Il cinema ha sempre avuto un legame profondo con la poesia. L’immaginario collettivo è segnato da opere indimenticabili che hanno usato il verso per cambiare la vita, come l’iconico L’attimo fuggente, o che hanno raccontato le biografie tormentate dei grandi poeti. Questi film trasformano la parola scritta in un’epopea emotiva, rendendo la poesia accessibile e potente.
Ma la connessione tra cinema e poesia è ancora più profonda. Non si tratta solo di raccontare storie sulla poesia, ma di creare un “cinema di poesia”. Come ha teorizzato Pasolini, è un cinema che non si limita a raccontare, ma evoca stati d’animo, crea metafore visive, scolpisce il tempo. È un linguaggio che, come la poesia, lavora per sottrazione, associazione e ritmo, capace di far emergere il lirismo dalla realtà stessa.
Questa guida è un viaggio attraverso l’intero spettro. È un percorso che unisce i grandi capolavori che hanno portato i versi sul grande schermo ai più radicali film underground. Esploreremo i biopic che cercano l’anima dietro la biografia, i film narrativi in cui la poesia è motore dell’azione e, infine, le opere radicali in cui il cinema stesso diventa pura poesia visiva.
Parte I: Vite da Poeta – I Biopic d’Autore
Il biopic d’autore raramente si accontenta della cronaca. Rifiuta l’agiografia per immergersi nel tumulto interiore, nel processo creativo, nella ribellione socio-politica del poeta. Questi non sono ritratti storici, ma sedute spiritiche cinematografiche, tentativi di catturare un’anima ineffabile attraverso la luce e l’ombra.
Poeti dall’inferno (Total Eclipse, 1995)
Nella Francia di fine Ottocento, il poeta affermato Paul Verlaine invita a Parigi il giovanissimo e geniale Arthur Rimbaud. L’incontro segna l’inizio di una relazione tanto passionale quanto distruttiva, un vortice di alcol, sesso e violenza che li trascinerà in un viaggio attraverso l’Europa e verso l’autodistruzione, segnando per sempre la storia della letteratura.
Agnieszka Holland non filma la poesia, ma la scatena sullo schermo. Il suo è un cinema fisico, viscerale, che traduce l’estetica dei “poeti maledetti” in un’esperienza corporea. La relazione tra Rimbaud (un giovane e folgorante Leonardo DiCaprio) e Verlaine (un dolente David Thewlis) non è solo il racconto di un amore, ma la messa in scena di un’estetica: quella della rottura delle regole, della ricerca dell’assoluto attraverso la degradazione dei sensi. Il film incarna l’archetipo del poeta come ribelle, un angelo caduto la cui arte nasce dal fango della propria dannazione.
Bright Star (2009)
Londra, 1818. La giovane e schietta Fanny Brawne, appassionata di moda, rimane affascinata dal suo vicino di casa, il talentuoso ma squattrinato poeta John Keats. Tra i due nasce un amore segreto e intenso, ostacolato dalle convenzioni sociali e dalla salute cagionevole di lui. La loro storia si intreccia indissolubilmente con la creazione di alcune delle poesie più celebri del Romanticismo inglese.
In netto contrasto con la furia dei poeti maledetti, Jane Campion crea un cinema di sensazioni che rispecchia l’anima romantica di Keats. Raccontando la storia dal punto di vista di Fanny, la regista immerge lo spettatore in un mondo tattile e luminoso. La fotografia, i costumi, i suoni della natura non sono una semplice cornice, ma diventano la materia stessa del film. Bright Star è una poesia visiva, un’ode delicata che dimostra come il linguaggio cinematografico possa farsi portatore della stessa grazia e della stessa struggente bellezza di un verso di Keats.
Howl (Urlo, 2010)
Il film ricostruisce la nascita e l’impatto di “Urlo”, il poema che consacrò Allen Ginsberg e divenne il manifesto della Beat Generation. La narrazione si sviluppa su tre livelli: la storica lettura pubblica del 1955, il processo per oscenità del 1957 contro l’editore Lawrence Ferlinghetti, e un’intervista in cui un maturo Ginsberg riflette sulla sua vita e sulla sua arte.
Howl è un’opera audace e stratificata, un film-saggio sulla natura stessa della poesia e della sua interpretazione. I registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman non si limitano a raccontare una storia, ma mettono in scena un dibattito. Il processo rappresenta il tentativo della società di ingabbiare il verso in una definizione legale, l’intervista offre il contesto personale dell’autore, ma è il terzo livello a essere rivoluzionario: sequenze animate, create da Eric Drooker (collaboratore dello stesso Ginsberg), che visualizzano la potenza anarchica e visionaria del poema. L’animazione diventa così una forma di critica letteraria per immagini, l’unico modo per tradurre l’energia irriducibile di “Urlo” senza tradirla.
Neruda (2016)
Cile, 1948. Il senatore e poeta Pablo Neruda si oppone al governo e viene dichiarato un nemico pubblico. Costretto alla clandestinità, inizia una rocambolesca fuga attraverso il paese, inseguito da un tenace ma immaginario ispettore di polizia, Óscar Peluchonneau. La caccia all’uomo si trasforma in un gioco letterario, un duello tra il poeta e il suo improbabile antagonista.
Pablo Larraín firma un brillante “anti-biopic”, un film che non si interessa alla verità storica ma al potere del mito. Neruda non è un film sul poeta, ma un film nerudiano, che adotta lo stile giocoso, politico e auto-mitologizzante del suo soggetto. La figura del poliziotto, inventata di sana pianta, diventa una metafora geniale: è il personaggio secondario che sogna di diventare protagonista, l’ombra che dà la caccia al corpo, il lettore che insegue l’autore. Il film esplora la costruzione della leggenda, dimostrando che la poesia più grande di Neruda è stata, forse, la sua stessa vita.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
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A Quiet Passion (2016)
Rinchiusa nella casa di famiglia ad Amherst, Massachusetts, Emily Dickinson vive un’esistenza appartata, scandita dai rapporti con i familiari e da una profonda crisi spirituale. Dietro la facciata di una vita reclusa, si cela una mente brillante e uno spirito ribelle, che riversa in centinaia di poesie la sua passione, il suo dolore e la sua visione unica del mondo.
Terence Davies costruisce un ritratto di Emily Dickinson che è tanto rigoroso nella forma quanto esplosivo nelle emozioni. Lo stile del regista, fatto di lenti movimenti di macchina, composizioni pittoriche e dialoghi affilati come lame, rispecchia perfettamente la poesia della sua protagonista: versi brevi, strutturati, quasi claustrofobici, che contengono un universo di passione. Gli interni della casa diventano una prigione fisica e psicologica, una metafora visiva delle costrizioni sociali contro cui la poetessa combatteva con la sua unica arma: la parola.
Pasolini (2014)
Il film ricostruisce le ultime ore di vita di Pier Paolo Pasolini, il 1° novembre 1975. Dalla cena con Ninetto Davoli all’intervista con Furio Colombo, dall’incontro con la madre all’ultimo, fatale viaggio verso l’Idroscalo di Ostia. La realtà si mescola a sequenze oniriche che mettono in scena capitoli dei suoi progetti incompiuti, Petrolio e Porno-Teo-Kolossal.
Quello di Abel Ferrara non è un biopic, ma un’evocazione, una seduta spiritica. Un cineasta-outsider rende omaggio a un altro, e lo fa adottandone lo sguardo. Lo stile crudo, diretto, a tratti sognante di Ferrara si fonde con la materia pasoliniana, creando un’opera che non cerca risposte sul delitto, ma indaga il mistero dell’uomo e dell’artista. È un film sul corpo, sulla parola, sulla morte e sulla violenta collisione tra arte e potere, un testamento cinematografico che immagina il cinema che Pasolini non ha mai potuto realizzare.
Before Night Falls (Prima che sia notte, 2000)
Basato sull’autobiografia del poeta e romanziere cubano Reinaldo Arenas, il film ne ripercorre la vita: dall’infanzia povera alla partecipazione alla rivoluzione castrista, fino alla brutale persecuzione da parte del regime a causa della sua omosessualità e della sua scrittura dissidente. Un viaggio straziante attraverso la prigione, la censura e l’esilio, sostenuto da un’indomabile volontà di espressione.
Il regista e pittore Julian Schnabel porta sullo schermo la storia di Arenas con un approccio lirico e impressionista. La sua macchina da presa non si limita a documentare gli orrori della repressione, ma cerca costantemente la bellezza, la sensualità, la poesia che il protagonista riusciva a trovare anche nelle circostanze più disperate. Il film diventa così un potente inno alla resilienza dello spirito umano e all’arte come forma suprema di sopravvivenza. La poesia, per Arenas, non è un lusso, ma una necessità, l’unico modo per rimanere liberi in un mondo che vuole annientarti.
An Angel at My Table (1990)
Tratto dalle autobiografie della scrittrice neozelandese Janet Frame, il film segue il suo percorso di vita, da un’infanzia segnata dalla povertà e da tragedie familiari, a una diagnosi errata di schizofrenia che la porta a trascorrere otto anni in ospedali psichiatrici, subendo centinaia di elettroshock. La sua salvezza sarà la scrittura, che le farà ottenere un premio letterario e, infine, la libertà.
Jane Campion realizza un ritratto di straordinaria sensibilità, esplorando il mondo interiore di una donna la cui percezione unica della realtà viene etichettata come follia dalla società. Il film visualizza una “coscienza poetica”, mostrando come la sensibilità, la timidezza e l’immaginazione di Janet, considerate sintomi di una malattia, siano in realtà la sorgente del suo genio artistico. È un’opera commovente sulla fragilità e sulla forza della creatività, e una denuncia contro la brutalità delle istituzioni che cercano di normalizzare ciò che non comprendono.
Wilde (1997)
Il film si concentra sulla vita adulta di Oscar Wilde, dal suo matrimonio con Constance Lloyd alla fatale e scandalosa relazione con il giovane Lord Alfred “Bosie” Douglas. Questo legame lo porterà a uno scontro frontale con il padre di Bosie, il Marchese di Queensberry, e al processo che ne decreterà la rovina pubblica e la condanna a due anni di lavori forzati.
Sostenuto da una performance monumentale di Stephen Fry, che sembra nato per interpretare Wilde, il film cattura la tragica dualità del suo protagonista: l’arguzia scintillante dell’intellettuale pubblico e la vulnerabilità dell’uomo privato. La pellicola suggerisce che la vita stessa di Wilde fu la sua più grande opera d’arte, una performance continua di stile e intelligenza. La sua caduta non fu solo la conseguenza di un amore proibito, ma il tragico epilogo dello scontro tra un individuo che viveva poeticamente e una società che non poteva tollerare la verità dietro l’artificio.
Parte II: La Parola si fa Mondo – La Poesia come Narrazione
In questi film, la poesia non è solo citata o discussa; è una forza attiva. Diventa uno strumento di seduzione, un catalizzatore per il cambiamento, un linguaggio segreto che permette ai personaggi di vedere il mondo – e se stessi – sotto una nuova luce. È la dimostrazione che il verso può uscire dalle pagine e farsi destino.
Paterson (2016)
Paterson è un autista di autobus nella città di Paterson, New Jersey. La sua vita è scandita da una routine rassicurante: la sveglia, il lavoro, la passeggiata con il cane, una birra al bar. Nel tempo libero, Paterson scrive poesie in un taccuino segreto, traendo ispirazione dai piccoli dettagli della sua vita quotidiana e dalle conversazioni che ascolta sul suo autobus.
Jim Jarmusch firma un’opera di una delicatezza disarmante, un manifesto contro l’idea romantica del poeta tormentato. Il film celebra la poesia del quotidiano, la bellezza nascosta nella ripetizione e nell’osservazione. La struttura stessa del film, ciclica come una settimana lavorativa o una linea di autobus, diventa una forma poetica. Paterson ci dice che per essere poeti non servono grandi drammi, ma uno sguardo attento e un cuore aperto, capaci di trovare “il meraviglioso nel quotidiano”.
Poesía sin fin (Endless Poetry, 2016)
Seconda tappa dell’autobiografia visionaria di Alejandro Jodorowsky, il film racconta la sua giovinezza nella Santiago degli anni ’40 e ’50. Il giovane Alejandro sfida il padre autoritario e abbandona la famiglia per unirsi a una comune di artisti e poeti bohémien. In questo mondo colorato e surreale, scopre l’amore, la morte, il sesso e, soprattutto, il potere liberatorio della poesia.
Per Jodorowsky, la poesia non è un’attività letteraria, ma un atto di psicomagia, una forza capace di squarciare il velo della realtà. Il suo stile cinematografico, barocco, felliniano e carnevalesco, è la diretta espressione di questa filosofia. In Poesía sin fin, il mondo non è semplicemente descritto dalla poesia, ma è letteralmente trasformato da essa. È un’opera esuberante e vitale che celebra l’arte come la più alta forma di ribellione e di creazione di sé.
Dead Man (1995)
William Blake, un timido contabile di Cleveland, si reca nella cittadina di frontiera di Machine per un nuovo lavoro. Dopo una serie di eventi sfortunati, si ritrova ferito e in fuga, accusato di omicidio. Viene soccorso da un nativo americano di nome Nessuno, che, per un’incredibile omonimia, lo scambia per il grande poeta visionario inglese William Blake. Inizia così un viaggio spirituale verso la morte.
Jim Jarmusch decostruisce il genere western per creare un “acid western” filosofico e ipnotico. Il film è un’allegoria potente, un viaggio iniziatico in cui la poesia mistica e anti-industriale di William Blake diventa la chiave per leggere la violenza e la brutalità del West. Il protagonista, un contabile, simbolo della razionalità capitalista, deve morire per rinascere come poeta e attraversare il “ponte di specchi” verso il mondo dello spirito. La fotografia in bianco e nero di Robby Müller e la colonna sonora di Neil Young contribuiscono a creare un’atmosfera unica, un poema cinematografico sulla morte, la trascendenza e la critica alla civiltà moderna.
Barfly (1987)
Scritto dal poeta Charles Bukowski, il film è un ritratto semi-autobiografico della sua vita da “barfly” (moscone da bar). Henry Chinaski, alter ego di Bukowski interpretato da un irriconoscibile Mickey Rourke, trascorre le sue giornate tra sbornie, risse e la stesura di poesie e racconti. La sua routine viene scossa dall’incontro con Wanda, un’altra alcolizzata, e con Tully, una ricca editrice che vuole pubblicare i suoi scritti.
Diretto da Barbet Schroeder, Barfly è un’immersione senza filtri nel mondo del “realismo sporco. La poesia, qui, non ha nulla di aulico o accademico; nasce dalla strada, dall’odore di alcol, dalla disperazione e da un’indomabile voglia di vivere secondo le proprie regole. La sceneggiatura di Bukowski è il cuore pulsante del film: dialoghi scarni, taglienti, intrisi di un umorismo nero e di una lucidità disperata. È un film che trova una bellezza cruda e commovente nella vita ai margini, celebrando la dignità degli ultimi.
Poetry (Si, 2010)
Mija, un’elegante signora sulla sessantina, vive in una piccola città di provincia con il nipote adolescente. Per riempire le sue giornate, si iscrive a un corso di poesia, proprio mentre scopre di essere nelle prime fasi del morbo di Alzheimer. La sua ricerca della bellezza e dell’ispirazione si scontra brutalmente con una terribile verità: suo nipote è coinvolto in un crimine che ha portato al suicidio di una compagna di classe.
Il capolavoro di Lee Chang-dong è una profonda e straziante meditazione sul senso ultimo della poesia. La ricerca di Mija per scrivere un singolo, perfetto componimento poetico diventa un viaggio etico. Come si può scrivere della bellezza di un fiore quando si è a conoscenza dell’orrore del mondo? Il film esplora con una delicatezza infinita il conflitto tra estetica e morale, tra il desiderio di trovare le parole giuste e la necessità di affrontare una realtà insopportabile. La poesia, alla fine, non sarà una fuga, ma l’unico strumento per guardare in faccia il dolore e dargli una forma.
Parte III: L’Immagine come Verso – Il Cinema di Poesia Pura
Questa sezione è dedicata alle opere più radicali, a quei film che abbandonano la struttura narrativa tradizionale per diventare essi stessi poesia. Qui, il cinema spinge il proprio linguaggio ai limiti, chiedendo allo spettatore non di seguire una trama, ma di abitare uno stato d’animo, di immergersi in un’esperienza sensoriale e intellettuale, proprio come si farebbe con un componimento lirico.
Il colore del melograno (The Color of Pomegranates, 1969)
Un ritratto del poeta armeno del XVIII secolo Sayat-Nova, realizzato non attraverso una biografia convenzionale, ma attraverso una serie di tableaux vivants (quadri viventi). Il film evoca le tappe della vita del poeta – l’infanzia, l’amore, il ritiro in un monastero, la morte – usando un linguaggio puramente visivo, simbolico e rituale, ispirato all’iconografia armena.
L’opera di Sergei Parajanov è forse l’esempio più estremo e sublime di cinema come poesia. Il regista non racconta, ma visualizza l’universo interiore del poeta, trasformando i suoi versi in immagini di una bellezza sconcertante e ieratica. Privo di dialoghi e di movimenti di macchina tradizionali, il film chiede allo spettatore di abbandonare le proprie abitudini percettive e di “leggere” le immagini come se fossero metafore, allegorie, ideogrammi. È un’esperienza cinematografica unica, un’opera d’arte totale che fonde pittura, teatro, musica e cinema in un poema visivo indimenticabile.
Nostalghia (1983)
Andrei Gorchakov, un poeta russo, si trova in Italia per fare ricerche sulla vita di un compositore del Settecento. Accompagnato da un’interprete, vaga per la campagna toscana, ma il suo viaggio fisico è sopraffatto da un viaggio interiore. È consumato da una profonda e dolorosa nostalgia per la sua terra, un sentimento che lo isola dal mondo e lo avvicina a un folle locale, Domenico, che gli affida una missione spirituale.
Andrei Tarkovsky non filma la nostalgia, ma la materia di cui è fatta: il tempo. Con il suo concetto di “scolpire il tempo”, il regista crea un cinema che si muove al ritmo del respiro dell’anima. I suoi lunghissimi piani-sequenza, le immagini oniriche che fondono il presente italiano in tenui colori con il passato russo in bianco e nero, non servono a far avanzare una trama, ma a immergere lo spettatore in uno stato d’animo. Nostalghia è un poema cinematografico sull’esilio, sulla fede perduta e sull’impossibilità di colmare la distanza tra sé e il mondo.
Andrei Rublev (1966)
Ambientato nella Russia del XV secolo, un’epoca di brutali invasioni tartare e lotte intestine, il film segue la vita del grande pittore di icone Andrei Rublev. Più che un biopic, è una monumentale meditazione sul ruolo dell’artista nella società, sul rapporto tra fede e dubbio, sulla violenza della storia e sulla possibilità di creare bellezza in un mondo che sembra averla dimenticata.
Tarkovsky costruisce un poema epico per immagini. Diviso in otto capitoli, il film abbandona una narrazione lineare per procedere per quadri, per momenti emblematici. Il suo bianco e nero crudo e maestoso dipinge un Medioevo tangibile e spietato. Per quasi tre ore, assistiamo alla crisi spirituale di Rublev, al suo voto di silenzio di fronte all’orrore. Solo nel finale, il film esplode nel colore per mostrarci le sue icone, affermando che l’arte è un atto di fede, una testimonianza di trascendenza che può nascere solo dalla più profonda sofferenza.
Il cielo sopra Berlino (Wings of Desire, 1987)
Due angeli, Damiel e Cassiel, vegliano sulla città di Berlino, ancora divisa dal Muro. Invisibili, ascoltano i pensieri più intimi degli abitanti, le loro paure, i loro sogni, la loro solitudine. Damiel, stanco di essere un eterno spettatore, si innamora di una trapezista e desidera ardentemente diventare umano, per poter finalmente toccare, gustare, sentire e amare.
Wim Wenders, con la collaborazione del poeta Peter Handke, crea una sinfonia urbana, un poema corale sulla condizione umana. Il film intreccia i monologhi interiori dei berlinesi in un unico, grande flusso di coscienza, una poesia collettiva che cattura l’anima di una città e di un’epoca. La scelta stilistica di passare dal bianco e nero (la prospettiva eterea e malinconica degli angeli) al colore (l’esperienza sensoriale e imperfetta degli esseri umani) è una metafora cinematografica di straordinaria potenza, un inno alla bellezza fragile e preziosa della vita mortale.
Le Sang d’un Poète (The Blood of a Poet, 1930)
Un artista vede la bocca di un suo disegno animarsi. Nel tentativo di cancellarla, questa si trasferisce sul palmo della sua mano. Disperato, si tuffa in uno specchio, che diventa un portale per un’altra dimensione. Attraversa il corridoio di un hotel surreale, spiando attraverso i buchi delle serrature scene enigmatiche e oniriche. È un viaggio nel subconscio, un’esplorazione della psiche dell’artista.
Prima opera cinematografica del poeta e artista totale Jean Cocteau, Le Sang d’un Poète è un film-manifesto dell’avanguardia. Cocteau non racconta una storia, ma crea quella che lui stesso definì “poesia plastica”. Attraverso trucchi cinematografici ingegnosi e un’immaginazione debordante, il film esplora con logica onirica il rapporto tormentato tra il creatore e la sua creazione, la vita e la morte, la realtà e il sogno. È un’opera fondamentale che ha aperto la strada a decenni di cinema sperimentale.
Orpheus (Orphée, 1950)
Orfeo, un celebre poeta parigino, rimane ossessionato da messaggi poetici criptici trasmessi da un’autoradio. Questi messaggi provengono dall’Aldilà, inviati da una misteriosa Principessa che è la Morte stessa. Quando sua moglie Euridice muore, Orfeo, guidato dall’amore e dalla curiosità artistica, la segue nel regno dei morti attraversando uno specchio.
Capitolo centrale della “Trilogia Orfica” di Cocteau, questo film è una modernizzazione sublime e affascinante del mito classico. Cocteau usa effetti speciali di una semplicità geniale (pellicole proiettate al contrario, vasche di mercurio per simulare gli specchi liquidi) per creare un mondo magico e poetico. Il film è una profonda allegoria sulla figura del poeta, perennemente in bilico tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tra l’amore terreno e il fascino dell’ignoto, alla perenne ricerca di un’ispirazione che può costargli la vita.
Meshes of the Afternoon (1943)
Una donna torna a casa, si addormenta su una poltrona e inizia un sogno. O forse il sogno è già iniziato. In una narrazione ciclica e ripetitiva, la donna si sdoppia, insegue una figura ammantata con il volto a specchio e interagisce con oggetti quotidiani (una chiave, un coltello, un telefono) che assumono un valore simbolico e minaccioso. La realtà e il sogno si fondono in un labirinto psicologico senza via d’uscita.
Opera seminale del cinema d’avanguardia americano, diretta da Maya Deren e Alexander Hammid, questo cortometraggio è strutturato come un componimento poetico. La sua narrazione a spirale, dove ogni ripetizione aggiunge un nuovo dettaglio e aumenta la tensione, ricorda la forma di una villanella o di una sestina. Deren teorizzò un cinema “verticale”, che non avanza orizzontalmente con una trama, ma scava in profondità in un singolo momento, esplorandone tutte le ramificazioni psicologiche e simboliche. È un capolavoro di psicodramma, un viaggio nell’inconscio femminile.
Pull My Daisy (1959)
In un loft newyorkese, un gruppo di poeti della Beat Generation (tra cui Allen Ginsberg e Gregory Corso) attende la visita di un vescovo. La loro anarchia bohémien si scontra con le aspettative borghesi della moglie del loro amico, un ferroviere. La serata, caotica e surreale, è commentata dalla voce fuori campo, libera e improvvisata, di Jack Kerouac.
Simbolo del cinema Beat, questo cortometraggio diretto da Robert Frank e Alfred Leslie è un tentativo di tradurre in immagini l’estetica della “prosa spontanea” di Kerouac e il ritmo sincopato del jazz. Sebbene l’improvvisazione sia stata in parte costruita, il film cattura perfettamente lo spirito di un’epoca: la giocosità, l’irriverenza, il rifiuto delle convenzioni. La narrazione di Kerouac, un flusso di coscienza che commenta, divaga e canta, è la vera colonna sonora poetica di un documento culturale insostituibile.
Blue (1993)
Per 79 minuti, lo schermo è interamente e unicamente riempito da una tonalità di blu oltremare (il Blu Klein Internazionale). Non ci sono immagini, non ci sono personaggi, non c’è azione. C’è solo il colore. E un complesso paesaggio sonoro fatto di voci, musiche e rumori, in cui il regista Derek Jarman e i suoi collaboratori riflettono sulla vita, l’amore, la malattia e la morte.
Realizzato quando l’AIDS lo stava rendendo cieco, Blue è l’ultimo, radicale testamento di Derek Jarman. È un “film senza film”, un’opera che nega l’immagine per esaltare la parola e il suono. Privando lo spettatore del suo senso principale, Jarman lo costringe a un’esperienza di ascolto profondo, a creare le proprie immagini mentali a partire dal flusso poetico e diaristico della narrazione. È una delle più coraggiose e commoventi esplorazioni dei limiti del linguaggio cinematografico, un poema audiovisivo sulla percezione e sulla perdita.
Le quattro volte (2010)
In un piccolo paese della Calabria, seguiamo il ciclo della vita e la trasmigrazione di un’anima attraverso quattro esistenze successive. Un vecchio pastore muore, e la sua anima si reincarna in un capretto appena nato. Quando il capretto si perde, la sua vita continua in un maestoso abete. L’abete viene poi abbattuto per diventare carbone, completando il ciclo dal regno animale, a quello vegetale, a quello minerale.
Michelangelo Frammartino realizza un film quasi muto, un’opera di cinema contemplativo che è un vero e proprio poema pastorale. Con uno sguardo paziente e pieno di meraviglia, il regista osserva i ritmi della natura e le antiche tradizioni umane, trovando una profonda connessione spirituale tra tutte le forme di vita. Ispirato a una credenza pitagorica, il film è una meditazione filosofica sull’unità del cosmo, raccontata con un linguaggio cinematografico puro, essenziale e di una bellezza mozzafiato.
Il cavallo di Torino (A torinói ló, 2011)
In una casupola isolata, battuta da un vento incessante, un contadino, sua figlia e il loro cavallo vivono una routine estenuante e ripetitiva. La loro esistenza è ridotta a gesti essenziali: vestirsi, attingere acqua dal pozzo, mangiare una patata bollita. Ma un giorno il cavallo si rifiuta di muoversi, il pozzo si prosciuga, il fuoco si spegne. Il mondo, lentamente, sta finendo.
Annunciato come il suo ultimo film, l’opera del maestro ungherese Béla Tarr è un poema cinematografico sull’apocalisse. Girato in soli 30, lunghissimi piani-sequenza in un bianco e nero abbacinante, il film è un esempio estremo di “slow cinema”. Il ritmo ossessivo e la ripetizione dei gesti creano un’atmosfera di oppressione metafisica, un’esperienza quasi fisica della fine del significato. È la traduzione visiva di un abisso nietzschiano, un’elegia funebre di una bellezza terribile e indimenticabile.
The Broken Tower (2011)
Un ritratto frammentato e non convenzionale della vita del poeta modernista americano Hart Crane. Il film ne esplora la genialità, l’alcolismo, l’omosessualità e la ricerca disperata di una nuova forma di espressione poetica, fino al suicidio a soli 32 anni, gettandosi da una nave nel Golfo del Messico.
Scritto, diretto e interpretato da James Franco, questo progetto indipendente e a basso costo chiude idealmente il cerchio, riportando il biopic nel territorio del cinema sperimentale. Franco non cerca una narrazione lineare, ma prova a costruire un film che abbia la stessa struttura complessa, lirica e a tratti oscura della poesia di Crane. È un’opera personale e coraggiosa, un tentativo di usare il linguaggio del cinema non per spiegare un poeta, ma per dialogare con la sua anima inquieta e con la sua eredità artistica.
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