Il cinema ha sempre usato la malattia per raccontare storie di grande impatto emotivo. L’immaginario collettivo è segnato da opere strazianti, drammi familiari e battaglie per la sopravvivenza che ci hanno commosso e fatto riflettere. Queste narrazioni, spesso incentrate sulla resilienza, la catarsi e la potenza dei legami umani di fronte alla tragedia, sono diventate pilastri del genere.
Ma la malattia è anche una lente radicale attraverso cui decostruire l’identità, criticare la società ed esplorare i confini estremi della condizione umana. Esiste un cinema che non offre sguardi sentimentali, ma crudi, che usa la fragilità umana per indagare l’abisso. Questi film trasformano il corpo in un campo di battaglia, la mente in un labirinto e la malattia in una forma di verità sconvolgente.
Questa guida è un viaggio attraverso l’intero spettro. È un percorso che unisce i grandi capolavori che hanno definito il genere ai più audaci film indipendenti. Dalle cronache del lento svanire alle prigioni psicologiche create dalla famiglia, scopriremo come la malattia, sullo schermo, possa diventare un’esperienza cinematografica tanto necessaria quanto indimenticabile.
Parte I: Labirinti della Mente – Ritratti della Sofferenza Psicologica
Il cinema che esplora la sofferenza psicologica spesso rifiuta la rappresentazione esterna e sensazionalistica per tentare un’impresa ben più ardua: immergere lo spettatore nell’esperienza soggettiva di una coscienza che si frammenta. Utilizzando l’intero arsenale del linguaggio cinematografico – dal sound design alla struttura narrativa – questi film trasformano la macchina da presa in un sismografo dell’anima, registrando le scosse interiori che definiscono il disturbo mentale.
Si può osservare una netta evoluzione in questo approccio. Opere pionieristiche come quelle di John Cassavetes e Robert Altman utilizzano uno stile quasi documentaristico o surreale per creare un’osservazione intensa e intima del crollo di un personaggio; siamo vicini, ma pur sempre spettatori. In seguito, registi come Lodge Kerrigan in Clean, Shaven ci spingono oltre, utilizzando un paesaggio sonoro soggettivo per farci “sentire” le allucinazioni uditive del protagonista. Infine, un film come The Father di Florian Zeller arma la narrazione stessa, modificando scenografie e attori per far sì che l’esperienza cognitiva dello spettatore rispecchi la demenza del suo personaggio. È un passaggio cruciale dalla simpatia a un’empatia più profonda e destabilizzante, che costringe il pubblico a condividere, anche solo per un istante, il caos della mente.
Persona (1966)
Elisabet, un’attrice di successo, ammutolisce improvvisamente e viene affidata alle cure di Alma, una giovane infermiera, in una casa isolata sul mare. Durante la loro convivenza, il silenzio di Elisabet costringe Alma a un monologo confessionale che porta le loro identità a confondersi e a fondersi in modo inquietante, mettendo in discussione la natura stessa del sé.
. La “persona” junghiana, la maschera sociale che indossiamo, si sgretola nel silenzio di Elisabet, lasciando emergere un vuoto terrificante. Il film è un’indagine sulla dualità, sul trasferimento psicologico e sulla violenza dello spirito, dove il confine tra due individui si dissolve fino a suggerire che possano essere aspetti contraddittori di un’unica psiche. La malattia di Elisabet è un atto di rifiuto radicale, un’arma contro la falsità del mondo che finisce per consumare anche l’anima apparentemente semplice di Alma.
Images (1972)
Cathryn, un’autrice di libri per bambini mentalmente instabile, si ritira con il marito in una casa isolata in Irlanda. Qui, la sua percezione della realtà si frantuma. Inizia a vedere e interagire con i suoi ex amanti defunti e con un doppelgänger di se stessa, perdendo la capacità di distinguere tra allucinazione e realtà, con conseguenze tragiche e violente.
Robert Altman costruisce un thriller psicologico che è anche uno dei più disorientanti ritratti della schizofrenia mai realizzati. Attraverso una narrazione deliberatamente confusa e la presenza di doppelgänger, il film cancella ogni confine tra il reale e l’immaginario, non solo per Cathryn ma anche per lo spettatore. Images non si limita a “mostrare” la malattia; ci intrappola al suo interno. La suspense non deriva da una minaccia esterna, ma dall’implosione della mente della protagonista, rendendo il film un’esperienza immersiva e terrificante nella solitudine della follia.
Una moglie (1974)
Mabel Longhetti è una moglie e madre amorevole la cui eccentricità e il cui comportamento sempre più instabile mettono a dura prova la pazienza del marito Nick e della sua famiglia. Incapace di conformarsi alle aspettative sociali, Mabel sprofonda in un crollo psicologico che la porta al ricovero, rivelando la fragilità di un amore messo di fronte all’incomprensione e alla pressione del conformismo.
Con uno stile crudo da cinéma vérité, John Cassavetes e una monumentale Gena Rowlands non diagnosticano una patologia, ma mettono in scena il disperato e fallimentare tentativo di comunicazione di una donna soffocata dal suo ambiente domestico. Il “disturbo” di Mabel non è una condizione clinica astratta, ma la manifestazione fisica di un’anima che non trova spazio per esprimersi. Il film è una critica feroce alle rigide norme sociali e di genere, dove la “follia” diventa l’unica, tragica forma di autenticità possibile.
Clean, Shaven (1993)
Peter Winter, un uomo affetto da schizofrenia, viene dimesso da un istituto psichiatrico e si mette alla ricerca della figlia, data in adozione. Perseguitato da incessanti allucinazioni uditive e da una paranoia opprimente, il suo viaggio nel mondo esterno è un’odissea terrificante. La sua lotta per riconnettersi con la figlia si scontra con una realtà che non riesce a decifrare e con il sospetto di essere un assassino di bambini.
Il capolavoro di Lodge Kerrigan è un punto di svolta nella rappresentazione cinematografica della malattia mentale. Invece di osservare la schizofrenia dall’esterno, il film ci catapulta al suo interno attraverso un uso rivoluzionario del sound design soggettivo. I ronzii, le voci distorte e i rumori assordanti non sono un effetto, ma la realtà percettiva di Peter. Clean, Shaven crea così un’esperienza di empatia radicale e terrificante, costringendoci a vivere l’ansia e la confusione di una mente assediata, rendendo impossibile giudicare e indispensabile ascoltare.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione
Julien Donkey-Boy (1999)
Julien è un giovane schizofrenico che vive in una famiglia estremamente disfunzionale, dominata da un padre autoritario e bizzarro. Lavora in una scuola per non vedenti e cerca di dare un senso al suo mondo interiore caotico, fatto di voci e visioni. La sua vita frammentata, tra momenti di tenerezza con la sorella incinta e violenti scontri con il padre, precipita verso una tragedia inevitabile.
Harmony Korine, aderendo ai principi del manifesto Dogme 95, adotta uno stile visivo granuloso, sgrammaticato e volutamente grezzo che non si limita a descrivere la schizofrenia, ma la incarna. La struttura narrativa frammentata, le immagini a bassa definizione e le performance quasi documentaristiche riflettono il caos percettivo di Julien. Il film diventa così un esperimento radicale in cui l’estetica non è una scelta stilistica, ma la diretta emanazione di uno stato psicologico, confondendo il confine tra cinema e fenomenologia della malattia.
Melancholia (2011)
Il film è diviso in due parti, incentrate su due sorelle. La prima, “Justine”, segue il catastrofico ricevimento di nozze di una donna che sprofonda in una grave depressione. La seconda, “Claire”, vede le due sorelle affrontare la fine del mondo, minacciato dalla collisione con un pianeta errante chiamato Melancholia. Paradossalmente, mentre il mondo precipita nel panico, Justine trova una strana calma e lucidità.
Lars von Trier utilizza l’apocalisse come una grandiosa e cosmica metafora di un episodio depressivo. La malattia di Justine non è un ostacolo, ma una lente che le permette di vedere la realtà senza le illusioni che sostengono le persone “sane”. La sua calma di fronte all’annientamento totale non è nichilismo, ma la lucida accettazione di una verità che la sua depressione le aveva già svelato: tutto è vuoto. Melancholia è un’opera visivamente sontuosa che sovverte il genere catastrofico per esplorare la desolazione e la strana forza che si possono trovare negli abissi della psiche.
Take Shelter (2011)
Curtis, un operaio dell’Ohio con una moglie e una figlia sorda, inizia ad avere terrificanti sogni e visioni di una tempesta apocalittica. Incerto se si tratti di premonizioni reali o dei primi sintomi della schizofrenia paranoide che ha colpito sua madre, Curtis diventa ossessionato dalla costruzione di un rifugio anti-tornado, rischiando il lavoro, il matrimonio e la sua stessa sanità mentale.
Il film di Jeff Nichols è un capolavoro di ambiguità che trasforma la potenziale malattia mentale in una potente allegoria dell’ansia contemporanea. Lo spettatore è posto nella stessa posizione di Curtis: non sappiamo se fidarci della sua percezione o etichettarla come follia. Questa tensione irrisolta rende Take Shelter un’esplorazione incredibilmente potente della paura, della responsabilità maschile e del terrore di non poter proteggere la propria famiglia da minacce invisibili, siano esse psicologiche, economiche o ambientali.
The Father (2020)
Anthony, un uomo anziano e orgoglioso, rifiuta l’aiuto della figlia Anne nonostante la sua memoria inizi a vacillare. Mentre la sua mente si deteriora, la sua percezione della realtà diventa un labirinto inestricabile: volti familiari diventano estranei, la disposizione del suo appartamento cambia inspiegabilmente e il tempo perde ogni linearità, trascinando anche lo spettatore nella sua stessa, straziante confusione.
Florian Zeller compie un’operazione cinematografica geniale: non racconta la demenza, la fa vivere. La struttura non lineare del film, con attori che cambiano ruolo e scenografie che si modificano impercettibilmente, non è un vezzo stilistico, ma l’incarnazione formale della malattia. Lo spettatore è costretto a condividere il disorientamento e la frustrazione di Anthony, provando sulla propria pelle la perdita di ogni certezza. The Father è un’esperienza immersiva e devastante che ridefinisce il modo in cui il cinema può rappresentare il crollo della mente.
Parte II: La Carne Ribelle – Il Corpo come Campo di Battaglia
Il body horror trascende il semplice shock per diventare un linguaggio viscerale e potente. Qui, la trasformazione grottesca del corpo non è fine a se stessa, ma serve ad articolare temi complessi come il trauma, il desiderio represso, il controllo sociale e la terrificante dissoluzione del sé. La carne diventa un testo su cui vengono scritte le paure e le ribellioni più profonde.
In particolare, emerge una corrente significativa che utilizza il body horror per esplorare il trauma e l’agentività femminile. Mentre registi come David Cronenberg o David Lynch usano la mutazione corporea per indagare le ansie maschili legate alla tecnologia e alla procreazione, film con protagoniste femminili spesso ribaltano questa prospettiva. La celebre scena della metropolitana in Possession è la manifestazione fisica del trauma coniugale. La pica in Swallow è un atto disperato per reclamare l’autonomia corporea in una prigione patriarcale. I film di Julia Ducournau, Raw e Titane, collegano esplicitamente la mutazione del corpo al risveglio sessuale femminile e a un violento rifiuto delle norme sociali. In questo cinema, l’orrore non è una minaccia esterna da sconfiggere, ma una forza interna, complessa e talvolta persino emancipatrice, che nasce dall’oppressione. La “femminilità mostruosa” viene così reclamata e trasformata in una forma di espressione radicale.
Eraserhead (1977)
Henry Spencer vive in un desolato paesaggio industriale. Dopo una cena surreale con la sua ragazza Mary X e la sua famiglia, scopre di essere diventato padre di una creatura mostruosa e prematura. Abbandonato da Mary, Henry deve prendersi cura del “bambino” malato e urlante, sprofondando in un incubo di visioni grottesche e ansie opprimenti.
Il capolavoro d’esordio di David Lynch è un’immersione totale nell’orrore psicologico, dove il decadimento industriale del mondo esterno rispecchia il collasso interiore del protagonista. La malattia non è diagnosticata, ma pervasiva: è la malattia dell’ansia paterna, del terrore della sessualità e della responsabilità. Il “bambino” grottesco è la manifestazione fisica di ogni paura legata al corpo, alla procreazione e all’ignoto, trasformando il film in un’allegoria body horror sulla difficoltà di diventare adulti in un mondo ostile e incomprensibile.
Possession (1981)
Mark, una spia internazionale, torna a casa nella Berlino Ovest divisa dal Muro e scopre che sua moglie Anna vuole lasciarlo. La sua richiesta di divorzio scatena un’escalation di violenza, isteria e paranoia. Mentre Mark indaga sulla vita segreta di Anna, scopre che il suo amante non è umano, ma una creatura tentacolare che lei nutre e accudisce in un appartamento isolato.
Il film di Andrzej Żuławski è la rappresentazione definitiva della disintegrazione psicologica di un matrimonio attraverso il linguaggio del body horror. La celeberrima, straziante performance di Isabelle Adjani nella metropolitana non è solo un crollo nervoso, ma una vera e propria metamorfosi. La malattia di Anna è il trauma che si fa carne, la sua relazione con la creatura mostruosa è la manifestazione fisica di un dolore e di un’alienazione così profondi da non poter più essere contenuti nel corpo umano. Possession è un’esperienza estrema e indimenticabile.
Dead Ringers (1988)
Beverly ed Elliot Mantle sono due gemelli identici e ginecologi di grande successo che condividono tutto: la clinica, l’appartamento e persino le donne. Quando Beverly si innamora di un’attrice, il loro legame simbiotico inizia a incrinarsi. La loro discesa nella dipendenza da farmaci e nella follia si manifesta attraverso un’ossessione per l’anatomia femminile “mutante” e la creazione di inquietanti strumenti chirurgici.
David Cronenberg, maestro del body horror, firma un’opera gelida, clinica e profondamente disturbante sulla co-dipendenza e l’identità frammentata. La malattia qui è psicologica, ma si esprime attraverso il corpo, o meglio, attraverso l’ossessione per i corpi altrui. La follia dei gemelli Mantle non è astratta, ma si concretizza nei loro strumenti chirurgici per “donne mutanti”, oggetti che fondono metallo e carne, ginecologia e tortura. Dead Ringers esplora il terrore della separazione e la fusione patologica delle identità, dove il corpo femminile diventa il campo di battaglia della loro psicosi.
Tetsuo: The Iron Man (1989)
Un “feticista del metallo” si impianta un tubo d’acciaio nella coscia. Poco dopo, viene investito da un salaryman e dalla sua ragazza. Da quel momento, il corpo dell’impiegato inizia a subire una grottesca trasformazione, con pezzi di metallo che spuntano dalla sua pelle. La sua metamorfosi in un mostro biomeccanico lo porterà a uno scontro apocalittico con il feticista, anch’egli trasformato.
Il cult cyberpunk di Shinya Tsukamoto è un’aggressione sensoriale in bianco e nero che rappresenta l’ultima allegoria body horror sulla disumanizzazione della vita urbana post-industriale. La malattia è la fusione tra carne e macchina, un’infezione tecnologica che riflette un feticismo sessuale represso e la violenza della metropoli. Con la sua estetica frenetica, quasi da video musicale industriale, Tetsuo è un incubo febbrile che esplora il terrore e l’estasi della perdita del corpo umano, trasformato in un’arma di metallo arrugginito e desiderio distorto.
Raw (Grave) (2016)
Justine, una giovane vegetariana cresciuta in una famiglia di veterinari, inizia la scuola di veterinaria dove studia anche sua sorella maggiore. Durante un brutale rito di iniziazione, è costretta a mangiare un rene di coniglio crudo. Questo evento risveglia in lei un’incontrollabile e famelica voglia di carne, che presto si trasforma in un desiderio di carne umana, portandola a scoprire un lato oscuro e primordiale di sé.
Julia Ducournau utilizza il cannibalismo come una metafora scioccante ma incredibilmente potente del risveglio sessuale e della scoperta della propria identità. La “malattia” di Justine è una fame atavica, un desiderio che la società e la sua famiglia hanno represso. Il body horror non è solo disgustoso, ma anche stranamente liberatorio, rappresentando la lotta di una giovane donna per accettare la propria natura animale e i propri impulsi. Raw è un racconto di formazione viscerale e intelligente, che esplora la sessualità, l’ereditarietà e la bestia che si nasconde sotto la superficie della civiltà.
Swallow (2019)
Hunter sembra avere una vita perfetta: un marito di successo, una casa magnifica e una gravidanza in arrivo. Tuttavia, si sente intrappolata e invisibile in un matrimonio soffocante. Sviluppa così la pica, un disturbo che la spinge a ingerire oggetti non commestibili. Quello che inizia con una biglia si trasforma in un’ossessione per oggetti sempre più pericolosi, un atto segreto di ribellione che le dà un senso di controllo.
Carlo Mirabella-Davis analizza il disturbo della pica non come una semplice patologia, ma come un atto radicale e autodistruttivo di riappropriazione del proprio corpo. In un mondo in cui non ha alcuna agentività, ingoiare oggetti diventa per Hunter l’unico modo per esercitare un controllo, per possedere qualcosa che sia unicamente suo. Il film è una critica tagliente a un ambiente patriarcale che tratta le donne come oggetti decorativi, trasformando un atto di autolesionismo in una disperata e toccante ricerca di libertà.
Titane (2021)
Dopo un incidente d’auto infantile che le ha lasciato una placca di titanio in testa, Alexia è diventata una ballerina che si esibisce in saloni automobilistici e ha un’attrazione sessuale per le auto. Dopo una serie di omicidi, è costretta a fuggire e assume l’identità di un ragazzo scomparso da anni. Viene accolta da Vincent, il padre del ragazzo, un pompiere solo e tormentato, con cui instaura un legame tanto strano quanto profondo.
Vincitore della Palma d’Oro, il film di Julia Ducournau è una dichiarazione radicale sulla fluidità di genere, sul trauma e sulla possibilità di creare una famiglia al di fuori di ogni legame di sangue. Il body horror è portato all’estremo: Alexia rimane incinta di un’automobile, il suo corpo si deforma, la sua identità si frantuma e si ricompone. La malattia e la mutazione diventano qui strumenti per decostruire e infine trascendere i limiti della carne, del genere e dell’umano, in un’opera audace, violenta e sorprendentemente tenera.
Parte III: Il Lento Svanire – Cronache della Malattia Fisica e del Fine Vita
Questa sezione si concentra sulla realtà quieta e spesso brutale del declino fisico. Il cinema indipendente, in particolare quello europeo, si distingue per la sua capacità di affrontare il peso esistenziale della malattia cronica, della disabilità e del processo del morire senza ricorrere al sentimentalismo. Questi film non cercano la lacrima facile, ma pongono domande profonde sull’amore, la dignità e la definizione stessa di una vita significativa.
A differenza del cinema mainstream, che spesso usa la malattia terminale come pretesto per un melodramma strappalacrime, queste opere adottano uno sguardo filosofico, quasi clinico. La macchina da presa di Michael Haneke in Amour è un osservatore impassibile degli orrori quotidiani dell’assistenza. Il film di Julian Schnabel, Lo scafandro e la farfalla, è un trionfo formalista che ci intrappola nel corpo paralizzato del protagonista. Il film di Alejandro Amenábar, Mare dentro, è un rigoroso dibattito etico sul diritto di morire. Per questi registi, la malattia non è un espediente narrativo per generare emozione, ma un crogiolo per l’indagine esistenziale. Spogliando la narrazione di ogni orpello melodrammatico, costringono lo spettatore a confrontarsi con verità scomode sull’autonomia, sulla natura dell’amore di fronte alla dipendenza totale e sulle complesse implicazioni sociali ed etiche della mortalità.
Safe (1995)
Carol White, una casalinga della San Fernando Valley, conduce una vita agiata ma emotivamente sterile. Improvvisamente, inizia a soffrire di una misteriosa malattia debilitante: sviluppa reazioni allergiche estreme a quasi tutto ciò che la circonda. I medici non trovano una causa fisica, portandola a credere di soffrire di una “malattia ambientale” e a cercare rifugio in una comunità New Age isolata nel deserto.
Il capolavoro di Todd Haynes è un horror dell’anima, dove la minaccia non è un mostro ma l’aria che si respira. La malattia di Carol, invisibile e incomprensibile, diventa una potente metafora dell’epidemia di AIDS degli anni ’80, ma anche una critica feroce al vuoto alienante dell’esistenza suburbana. Il suo corpo si ribella a un ambiente tossico, sia chimicamente che spiritualmente. Safe è un film profondamente inquietante che esplora l’isolamento, la paranoia e la disperata ricerca di un luogo “sicuro” in un mondo che ci avvelena.
Le invasioni barbariche (Les Invasions barbares) (2003)
Rémy, un professore di storia cinico e donnaiolo, sta morendo di cancro in un ospedale sovraffollato e inefficiente. Il figlio Sébastien, un ricco uomo d’affari con cui ha un rapporto conflittuale, torna da Londra per assisterlo. Usando i suoi soldi, Sébastien riesce a migliorare le condizioni del padre e riunisce i vecchi amici di Rémy per un ultimo, agrodolce saluto pieno di dibattiti, ricordi e confessioni.
. La malattia non è il centro del film, ma il catalizzatore che permette di riflettere sul fallimento delle grandi utopie del XX secolo e sul trionfo delle “invasioni barbariche” del materialismo. È un’opera corale che celebra l’importanza dei legami umani come ultimo baluardo contro il caos della storia e l’inevitabilità della fine.
Mare dentro (The Sea Inside) (2004)
Il film racconta la storia vera di Ramón Sampedro, un uomo diventato tetraplegico dopo un incidente in gioventù. Per quasi trent’anni, combatte una battaglia legale per ottenere il diritto di porre fine alla sua vita con dignità. Durante la sua lotta, la sua vita viene toccata da due donne: Julia, l’avvocatessa che sposa la sua causa, e Rosa, una donna del posto che cerca di convincerlo che la vita vale ancora la pena di essere vissuta.
Il film di Alejandro Amenábar è un potente e commovente appello al diritto di morire con dignità. La disabilità di Ramón non è presentata come una tragedia in sé, ma come una condizione che solleva questioni profonde sulla libertà, l’amore e la definizione di una vita degna di essere vissuta. Lungi dall’essere un film cupo, Mare dentro è pieno di umorismo, poesia e calore umano, e la straordinaria interpretazione di Javier Bardem ci costringe a confrontarci con una delle questioni etiche più complesse del nostro tempo.
Lo scafandro e la farfalla (Le Scaphandre et le Papillon) (2007)
Jean-Dominique Bauby, carismatico direttore della rivista “Elle”, viene colpito da un ictus devastante che lo lascia completamente paralizzato, affetto dalla “sindrome locked-in”. L’unica parte del suo corpo che può muovere è la palpebra sinistra. Attraverso il battito di ciglia, impara a comunicare e riesce a dettare un intero libro di memorie, liberando la sua mente, la “farfalla”, dal suo corpo, lo “scafandro”.
Julian Schnabel realizza un’impresa cinematografica straordinaria, traducendo in immagini l’esperienza della “sindrome locked-in”. Gran parte del film è girata dal punto di vista di Bauby, con la visione offuscata e la narrazione interiore che ci immergono completamente nella sua prigione di carne. Lo scafandro e la farfalla trasforma una storia di estrema limitazione fisica in un inno al potere della memoria, dell’immaginazione e dello spirito umano, dimostrando che anche quando il corpo è immobile, la mente può volare libera.
Amour (2012)
Georges e Anne sono una coppia di ottantenni colti, ex insegnanti di musica, la cui vita tranquilla viene sconvolta quando Anne viene colpita da un ictus che la lascia paralizzata su un lato del corpo. Georges decide di prendersi cura di lei a casa, come promesso, ma la progressiva e inesorabile degenerazione fisica e mentale di Anne mette a dura prova il loro amore, costringendolo ad affrontare la responsabilità più difficile della sua vita.
Il capolavoro di Michael Haneke, vincitore della Palma d’Oro, è un ritratto brutalmente onesto e privo di ogni sentimentalismo dell’invecchiamento e della malattia all’interno di un matrimonio di lunga data. Con il suo sguardo clinico e impassibile, Haneke ci mostra la routine straziante dell’assistenza, la perdita della dignità e la solitudine della sofferenza. Amour esplora l’amore non come un’emozione romantica, ma come un atto di profonda e, in definitiva, devastante responsabilità, ponendo una domanda terribile: fino a che punto si può spingere l’amore per porre fine alla sofferenza dell’altro?
It’s Such a Beautiful Day (2012)
Bill è un uomo stilizzato che soffre di un disturbo neurologico non specificato che gli causa perdita di memoria e visioni surreali. Attraverso una narrazione filosofica e un montaggio che mescola animazione, fotografia e collage, il film esplora la sua lotta per dare un senso alla sua vita frammentata, alla sua bizzarra storia familiare e alla sua mortalità imminente, trovando una bellezza inaspettata nei dettagli dell’esistenza.
L’opera sperimentale di Don Hertzfeldt è un miracolo di animazione e narrazione. Utilizzando una forma apparentemente semplice, il film costruisce una meditazione incredibilmente toccante e profonda sulla memoria, l’identità e la mortalità di fronte a una malattia degenerativa. La combinazione di umorismo nero, pathos esistenziale e innovazione visiva crea un’esperienza unica, che celebra la fragilità della vita e la bellezza che si può trovare anche nel momento della sua dissoluzione.
Parte IV: Eredità e Prigionia – Il Trauma Familiare e la Ferita Sociale
In quest’ultima sezione, esaminiamo film in cui la malattia non è un fenomeno isolato, ma il sintomo o la conseguenza di un ambiente disfunzionale. Queste opere esplorano come le prigioni psicologiche costruite dalle famiglie, il trauma di sistemi sociali oppressivi e la natura ciclica della dipendenza possano creare e perpetuare la sofferenza.
Questi film sfidano radicalmente l’idea della malattia come fallimento puramente individuale, proponendo invece una diagnosi sociale. L’ambiente stesso diventa l’agente patogeno. In Dogtooth, la “malattia” dei figli – una totale disconnessione dalla realtà – è letteralmente fabbricata dai genitori. In Crumb, il disturbo mentale che affligge i fratelli è profondamente radicato in una dinamica familiare traumatica e abusiva. In Krisha, la riunione di famiglia diventa il detonatore che scatena una ricaduta. In 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, il trauma fisico e psicologico dell’aborto illegale è una diretta conseguenza di un regime politico malato e oppressivo. L’individuo malato diventa così il canarino nella miniera di carbone, la cui sofferenza riflette un malessere collettivo molto più vasto.
An Angel at My Table (1990)
Basato sull’autobiografia della scrittrice neozelandese Janet Frame, il film ripercorre la sua vita, dalla sua infanzia difficile alla sua giovinezza, durante la quale la sua timidezza e sensibilità vengono erroneamente diagnosticate come schizofrenia. Questo errore la condanna a otto anni di ricoveri in ospedali psichiatrici e a centinaia di elettroshock, fino a quando il suo talento letterario non le salva letteralmente la vita.
Il capolavoro di Jane Campion è una potente critica a un sistema medico e sociale che patologizza la creatività e l’anticonformismo femminile. La “malattia” di Janet Frame non è una condizione intrinseca, ma un’etichetta imposta da un mondo incapace di comprendere la sua genialità e la sua diversa percezione della realtà. Il film celebra la resilienza dello spirito umano e il potere salvifico dell’arte di fronte a un’istituzione che cerca di normalizzare e silenziare la differenza.
Crumb (1994)
Questo documentario esplora la vita e l’arte di Robert Crumb, leggendario fumettista underground, e della sua famiglia. Attraverso interviste con Robert e i suoi due fratelli, Charles e Maxon, il film rivela una storia familiare segnata da abusi, traumi e gravi disturbi mentali. L’opera di Crumb, ossessiva e controversa, viene presentata come il risultato diretto di questa eredità disfunzionale.
Il documentario di Terry Zwigoff è un ritratto straziante della malattia mentale familiare. Non si limita a esplorare il genio artistico di Robert Crumb, ma lo contestualizza all’interno di una dinamica familiare patologica che ha prodotto sia la sua arte trasgressiva sia le tragiche condizioni dei suoi fratelli. Il film dimostra in modo potente come il trauma si trasmetta di generazione in generazione, suggerendo che l’arte di Robert non sia solo una via di fuga, ma anche l’unica forma di sopravvivenza possibile in un ambiente tossico.
Le onde del destino (Breaking the Waves) (1996)
In una rigida comunità calvinista sulla costa scozzese, la giovane e ingenua Bess sposa Jan, un operaio di una piattaforma petrolifera. Quando Jan rimane paralizzato in un incidente, la convince che potrà guarire se lei avrà rapporti sessuali con altri uomini e glieli racconterà. Bess intraprende un percorso di autodistruzione, credendo che il suo sacrificio sia un atto di fede e amore voluto da Dio.
Lo stato psicologico di Bess è il prodotto diretto di una comunità religiosa repressiva e patriarcale. I suoi “dialoghi con Dio” e i suoi atti di fede autodistruttivi possono essere interpretati come una disperata risposta al trauma psicologico e a un dogma soffocante. Lars von Trier crea un melodramma spirituale che esplora i confini tra fede, follia e amore, dove la “malattia” della protagonista è una forma estrema di devozione nata in un ambiente che non le offre altri strumenti per comprendere il dolore.
Antichrist (2009)
Dopo la tragica morte del loro unico figlio, una coppia si ritira in una baita isolata nel bosco, “Eden”, nel tentativo di superare il dolore. Lui, un terapista, cerca di curare la moglie con la razionalità, ma il loro lutto si trasforma in un incubo psicologico. La natura intorno a loro diventa ostile e minacciosa, e la donna sprofonda in una follia violenta e primordiale.
Lars von Trier mette in scena una discesa agli inferi che è un’allegoria estrema della devastazione psicologica del lutto e della depressione. La malattia qui non è solo umana, ma cosmica: la natura stessa è presentata come “la chiesa di Satana”, un riflesso ostile del tormento interiore dei personaggi. Il film è un’opera brutale e controversa che utilizza il body horror e il simbolismo mitologico per esplorare il caos, il dolore e la disperazione che seguono una perdita insopportabile.
Dogtooth (Kynodontas) (2009)
Un padre e una madre tengono i loro tre figli adolescenti completamente isolati dal mondo esterno, confinati nella loro villa con giardino. I ragazzi non hanno mai superato il cancello di casa e la loro conoscenza della realtà è stata completamente manipolata dai genitori, che hanno ridefinito il significato delle parole. La loro prigione dorata inizia a mostrare le prime crepe quando il padre introduce una donna dall’esterno per soddisfare i bisogni sessuali del figlio.
L’agghiacciante e surreale film di Yorgos Lanthimos è una potente allegoria dei sistemi autoritari, siano essi familiari o politici. La “malattia” dei figli – un’ignoranza totale e una percezione distorta della realtà – non è una condizione naturale, ma un prodotto deliberatamente fabbricato attraverso il controllo del linguaggio e della conoscenza. Dogtooth dimostra come un ambiente tossico e totalitario possa creare la propria patologia, trasformando l’innocenza in una forma di prigionia mentale.
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni (2007)
Nella Romania comunista del 1987, dove l’aborto è illegale, la studentessa universitaria Găbița è incinta e vuole interrompere la gravidanza. La sua amica e compagna di stanza, Otilia, la aiuta a organizzare un incontro con un abortista clandestino in una squallida stanza d’albergo. Quella che segue è un’odissea terrificante e umiliante che metterà alla prova la loro amicizia e le costringerà ad affrontare le conseguenze brutali di un sistema oppressivo.
Cristian Mungiu inquadra l’aborto illegale non come una semplice procedura medica, ma come il sintomo di una società malata. Il trauma fisico e psicologico subito dalle due donne non è un dramma privato, ma la diretta conseguenza di un regime politico che controlla e nega il corpo femminile. La malattia, in questo caso, è il sistema stesso: un potere totalitario che infetta le relazioni umane, trasformando atti di necessità in esperienze di terrore e degradazione.
Mommy (2014)
Diane, una vedova esuberante, decide di ritirare da un centro di recupero il figlio quindicenne Steve, affetto da un violento disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD). La loro relazione è un’altalena esplosiva di amore intenso e scontri feroci. L’arrivo di Kyla, una vicina timida e balbuziente, sembra portare un fragile equilibrio nel loro caotico ménage, offrendo una speranza di normalità.
Con il suo stile cinetico, il formato video 1:1 che si apre solo nei momenti di liberazione e una colonna sonora pop travolgente, Xavier Dolan esplora come il disturbo di Steve sia costantemente amplificato e modellato dalle loro difficoltà socioeconomiche e dal loro amore co-dipendente. La malattia non è un’entità separata, ma è intrecciata in modo inestricabile con il contesto sociale e la dinamica familiare. Mommy è un ritratto vibrante e straziante di un amore materno che è, allo stesso tempo, salvifico e distruttivo.
Krisha (2015)
Krisha, una donna sulla sessantina, torna a casa per il Giorno del Ringraziamento dopo anni di assenza, determinata a dimostrare alla sua famiglia di essere cambiata e di aver superato la sua dipendenza dall’alcol. Nonostante i suoi sforzi per preparare la cena e riconnettersi con i suoi cari, la pressione delle aspettative e il peso dei traumi passati la spingono lentamente ma inesorabilmente verso una ricaduta catastrofica.
Il film di Trey Edward Shults è un’immersione ansiosa e claustrofobica nella mente di una donna in recupero. Utilizzando una macchina da presa febbrile e un sound design opprimente, il film trasforma la riunione di famiglia in un vero e proprio thriller psicologico. L’ambiente familiare, invece di essere un luogo di supporto, diventa un crogiolo di traumi irrisolti e pressioni insostenibili, dimostrando come la famiglia stessa possa essere il più potente detonatore per la malattia della dipendenza.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione

