Intervista a Enrico Iannaccone

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Dall’autore di “Riverbero”, lungometraggio in concorso ad Indiecinema Film Festival, un’acuta riflessione sul cinema indipendente

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A distanza di quasi un anno da quando Riverbero fu presentato al Cinema delle Provincie di Roma, nel corso di un evento che aveva visto la presenza dell’autore per un incontro col pubblico brillantemente moderato da Antonio Cuomo di Movieplayer, il film di Enrico Iannaccone fa nuovamente capolino sul grande schermo. La sua audacia, l’approccio personale alla narrazione cinematografica e l’originale riflessione sul valore dell’immagine lo hanno fatto accedere con merito al Concorso Lungometraggi di Indiecinema Film Festival, quarta edizione. Questa nuova proiezione avverrà giovedì 25 settembre ore 21 presso il Circolo ARCI Arcobaleno di Via Pullino 1, sempre a Roma. Stavolta purtroppo il regista non potrà presenziare all’evento, in quanto impegnato nuovamente sul set. Siamo comunque riusciti a intercettarlo prima, per qualche riflessione sul suo lavoro…

La ricerca sull’immagine

Scrivendo del tuo film, Riverbero, mi è capitato di definirlo un “teorema sulla percezione visiva fatto di reminiscenze e di stati allucinatori, di ellissi e di presenze estremamente materiche, di introspezione e di minacciosa fisicità”. Che senso hai voluto dare quindi alla ricerca sull’immagine, in questo lavoro cinematografico formalmente così curato?

Muovendo dall’assunto che vuole l’immagine come atto di giustapposizione (icono)grafica d’ignota reminiscenza sensistica, il film intende spingersi nella destrutturazione del concetto di fruizione del sedicente tempo presente. L’imago in quanto tale non può certo prescindere dalla voluntas – e dunque da un agire che si fa subito atto negando così il suo carattere apparentemente diacronico – la cui eventuale latitanza comprometterebbe di per sé la “esistenza” di ogni ente: aporia, questa, che manifesta a sua volta il carattere discratico del rapporto tra oggetto e fruitore, non più visto come passivo osservatore bensì come demiurgo de facto del mondo a sua immagine e somiglianza. L’atto fruitivo si fa quindi plasmazione di una realtà che si finge oscura unicamente al fin di permettere lo stupore necessario alla sopravvivenza.

Un’altra cosa che ci è piaciuta molto del film è che la ricerca formale è evidente ma non prevarica mai la sfera più intima dei personaggi, quel disagio esistenziale, famigliare e sociale di cui sono espressione, amplificandone semmai la portata… come mai ha voluto portare sullo schermo personaggi e storie del genere? Come hai trovato poi gli interpreti adatti?

La dimensione emotiva che, nelle fattualità, si cristallizza nelle relazioni intersoggettive non è altro che specchio del discorso di cui sopra. La natura funzionale di ogni individuo, per l’individuo, si scopre nel momento in cui tra le parti vi è un evidente scambio emotivo. Dialogo silente e teso a corroborare l’ipotesi del “costante rimando”, ossia di un eterno rapporto tra antecedente e conseguente su base assolutamente atemporale (ogni agire è un atto che ha imparato a vedersi sempiterno, del resto). Trovare gli attori è stato facilissimo giacché si tratta di amici fraterni al punto da tollerare le elucubrazioni che somministro loro quotidianamente. I ruoli li ho infatti scritti su misura ed in base al loro grado di sopportazione della mia persona.

Un cinema non omologato

Oltre all’approccio non convenzionale alla narrazione, nel tuo film può apparire provocatoria anche la scelta della durata: Riverbero dura circa un’ora e appare quindi sfuggente, di non così facile inserimento nella programmazione commerciale delle sale, mentre forse i festival (o almeno taluni festival) possono garantire in materia maggiori libertà. Cosa puoi dirci a riguardo?

Il film ha una durata “fisiologica”. Lontano da qualsivoglia strutturalismo precostituito, Riverbero vuol essere un pensiero/emozione concreto, non sintetizzato e dunque caratterizzato da una propria durata avulsa da ogni schema. D’altronde ogni deiezione si inscrive in una dimensione temporale che prescinde dal controllo volitivo. A meno che l’evitarlo non rappresenti un gusto di natura ludica.

Di Riverbero colpisce anche che sia stato girato in soli nove giorni con un iPhone 14 Pro. Pianificare le riprese così può rappresentare un enorme vantaggio, per una produzione indipendente. Lo è stato anche per te? Ed è una formula che replicheresti o sei ora tentato da altri orizzonti produttivi e artistici?

L’uso dell’iPhone non ha avuto alcuna funzione dimostrativa. L’occhio ormai fin troppo aduso allo schermo del cellulare e – stanti i fatti – sempre meno abituato alla sala cinematografica sabota il rapporto con l’immagine che si è creduto saldo fino a pochi anni fa. Va da sé che un’immagine conosciuta, quotidiana e dunque familiare (quella del telefono), laddove trasposta sul grande schermo, comporti una mimesis corrotta. Ciò che è più riconoscibile, messo a pochi metri dall’occhio guardante, si tramuta in alterità inquietante dacché fin troppo riconoscibile e conosciuta. Come i clown, umani parossistici. Dal punto di vista strettamente tecnico, l’uso di uno smartphone ha permesso di girare in luoghi particolarmente angusti ed una flessibilità utile alla sottolineatura della caducità del punto di vista. Se lo rifarei? No, già fatto. Andiamo avanti.

Per finire, ricordiamo una proiezione del tuo lavoro a Roma, con Antonio Cuomo di Movieplayer a moderare l’incontro col pubblico…. sei soddisfatto di come è stato accolto dalla critica e dagli stessi spettatori, in quella come in altre occasioni cui eri presente? 

Una visione curata da un regista, non da un algoritmo

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Il ricordo della prima proiezione romana moderata da Antonio, uno dei miei più cari amici, resta impresso per limpidezza e “carnalità”. Con tal lemma intendo porre luce sullo scambio paritario intercorso col pubblico, così felice di accogliere un’opera sincera e non artefatta in favore di palati pensati come predeterminati. Pur non essendo una puntata di “Beautiful” (e magari!), Riverbero ha avuto un’eco negli spettatori tanto forte quanto limpida era la natura del progetto. L’interlocuzione priva di sincerità mostra presto la corda, come ben sappiamo. Questo film voleva essere sincero nella misura in cui la sincerità non è altro che parlare, in silenzio, all’indicibile di ognuno. Cosa di cui personalmente necessito in un’epoca in cui il primo artificio risulta essere una razionalità sempre più corrotta dal suo definirsi “giusta e reale”.

Immagine di Stefano Coccia

Stefano Coccia

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