brutale di creazione, sofferenza e distruzione.
Begotten non è un film, è un artefatto maledetto. Il regista E. Elias Merhige ha sottoposto la pellicola a un processo chimico e ottico per distruggerla e poi ri-fotografarla, frame by frame, conferendole un aspetto granuloso, bruciato, come se fosse un reperto archeologico di un’altra dimensione. Privo di dialoghi, il film è un’allegoria mitologica muta e terrificante. La sua estetica estrema e la sua narrazione impenetrabile ne hanno garantito una distribuzione quasi inesistente, rendendolo uno dei film più rari e difficili da vedere, un oggetto di culto la cui forma e il cui contenuto sono un’unica, inscindibile esperienza di cinema radicale.
Angst (1983)
Un serial killer viene rilasciato di prigione e vaga senza meta, consumato dal desiderio di uccidere di nuovo. Entra in una casa isolata e prende in ostaggio una famiglia: una donna, sua figlia e il figlio disabile. Il film segue, in tempo reale e dal punto di vista del killer, il brutale massacro, narrato dalla sua stessa voce fuori campo che descrive con freddezza i suoi pensieri e le sue pulsioni.
L’unico lungometraggio del regista austriaco Gerald Kargl è uno dei film più disturbanti e tecnicamente radicali mai realizzati. Basato sulla storia vera del pluriomicida Werner Kniesek, Angst fu bandito in gran parte d’Europa per la sua violenza realistica e senza compromessi. Ciò che lo rende un capolavoro underground è la sua innovativa fotografia: utilizzando una SnorriCam (una telecamera legata al corpo dell’attore) e lunghi piani sequenza, il film ci costringe a vivere l’orrore attraverso gli occhi del mostro. È un’esperienza cinematografica viscerale e claustrofobica, un’immersione totale nella psiche di un assassino che ha influenzato registi come Gaspar Noé e che rimane un’opera rara e sconvolgente.
In a Glass Cage (Tras el cristal) (1986)
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, un ex medico nazista che torturava bambini in un campo di concentramento vive in Spagna, paralizzato e confinato in un polmone d’acciaio. La sua vita immobile viene sconvolta dall’arrivo di un giovane enigmatico che si offre come suo infermiere. Il ragazzo si rivela essere una delle sue ex vittime, tornato per mettere in atto una vendetta lenta e psicologica, ricreando gli orrori del passato e trascinando nell’abisso anche la moglie e la figlia del dottore.
L’opera prima dello spagnolo Agustí Villaronga è un film di una crudeltà psicologica quasi insostenibile. In a Glass Cage esplora i temi della memoria, del trauma e del ciclo inarrestabile della violenza con uno stile elegante e glaciale che rende l’orrore ancora più disturbante. A causa dei suoi temi controversi, tra cui nazismo e abusi su minori, il film ha avuto una distribuzione estremamente limitata ed è rimasto per anni un oggetto di culto per pochi. È un dramma da camera che si trasforma in un horror esistenziale, dove la “gabbia di vetro” del polmone d’acciaio diventa una metafora potentissima della prigionia della storia e della colpa.
The Cremator (Spalovač mrtvol) (1969)
Nella Praga degli anni ’30, alla vigilia dell’invasione nazista, Karel Kopfrkingl è il devoto direttore di un crematorio. Ossessionato dalla sua visione della morte come liberazione della sofferenza, e influenzato dalla filosofia tibetana, vede il suo lavoro come una missione spirituale. Quando un vecchio amico lo introduce all’ideologia nazista, la sua macabra filosofia si allinea perfettamente con la Soluzione Finale, trasformandolo da un eccentrico borghese a un mostro.
Questo gioiello nero della New Wave cecoslovacca è una delle più agghiaccianti allegorie sul fascismo mai realizzate. Diretto da Juraj Herz con uno stile espressionista e disorientante, pieno di lenti fish-eye, montaggi rapidi e primi piani grotteschi, The Cremator è un horror psicologico intriso di umorismo nero. È un perfetto esempio di cinema dell’Europa dell’Est, un film che utilizza il genere per una critica politica feroce. La discesa nella follia del protagonista è un ritratto terrificante di come la banalità del male possa attecchire in un uomo comune, spinto dall’ambizione e da una logica perversa.
Let’s Scare Jessica to Death (1971)
Jessica, una donna mentalmente fragile, viene dimessa da un istituto psichiatrico e si trasferisce in una vecchia casa di campagna con il marito e un amico. Sperando di trovare pace, si ritrova invece in un incubo. La casa sembra essere abitata da una misteriosa ragazza dai capelli rossi, e gli abitanti della cittadina vicina, tutti anziani e ostili, la guardano con sospetto. Jessica non sa più se sta impazzendo di nuovo o se una forza vampiresca sta davvero prendendo il controllo della sua vita.
Un capolavoro del folk horror americano degli anni ’70, questo film è un esercizio magistrale di ambiguità e paranoia. Il suo status di cult deriva dalla sua capacità di immergere lo spettatore nella prospettiva inaffidabile della protagonista. Non sappiamo mai cosa sia reale e cosa sia frutto della sua mente instabile, rendendolo un potente studio sul gaslighting e sulla fragilità psicologica. È anche un’elegia malinconica per la fine del sogno hippie, con i suoi protagonisti che cercano di fuggire dalla città per creare una comune, solo per scontrarsi con un passato conservatore e mortifero che non può essere sradicato.
Capitolo III: Mappe del Mondo Nascosto – Gemme Introvabili dalle Cinematografie Globali
Il cinema è un linguaggio universale, ma ogni cultura lo parla con il proprio, inconfondibile accento. Questo capitolo è un viaggio attraverso cinematografie nazionali che, pur avendo prodotto opere di importanza capitale, rimangono spesso ai margini delle mappe cinefile occidentali. Dalla satira post-coloniale africana alla New Wave di Hong Kong, passando per il realismo poetico iraniano, questi film dimostrano come l’alienazione, la ribellione e la critica sociale trovino forme diverse e potenti in ogni angolo del mondo.
Valerie and Her Week of Wonders (Valerie a týden divů) (1970)
La tredicenne Valerie vive con la sua severa nonna in un villaggio da fiaba. Con l’arrivo del suo primo ciclo mestruale, il mondo intorno a lei si trasforma in un paesaggio onirico e pericoloso. Vampiri, preti lascivi e creature bizzarre popolano una settimana di meraviglie e terrori, in cui Valerie deve navigare tra i pericoli del desiderio e il mistero della sua stessa famiglia, aiutata da un paio di orecchini magici.
Un altro gioiello surreale della New Wave cecoslovacca, Valerie and Her Week of Wonders è una fiaba gotica sul risveglio sessuale femminile. Il regista Jaromil Jireš crea un mondo visivamente sontuoso e narrativamente labirintico, dove la logica del sogno prevale su quella della realtà. È un film che, con la sua estetica lirica e le sue allusioni anticlericali, rappresentava una forma di dissenso poetico contro il realismo socialista imposto dal regime. Questo oscuro film cult dell’Europa dell’Est è un’esperienza visiva incantevole e perturbante, un Alice nel Paese delle Meraviglie immerso nel folklore e nell’erotismo.
Where is the Friend’s Home? (Khaneh-ye dust kojast?) (1987)
Il piccolo Ahmed si accorge di aver preso per errore il quaderno del suo compagno di classe. Sapendo che l’amico rischia l’espulsione se non farà i compiti, Ahmed ignora i divieti della madre e intraprende un viaggio a piedi verso il villaggio vicino per restituirglielo. La sua semplice missione si trasforma in un’odissea attraverso un mondo di adulti indifferenti, confusi o distratti dalle loro regole incomprensibili.
Il film che ha rivelato al mondo il genio di Abbas Kiarostami e ha dato il via alla New Wave iraniana è un’opera di una semplicità e di una profondità disarmanti. Con uno stile che fonde realismo documentaristico e poesia visiva, Kiarostami trasforma la determinazione di un bambino in una potente parabola sulla responsabilità, l’amicizia e l’assurdità delle convenzioni sociali. È un capolavoro di cinema umanista, un film che dimostra come una narrazione minimale possa contenere le verità più grandi. La sua iniziale, limitata distribuzione lo ha reso un tesoro da scoprire, una porta d’accesso a una delle cinematografie più importanti del mondo.
Xala (1975)
El Hadji Abdoukader Beye è un ricco e corrotto uomo d’affari senegalese che, per ostentare il suo status, decide di prendere una terza moglie, molto più giovane. La notte delle nozze, però, scopre di essere stato colpito dalla “xala”, una maledizione che lo rende impotente. Inizia così un disperato e umiliante pellegrinaggio tra guaritori e ciarlatani per recuperare la sua virilità, mentre il suo impero economico e la sua reputazione iniziano a crollare.
Padre del cinema africano, Ousmane Sembène firma una satira feroce e brillante sulla borghesia post-coloniale. Xala utilizza la metafora dell’impotenza sessuale per denunciare l’impotenza politica e culturale di una classe dirigente che ha abbandonato le proprie tradizioni per imitare goffamente i modi degli ex colonizzatori francesi. È un film divertente e spietato, uno dei più importanti film di registi africani, che espone le contraddizioni di una nazione in bilico tra modernità e tradizione, indipendenza e neocolonialismo. Un’opera fondamentale, a lungo difficile da vedere, che rimane di un’attualità sconcertante.
At Midnight I’ll Take Your Soul (À Meia-Noite Levarei Sua Alma) (1964)
In una piccola e superstiziosa cittadina brasiliana, il becchino Zé do Caixão (Coffin Joe) è un uomo crudele e blasfemo che terrorizza la comunità. Ossessionato dall’idea di generare un figlio perfetto per garantire la continuità del suo sangue superiore, e convinto che sua moglie sia sterile, la uccide. Inizia così una ricerca sanguinosa per trovare la donna “perfetta” per i suoi scopi, senza fermarsi di fronte a nulla.
Il primo film horror brasiliano è anche l’atto di nascita di una delle più grandi icone del cinema di culto: Coffin Joe. Interpretato, scritto e diretto dal geniale e iconoclasta José Mojica Marins, Zé do Caixão è un antieroe nietzschiano, un sadico intellettuale con unghie lunghissime e cilindro che disprezza la religione e la morale comune. Il film, incredibilmente grafico e scioccante per l’epoca, fu una bomba lanciata contro il perbenismo della società brasiliana, un’opera rara e blasfema che ha dato vita a un universo cinematografico unico.
Dangerous Encounters of the First Kind (1980)
Tre giovani annoiati e disadattati passano il tempo a costruire piccole bombe. La loro vita prende una piega ancora più pericolosa quando incontrano Pearl, una ragazza sociopatica e violenta che li spinge a compiere atti sempre più estremi. Il gruppo si ritrova coinvolto in un affare di armi con dei veterani americani, scatenando un’escalation di violenza nichilista e senza speranza per le strade di Hong Kong.
Uno dei film più controversi e potenti della New Wave di Hong Kong, l’opera di Tsui Hark è un pugno nello stomaco. Con la sua estetica grezza, la violenza esplicita e un profondo senso di disperazione, il film catturava perfettamente l’ansia di una generazione di giovani hongkonghesi schiacciati tra il colonialismo britannico e l’imminente ritorno alla Cina. Censurato pesantemente dalle autorità britanniche per i suoi contenuti sovversivi, il film è un grido di rabbia anarchico e disperato, un capolavoro del cinema d’azione politico che rimane una delle opere più rare e significative di quel movimento cinematografico.
Wake in Fright (1971)
John Grant, un giovane insegnante, rimane bloccato per un fine settimana in una sperduta e soffocante cittadina mineraria dell’outback australiano. Quella che doveva essere solo una sosta di una notte si trasforma in una discesa agli inferi. Travolto dall’ospitalità aggressiva e alcolica dei locali, John perde tutti i suoi soldi al gioco e viene risucchiato in un vortice di bevute, risse e una brutale caccia al canguro, perdendo la sua identità e la sua stessa umanità.
Conosciuto anche come “il grande film australiano perduto”, Wake in Fright è un’opera che, dopo la sua uscita, è praticamente scomparsa per decenni, fino a un miracoloso restauro. È una critica spietata e terrificante della mascolinità tossica e della cultura dell’outback. Il film non è un horror convenzionale; il suo terrore è psicologico ed esistenziale, derivante dalla completa disintegrazione di un uomo civilizzato di fronte a una barbarie primordiale. La sua fama di film “maledetto” e ritrovato ne amplifica la potenza, rendendolo un’esperienza visiva indimenticabile e profondamente inquietante.
Capitolo IV: Voci Controcorrente – Ritratti di Alienazione e Ribellione
. Questo capitolo è dedicato a film costruiti attorno a protagonisti iconoclasti, le cui odissee personali diventano potenti commentari sul loro tempo. Sono ritratti di alienazione e ribellione, opere guidate da performance attoriali memorabili e dalla visione intransigente di registi che non hanno paura di guardare nell’abisso dell’animo umano.
El Topo (1970)
Un pistolero vestito di nero, El Topo, viaggia attraverso un deserto surreale con il figlio nudo. Per dimostrare il suo valore, sfida e uccide i quattro grandi maestri pistoleri del deserto. Tradito e lasciato per morto, viene salvato da una comunità di emarginati deformi che vivono in una caverna. Rinato, decide di liberarli, intraprendendo un nuovo cammino di redenzione che culmina in un massacro e nel suo auto-sacrificio.
Il film che ha dato vita al fenomeno dei “midnight movies”, El Topo di Alejandro Jodorowsky è un’opera inclassificabile. È un “Acid Western” che fonde la violenza dello spaghetti western con il simbolismo biblico, la filosofia orientale e l’immaginario psichedelico. Più che una storia, è un viaggio iniziatico, un’allegoria sulla ricerca spirituale che rifiuta ogni logica narrativa convenzionale. La sua rarità iniziale, legata alla sua natura estrema e a dispute legali, ha alimentato il suo status di film di culto per eccellenza, un’esperienza cinematografica totale che ha ridefinito i confini del possibile.
The Killing of a Chinese Bookie (1976)
Cosmo Vitelli è l’orgoglioso proprietario di un modesto strip club a Los Angeles. Si considera un artista e tratta le sue spogliarelliste come parte di uno spettacolo raffinato. Tuttavia, una grave perdita al gioco lo mette in debito con la mafia, che per saldare il conto lo costringe a uccidere un allibratore cinese. Quello che sembra un semplice compito si trasforma in un incubo esistenziale che mette a nudo la fragilità del suo mondo.
L’incursione di John Cassavetes nel film noir è, come tutto il suo cinema, qualcosa di unico. Lontano dai cliché del genere, questo è un film sottovalutato del periodo della New Hollywood degli anni ’70 che decostruisce la figura del duro, mostrando la disperata performance di mascolinità di un uomo che cerca di mantenere il controllo mentre tutto crolla. Fu un fiasco commerciale, tanto che Cassavetes ne realizzò una versione più corta due anni dopo. La versione originale, più lunga e meditativa, è un capolavoro di cinema indipendente, un ritratto malinconico e teso di un uomo la cui vera lotta non è contro i gangster, ma contro il vuoto della propria esistenza.
Naked (1993)
Dopo aver aggredito una donna in un vicolo di Manchester, Johnny, un vagabondo colto, nichilista e verboso, fugge a Londra e si rifugia a casa della sua ex ragazza. Da lì, inizia un’odissea notturna attraverso una città desolata, incontrando una serie di personaggi disperati e solitari. Con la sua intelligenza affilata e la sua crudeltà verbale, Johnny seduce, tormenta e pontifica, lasciando una scia di caos emotivo.
Il capolavoro controverso di Mike Leigh è uno dei ritratti più potenti e desolanti della Gran Bretagna post-Thatcher. Ancorato a una performance monumentale di David Thewlis, Naked è un film che ha suscitato accesi dibattiti per la sua rappresentazione della misoginia. Ma Johnny è più di un semplice misogino; è un profeta dell’apocalisse, un intellettuale fallito la cui rabbia è il sintomo di un malessere sociale più profondo. È un film difficile, verboso e spesso brutale, un’opera fondamentale del cinema indipendente britannico che non offre risposte facili, ma pone domande terribilmente scomode.
Gummo (1997)
A Xenia, Ohio, una cittadina devastata da un tornado, un gruppo di adolescenti disadattati passa il tempo in modi bizzarri e distruttivi. Due ragazzi cacciano e uccidono gatti randagi per venderli a un ristorante locale; un ragazzo muto vaga indossando solo orecchie da coniglio; le sorelle Dot e Helen si depilano le sopracciglia e si mettono il nastro adesivo sui capezzoli. Non c’è una trama, solo una serie di vignette che compongono un ritratto crudo e surreale della desolazione.
L’esordio alla regia di Harmony Korine, già sceneggiatore di Kids, è un atto di terrorismo cinematografico. Gummo rifiuta la narrazione tradizionale per offrire un collage di immagini scioccanti, poetiche e grottesche. È un film che ha diviso la critica come pochi altri, accusato di sfruttare e deridere la povertà. In realtà, è un’opera radicalmente empatica, un tentativo di creare un’estetica che rispecchi la vita frammentata e senza scopo dei suoi personaggi. È un film di culto fondamentale per capire il cinema indipendente americano degli anni ’90.
Man Bites Dog (C’est arrivé près de chez vous) (1992)
Una troupe di documentaristi segue la vita quotidiana di Ben, un serial killer carismatico, colto e spiritoso. Mentre filmano le sue “imprese” – che includono omicidi, rapine e monologhi su arte e architettura – i registi passano da osservatori passivi a complici attivi, aiutando Ben a trasportare cadaveri e partecipando persino a un’aggressione. La linea tra documentario e crimine svanisce completamente.
Questo finto documentario belga è una delle satire più nere e intelligenti mai realizzate sulla fascinazione dei media per la violenza. Girato in un bianco e nero grezzo e a basso costo, il film anticipa profeticamente l’era dei reality show e del voyeurismo mediatico. La sua genialità sta nel rendere il killer un personaggio affascinante, costringendo lo spettatore a interrogarsi sulla propria complicità. Vincitore del Premio della Critica a Cannes, è un film controverso che ha avuto una distribuzione limitata, ma il cui impatto e la cui rilevanza sono cresciuti esponenzialmente nel tempo.
Capitolo V: Anomalie, Culti e Curiosità Cinematografiche
Infine, un’immersione nel bizzarro. Questa sezione è dedicata a film che sfuggono a ogni categoria, opere uniche nate da visioni singolari, storie produttive assurde o sperimentazioni formali estreme. . Questi sono i veri oggetti di culto, amati proprio per la loro irripetibile stranezza.
Fantastic Planet (La Planète sauvage) (1973)
Sul pianeta Ygam, gigantesche creature blu chiamate Draag dominano la società. Essi tengono come animali domestici degli esseri molto più piccoli: gli umani, chiamati Om. Un giovane Om di nome Terr, cresciuto come animale da compagnia, riesce a fuggire portando con sé un dispositivo per l’apprendimento dei Draag. Con questa conoscenza, guida una ribellione degli Om selvaggi contro i loro oppressori.
Questo capolavoro dell’animazione franco-cecoslovacca è un’esperienza visiva psichedelica e indimenticabile. Realizzato con la tecnica dell’animazione a passo uno (cut-out animation) e disegnato dal surrealista Roland Topor, il film è una potente allegoria sull’oppressione, il razzismo e la conoscenza come strumento di liberazione. La sua estetica unica, con paesaggi alieni e creature fantastiche, lo ha reso un film di fantascienza animato raro e indipendente, un cult senza tempo la cui bellezza bizzarra è pari alla profondità del suo messaggio politico e filosofico.
Phase IV (1974)
A seguito di un misterioso evento cosmico, le formiche del deserto dell’Arizona sviluppano un’intelligenza collettiva e iniziano a comportarsi in modo strano, costruendo monoliti geometrici. Due scienziati si chiudono in un laboratorio a cupola iper-tecnologico per studiarle, ma si ritrovano presto assediati. La loro guerra contro gli insetti diventa una battaglia intellettuale, in cui le formiche sembrano essere sempre un passo avanti.
Unico lungometraggio diretto dal leggendario designer Saul Bass (celebre per i titoli di testa di Hitchcock e Scorsese), Phase IV è un film di fantascienza dimenticato degli anni ’70, unico nel suo genere. È un’opera fredda, cerebrale e visivamente sbalorditiva, che tratta i suoi antagonisti insetti non come mostri, ma come un’intelligenza aliena e incomprensibile. Con la sua incredibile micro-fotografia di vere formiche e un finale criptico e psichedelico (a lungo tagliato e solo recentemente riscoperto), è un cult movie che unisce l’horror ecologico alla fantascienza filosofica.
World on a Wire (Welt am Draht) (1973)
In un futuro prossimo, un istituto di cibernetica crea Simulacron, un mondo virtuale popolato da migliaia di “unità d’identità” inconsapevoli di essere solo un programma. Quando il capo del progetto muore misteriosamente, il suo successore, Fred Stiller, inizia a indagare. Si imbatte in una cospirazione e in una serie di eventi inspiegabili che lo portano a dubitare della sua stessa realtà. E se anche il suo mondo fosse una simulazione?
Realizzato per la televisione tedesca e praticamente invisibile per decenni, questo capolavoro di Rainer Werner Fassbinder è stato riscoperto e restaurato, rivelandosi un’opera di fantascienza incredibilmente preveggente. Anticipando di oltre 25 anni temi resi celebri da The Matrix, Fassbinder usa il pretesto sci-fi per mettere in scena i suoi temi ricorrenti: la paranoia, la manipolazione, l’identità e il potere. Con il suo stile visivo unico, fatto di specchi, riflessi e una messa in scena glaciale, è un’opera fondamentale, un film “perduto” che si è rivelato uno dei più importanti del suo genere.
Vernon, Florida (1981)
Questo documentario è un ritratto corale degli eccentrici abitanti di Vernon, una piccola e isolata cittadina nelle paludi della Florida. Tra i personaggi intervistati ci sono un cacciatore di tacchini che filosofeggia sulla vita, un uomo ossessionato dal far crescere vermi, un poliziotto annoiato e un predicatore che mostra come tenere in mano una tartaruga azzannatrice. Non c’è una trama, solo una serie di monologhi surreali e affascinanti.
L’opera di Errol Morris è una delle più strane e meravigliose del cinema documentario. Il film nacque da un progetto ancora più bizzarro: un’inchiesta su Vernon, soprannominata “Nub City” (la città dei moncherini), perché molti dei suoi abitanti si automutilavano per frodare le assicurazioni. Minacciato di morte, Morris abbandonò l’idea e si concentrò invece sulla poesia involontaria e sulla filosofia strampalata dei suoi abitanti. Il risultato è un film esilarante e profondamente umano, un capolavoro sull’eccentricità americana.
The Astrologer (1975)
Craig, un astrologo da baraccone, scopre di avere veri poteri psichici. Dopo un’avventura che lo porta in Kenya a contrabbandare diamanti, torna in America e costruisce un impero mediatico basato sull’astrologia, producendo persino un film di successo sulla sua vita intitolato The Astrologer. Ma la fama e la ricchezza lo portano a una spirale di megalomania, tradimenti e violenza, destinata a concludersi in tragedia.
Per decenni, The Astrologer è stato un vero e proprio film perduto, un “santo graal” per gli amanti del cinema bizzarro. Scritto, diretto e interpretato dal misterioso Craig Denney, è un “vanity project” di proporzioni epiche, un’opera tanto ambiziosa quanto incredibilmente maldestra. La sua rarità era dovuta a problemi legali legati all’uso non autorizzato di musiche dei Moody Blues. Riscoperto e digitalizzato, il film si è rivelato un capolavoro involontario di cinema outsider, un’avventura sconclusionata e narcisistica che deve essere vista per essere creduta.
Computer Chess (2013)
All’inizio degli anni ’80, un gruppo di programmatori informatici, tutti uomini tranne una donna, si riunisce in un hotel per un torneo di scacchi tra computer. Tra discussioni tecniche, bug dei software e rivalità accademiche, i nerd si trovano a condividere l’hotel con un gruppo di terapia di coppia new age, creando una collisione di culture. Nel frattempo, uno dei programmi inizia a comportarsi in modo imprevedibile, forse sviluppando una propria intelligenza.
Girato interamente con videocamere analogiche Sony d’epoca, in un bianco e nero sgranato e a bassa risoluzione, Computer Chess è un’opera unica nel panorama del cinema indipendente recente. Il regista Andrew Bujalski, pioniere del movimento mumblecore, ricrea perfettamente l’estetica e l’atmosfera di un’epoca passata. È una commedia esilarante e malinconica sull’alba dell’era digitale, un film a bassissimo budget con una distribuzione limitata che usa la sua forma lo-fi non come un vezzo, ma come parte integrante del suo racconto sull’imperfezione umana e tecnologica.
Taxidermia (2006)
Il film racconta la storia di tre generazioni di una famiglia ungherese. Il nonno, un soldato durante la Seconda Guerra Mondiale, è un pervertito consumato da fantasie sessuali. Il padre, durante l’era comunista, diventa un campione di abbuffate agonistiche. Il figlio, nell’era post-comunista, è un tassidermista magro e ascetico che, in un ultimo atto artistico, decide di imbalsamare se stesso.
Questo film ungherese di György Pálfi è un’allegoria grottesca e surreale della storia del XX secolo. Utilizzando un body horror estremo e un umorismo nerissimo, Taxidermia esplora i temi del corpo, del desiderio e della morte come metafore delle patologie politiche e sociali dell’Ungheria. È un film visivamente sbalorditivo, scioccante e difficile da digerire, un capolavoro del cinema dell’Europa dell’Est che ha guadagnato uno status di culto per la sua originalità e la sua audacia senza compromessi. Un’opera rara che spinge i confini del cinema e dello stomaco.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione

