Il cinema mainstream ci ha nutrito per decenni con una dieta costante di amori idealizzati, incontri predestinati e ostacoli superati che culminano in un bacio sotto la pioggia. Queste sono le storie che hanno definito il genere. Ma cosa succede dopo i titoli di coda? Cosa accade quando la pioggia finisce e bisogna fare i conti con le bollette, le insicurezze e le crepe silenziose che si formano in una relazione?
Per trovare risposte oneste, il cinema si è avventurato in territori più impervi. Non ci restituisce un’immagine perfetta e levigata dell’amore, ma frammenti di verità: a volte distorti, spesso dolorosi, ma sempre profondamente autentici. Le storie d’amore non convenzionali non cercano di venderci una favola, ma di esplorare il labirinto complesso della connessione umana.
Questa guida è un percorso che unisce i grandi classici romantici alle più sincere opere indipendenti. Sono opere che sezionano la crisi di coppia, celebrano i legami anomali e indagano i drammi relazionali moderni con una lucidità a tratti brutale, a tratti poetica.
Scene da un matrimonio (1973)
Johan e Marianne sono sposati da dieci anni e sembrano la coppia perfetta: benestanti, colti, con due figlie. Intervistati per una rivista, incarnano l’ideale della stabilità borghese. Tuttavia, dietro questa facciata si nascondono crepe profonde, insoddisfazioni e verità non dette che presto esploderanno, portando il loro matrimonio sull’orlo della disintegrazione e oltre.
Ingmar Bergman compie un’operazione di vivisezione emotiva, trasformando la macchina da presa in un bisturi che incide la superficie della normalità per esporre i nervi scoperti di una relazione. Più che un film, è una seduta di psicanalisi cinematografica. Bergman utilizza primi piani claustrofobici e dialoghi torrenziali per intrappolare lo spettatore nello spazio psicologico della coppia, rendendo il crollo della loro comunicazione un’esperienza viscerale e condivisa. L’opera è un testo fondamentale che ha influenzato ogni successivo racconto sulla dissoluzione coniugale, un “esame ai raggi X” che rivela come l’amore, anche quello più solido, possa erodersi a causa di ciò che non viene detto.
La paura mangia l’anima (1974)
In una piovosa serata a Monaco, Emmi, un’anziana vedova tedesca che lavora come donna delle pulizie, entra in un bar frequentato da immigrati e incontra Ali, un meccanico marocchino molto più giovane di lei. Tra i due nasce un’improbabile e tenera storia d’amore che sconvolge le loro vite e scatena l’ostilità razzista e bigotta della famiglia di lei, dei vicini e dei colleghi.
Rainer Werner Fassbinder utilizza gli stilemi del melodramma hollywoodiano, in particolare omaggiando Douglas Sirk, per sferrare una critica feroce all’ipocrisia della società tedesca del dopoguerra. La relazione tra Emmi e Ali diventa una lente d’ingrandimento sulle tensioni razziali, l’ageismo e il classismo. Lo stile visivo di Fassbinder, con i personaggi spesso incorniciati da porte e finestre, sottolinea il loro isolamento e la prigione sociale in cui sono rinchiusi. L’intuizione più devastante del film è mostrare come, una volta che la pressione esterna si attenua, la coppia interiorizzi quelle stesse dinamiche di potere, mettendo a nudo la fragilità di un legame nato ai margini.
Blue Valentine (2010)
Il film segue due linee temporali parallele: il passato, che mostra l’incontro romantico e l’innamoramento appassionato tra Dean, un traslocatore sognatore, e Cindy, una studentessa di medicina; e il presente, che ritrae il loro matrimonio ormai logoro, segnato dalla disillusione, dalla frustrazione e da un’incomunicabilità straziante. I due tentano un’ultima, disperata fuga per ritrovare la magia perduta.
Derek Cianfrance non si limita a raccontare una storia, ma incarna la disintegrazione dell’amore nella forma stessa del film. La scelta di girare il passato su una pellicola 16mm calda e nostalgica e il presente con una telecamera digitale fredda e distaccata non è un vezzo stilistico, ma il cuore pulsante della narrazione. Questo dualismo visivo costringe lo spettatore a un confronto costante e doloroso tra l’idillio iniziale e la rovina finale, ponendo la domanda angosciante: “Come si è potuti arrivare da questo a quello?”. Le interpretazioni di Ryan Gosling e Michelle Williams, di una crudezza quasi documentaristica, rendono il decadimento del sentimento un mistero tangibile e universale.
Una separazione (2011)
Nader e Simin sono in disaccordo sul futuro della loro famiglia: lei vuole lasciare l’Iran per offrire una vita migliore alla figlia Termeh, mentre lui si rifiuta di abbandonare il padre malato di Alzheimer. La loro separazione innesca una catena di eventi che coinvolge una badante religiosa e il suo irascibile marito, trasformando un dramma domestico in un complesso caso legale e morale.
Asghar Farhadi espande magistralmente il concetto di crisi di coppia, dimostrando come un conflitto privato non sia mai veramente tale. La separazione tra Nader e Simin diventa il motore narrativo che scoperchia le profonde faglie sociali, religiose e di classe dell’Iran contemporaneo. Ogni decisione, ogni bugia e ogni mezza verità dei protagonisti ha ripercussioni che si allargano a cerchi concentrici, intrappolando tutti in una rete di responsabilità condivise. .
Weekend (2011)
Dopo una serata con gli amici, Russell, un bagnino timido e riservato, incontra Glen in un locale gay. Quella che inizia come un’avventura di una notte si trasforma in qualcosa di più profondo nel corso di un singolo weekend. I due uomini parlano, fanno sesso, si drogano e si confrontano, esplorando le loro identità, le loro paure e la possibilità di un legame destinato a essere interrotto dalla partenza imminente di Glen.
Andrew Haigh cattura con una sensibilità rara la magia effimera di un incontro che diventa un catalizzatore per la scoperta di sé. Il film esplora il concetto di identità in modo esplicito: un nuovo partner è una “tela bianca” su cui proiettare chi si vorrebbe essere. Il weekend diventa così uno spazio compresso e intenso in cui i due protagonisti non solo si conoscono, ma negoziano e dibattono cosa significhi essere un uomo gay oggi, incarnando impulsi opposti tra assimilazione e separatismo. La loro connessione è tanto un’indagine sull’amore quanto sulla definizione della propria identità, pubblica e privata.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione
Like Crazy (2011)
Anna, una studentessa britannica, e Jacob, uno studente americano, si innamorano perdutamente a Los Angeles. La loro storia idilliaca viene bruscamente interrotta quando Anna, per non separarsi da Jacob, viola il suo visto studentesco e, di conseguenza, le viene negato il rientro negli Stati Uniti. Inizia così una straziante relazione a distanza, fatta di attese, gelosie e tentativi di andare avanti con altre persone.
Questo film, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival, è un ritratto dolorosamente realistico delle sfide dell’amore a distanza. La sua forza risiede in gran parte nel dialogo improvvisato, che conferisce alle interazioni una verità quasi documentaristica. Like Crazy funge da amaro contrappunto al modello dell’incontro fugace: cosa succede quando la magia di un legame intenso è costretta a scontrarsi con l’incubo logistico della realtà? Il film esplora con una sincerità disarmante se la forza di una connessione iniziale sia sufficiente a sopravvivere ad anni di separazione, fusi orari e vite che inevitabilmente divergono.
The Lobster (2015)
In una società distopica, le persone single vengono arrestate e trasferite in un hotel dove hanno 45 giorni di tempo per trovare un partner. Se falliscono, vengono trasformate in un animale a loro scelta e liberate nei boschi. David, un uomo appena lasciato dalla moglie, sceglie di diventare un’aragosta in caso di insuccesso, ma cerca disperatamente di trovare una compagna per salvarsi.
Yorgos Lanthimos firma un’allegoria brillante e surreale della moderna cultura degli appuntamenti e della pressione sociale verso la vita di coppia. Il dialogo, volutamente piatto e monotono, riflette la deumanizzazione imposta da queste aspettative sociali, dove la connessione genuina è sostituita da una ricerca disperata di somiglianze superficiali. Il film è una satira spietata che non critica solo l’obbligo di essere in coppia, ma anche il suo opposto, la fazione dei “Solitari” che impone la singletudine con la stessa tirannia, dimostrando come ogni sistema che reprime la libertà individuale sia ugualmente mostruoso.
45 anni (2015)
A una settimana dalla festa per il loro 45° anniversario di matrimonio, Kate e Geoff ricevono una lettera che sconvolge la loro tranquilla routine. Il corpo di Katya, il primo amore di Geoff, è stato ritrovato perfettamente conservato nei ghiacci delle Alpi, cinquant’anni dopo la sua morte in un incidente. Questa notizia fa riemergere un passato che Kate non conosceva, insinuando il dubbio e la gelosia retrospettiva in un legame che sembrava indistruttibile.
Andrew Haigh costruisce un thriller psicologico mascherato da dramma domestico. Il “fantasma” del passato non è una presenza soprannaturale, ma un’idea, una fotografia, un ricordo che disfa decenni di stabilità percepita. La performance magistrale di Charlotte Rampling comunica un universo di incertezza attraverso micro-espressioni facciali, incarnando il terrore di scoprire che la storia condivisa su cui si è basata un’intera vita potrebbe essere una menzogna. Il film esplora la terrificante nozione che non si può mai conoscere completamente un’altra persona, nemmeno dopo una vita insieme.
Paterson (2016)
Il film segue una settimana nella vita di Paterson, un autista di autobus di Paterson, New Jersey, che nel tempo libero scrive poesie. La sua vita è scandita da una routine rassicurante: si sveglia accanto alla sua amata moglie Laura, guida il suo autobus, ascolta le conversazioni dei passeggeri, scrive nel suo taccuino segreto e la sera porta a spasso il cane, fermandosi per una birra al bar di quartiere.
Jim Jarmusch realizza un’ode alla bellezza della quotidianità e un ritratto di una relazione basata su un’assoluta mancanza di conflitto. Paterson è un film “anti-drammatico”, dove l’amore non si manifesta in grandi gesti ma in piccoli atti quotidiani di gentilezza, supporto e accettazione reciproca. La relazione tra Paterson e la sua estrosa moglie Laura è un rifugio di stabilità e incoraggiamento creativo. È una celebrazione dell’amore maturo, quello che trova la poesia non nelle passioni travolgenti, ma nella confortante e silenziosa armonia del tran tran quotidiano.
Chiamami col tuo nome (2017)
Nell’estate del 1983, il diciassettenne Elio trascorre le vacanze nella villa di famiglia nel nord Italia. La sua estate pigra e colta viene sconvolta dall’arrivo di Oliver, un affascinante studente americano di 24 anni, ospite del padre di Elio per aiutarlo con la sua ricerca accademica. Tra i due nasce un’attrazione irresistibile che si trasformerà in un primo amore travolgente e indimenticabile.
Luca Guadagnino crea un’esperienza sensoriale immersiva che cattura l’essenza stessa del primo desiderio. L’ambientazione idilliaca e l’assenza di un vero antagonista esterno permettono al film di concentrarsi interamente sulla danza psicologica ed emotiva tra Elio e Oliver. Più che una storia, il film è un ricordo, un’evocazione della vulnerabilità e dell’intensità di un amore formativo. È il ritratto di un’estate che, per quanto breve, contiene in sé l’eco di un’intera vita, un sentimento così potente da definire per sempre la percezione dell’amore e della perdita.
Storia di un fantasma (2017)
Un musicista, identificato solo come “C”, muore in un incidente d’auto. Ritorna nella sua casa di periferia come un fantasma coperto da un lenzuolo bianco per consolare la sua compagna in lutto, “M”. Incapace di comunicare, diventa un osservatore silenzioso della vita di lei che va avanti, rimanendo legato a quel luogo mentre il tempo intorno a lui si deforma, scorrendo per anni, decenni e secoli.
David Lowery utilizza un’immagine audace e quasi infantile – il classico fantasma da lenzuolo – per creare una profonda meditazione sull’amore, il lutto e il tempo cosmico. Il fantasma diventa un contenitore per le nostre proiezioni di dolore e solitudine. Attraverso lunghi piani sequenza e un senso del tempo ellittico, il film ci pone nella prospettiva del fantasma, facendoci sperimentare l’amore e la perdita non su una scala umana, ma geologica. È un’opera struggente sul significato di “casa” e sul desiderio di lasciare un segno in un universo indifferente.
Un affare di famiglia (2018)
Ai margini di Tokyo, una famiglia improvvisata sopravvive grazie a piccole truffe e furtarelli. Nonostante la povertà, il legame che unisce i suoi membri è forte e affettuoso. Una sera, accolgono in casa una bambina trovata al freddo, vittima di abusi da parte dei genitori. La loro precaria armonia viene messa a dura prova quando un incidente svela i segreti che tengono insieme questo nucleo non convenzionale.
Hirokazu Kore-eda, Palma d’Oro a Cannes, offre un contrappunto toccante a film come Dogtooth. Se Lanthimos mostra una famiglia biologica che si autodistrugge attraverso il controllo, Kore-eda racconta di una famiglia “scelta” che si costruisce attraverso l’amore, per quanto imperfetto e illegale. Il film pone una domanda fondamentale: “Partorire un figlio ti rende automaticamente una madre?”. In questo modo, ridefinisce i concetti di amore e legame genitoriale al di là delle convenzioni sociali e legali, suggerendo che la vera famiglia è quella che ti accoglie, non necessariamente quella che ti genera.
Ritratto della giovane in fiamme (2019)
Bretagna, 1770. La pittrice Marianne viene ingaggiata per realizzare il ritratto di nozze di Héloïse, una giovane donna appena uscita dal convento e restia a sposarsi. Poiché Héloïse si rifiuta di posare, Marianne deve osservarla di giorno per poi dipingerla di nascosto di notte. Tra le due donne, isolate su un’isola battuta dal vento, nasce un’intimità fatta di sguardi, che si trasforma in un amore intenso e proibito.
Céline Sciamma firma un capolavoro sul “female gaze”, lo sguardo femminile. Il film sovverte la tradizionale dinamica artista-musa, trasformando un atto di oggettivazione in un processo di osservazione reciproca e creazione collaborativa. La loro storia d’amore non è solo raccontata, ma costruita attraverso l’atto del guardare. L’arte diventa lo strumento per catturare e preservare un legame effimero, trasformando il ricordo in un atto di resistenza. Il ritratto finale non è solo un’immagine, ma un “souvenir” che trascende il tempo e la separazione, testimonianza eterna di un amore vissuto al di fuori delle regole.
In the Mood for Love (2000)
Hong Kong, 1962. Il signor Chow e la signora Chan si trasferiscono nello stesso condominio lo stesso giorno. Presto scoprono che i loro rispettivi coniugi, spesso assenti per lavoro, hanno una relazione clandestina. Feriti e soli, i due iniziano a frequentarsi, trovando conforto l’uno nell’altra, ma giurano di non commettere lo stesso peccato dei loro partner. Il loro legame cresce in un limbo di desiderio inespresso e opportunità mancate.
Wong Kar-wai non dirige un film, ma orchestra uno stato d’animo. La relazione tra i protagonisti esiste quasi interamente negli spazi non detti, negli sguardi rubati, nella malinconia di ciò che potrebbe essere. Il linguaggio visivo del regista – le inquadrature strette che creano un senso di claustrofobia emotiva, i rallenti, i colori saturi e il tema musicale ossessivo di Shigeru Umebayashi – trasforma la narrazione in un’esperienza sensoriale di puro struggimento. È un film non sulla storia di un amore, ma sull’emozione stessa dell’amore represso.
Copia conforme (2010)
Uno scrittore inglese, James Miller, si trova in Toscana per presentare il suo ultimo libro, che discute il valore della copia nell’arte. Lì incontra Elle, una gallerista francese. Trascorrono un pomeriggio insieme e, in seguito a un equivoco in un caffè, iniziano a comportarsi come se fossero una coppia sposata da quindici anni, mettendo in scena litigi, ricordi e recriminazioni. Ma stanno giocando o sono davvero marito e moglie?
Abbas Kiarostami costruisce un gioco intellettuale e sentimentale che esplora la natura stessa della realtà e della rappresentazione. Il dibattito filosofico – l’originale contro la copia – diventa la struttura stessa del film. La domanda centrale non è tanto “qual è la verità?”, ma “ha importanza?”. Una relazione “copiata”, con tutto il suo carico di storia condivisa e di emozioni messe in scena, è forse meno autentica di una “originale”? Kiarostami lascia lo spettatore senza una risposta definitiva, suggerendo che, nell’arte come in amore, è l’esperienza vissuta – reale o simulata che sia – a contare veramente.
Amour (2012)
Georges e Anne sono una coppia di ottantenni, ex insegnanti di musica, colti e profondamente legati. La loro vita tranquilla viene sconvolta quando Anne viene colpita da un ictus che la lascia parzialmente paralizzata. Mentre le sue condizioni peggiorano inesorabilmente, il loro amore viene messo alla prova più dura, costringendo Georges a confrontarsi con la sofferenza, la dignità e le decisioni finali.
Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, il film di Michael Haneke è uno sguardo lucido e privo di ogni sentimentalismo sulla vecchiaia, la malattia e la morte. Haneke affronta la realtà fisica ed emotiva del declino con una sincerità quasi insostenibile. L’atto finale di Georges, sconvolgente e ambiguo, non è una semplice eutanasia, ma l’espressione più complessa e radicale dell’amore: un gesto che è al contempo un atto di compassione estrema per porre fine alla sofferenza di Anne e un atto egoistico per preservare il ricordo idealizzato della donna che amava, prima che la malattia la cancellasse del tutto.
Solo gli amanti sopravvivono (2013)
Adam, un musicista underground depresso e solitario, vive recluso in una Detroit spettrale. Eve, la sua amante da secoli, vive a Tangeri, immersa nella letteratura. Sono due vampiri antichi, colti e stanchi del mondo moderno e dei suoi abitanti, che chiamano “zombie. Preoccupata per lo stato d’animo di Adam, Eve vola da lui per riunirsi, riaccendendo un amore che ha attraversato i secoli.
Jim Jarmusch reinventa il mito del vampiro, trasformandolo in una metafora dell’artista e dell’intellettuale alienato. Il film è un’elegia malinconica e incredibilmente stilosa sull’amore eterno. La relazione tra Adam ed Eve non è definita dalla passione ardente, ma da una profonda e confortevole complicità, un’intesa culturale ed estetica costruita in secoli di esistenza condivisa. Il loro legame è una fortezza di arte, musica e conoscenza eretta contro un mondo che, ai loro occhi, ha perso la bellezza e il significato.
Anomalisa (2015)
Michael Stone, un autore di libri sul servizio clienti, è un uomo profondamente depresso e alienato. Durante un viaggio di lavoro a Cincinnati, sperimenta il mondo in modo angosciante: tutte le persone, uomini e donne, hanno lo stesso volto e la stessa voce. La sua percezione cambia radicalmente quando sente la voce unica di Lisa, un’addetta alle vendite insicura che si trova lì per assistere alla sua conferenza.
Charlie Kaufman e Duke Johnson utilizzano la stop-motion per dare forma a uno stato mentale. La scelta di usare un unico doppiatore (Tom Noonan) per tutti i personaggi tranne i due protagonisti non è un espediente, ma la rappresentazione letterale della depressione solipsistica di Michael. In questo mondo omologato e privo di anima, la voce di Lisa diventa il suono più romantico e rivoluzionario possibile. La loro connessione è una fuga fragile e momentanea da un opprimente senso di uniformità, un ritratto straziante della solitudine e del disperato bisogno umano di trovare qualcuno che sia, finalmente, diverso.
Hannah Takes the Stairs (2007)
Hannah è una neolaureata che lavora come stagista in un ufficio di produzione a Chicago. Incerta sul suo futuro professionale e sentimentale, fluttua tra tre diverse relazioni: quella con il suo ragazzo Mike e quelle nascenti con due suoi colleghi, Matt e Paul. Il film segue le sue conversazioni, le sue insicurezze e i suoi tentativi di trovare una direzione nella vita.
Questo film è un manifesto del movimento Mumblecore, caratterizzato da budget ridotti, dialoghi improvvisati e un’attenzione quasi documentaristica alle vite dei ventenni. La struttura apparentemente senza trama e le conversazioni divaganti e impacciate non sono un difetto, ma rispecchiano perfettamente l’indecisione della protagonista. La forma del film è il suo contenuto: la mancanza di una direzione chiara nella narrazione è la metafora della mancanza di direzione nella vita di Hannah, che cerca la propria identità attraverso legami instabili e confusi.
Drinking Buddies (2013)
Kate e Luke lavorano insieme in un birrificio artigianale e sono migliori amici. La loro complicità è evidente, fatta di battute, birre e un’attrazione reciproca mai confessata. Il problema è che entrambi sono impegnati in altre relazioni: Kate con il più maturo Chris, e Luke con la sua fidanzata storica Jill, che vorrebbe sposarsi. Un weekend in una casa sul lago metterà alla prova i confini tra amicizia e amore.
Joe Swanberg porta a maturazione i temi del Mumblecore, applicandoli a una dinamica relazionale più complessa. Il film sovverte le aspettative della commedia romantica, rifiutando la facile risoluzione del “e vissero felici e contenti”. La vera tensione non sta nel chiedersi se Kate e Luke finiranno insieme, ma se la loro amicizia, così preziosa e profonda, potrà sopravvivere al potenziale romantico che entrambi, più o meno consciamente, reprimono. È un’analisi sfumata e realistica delle zone grigie delle relazioni adulte, dove i confini non sono mai netti.
The Souvenir (2019)
Londra, anni ’80. Julie, una giovane e timida studentessa di cinema proveniente da una famiglia benestante, si innamora di Anthony, un uomo più grande, carismatico e misterioso che lavora al Foreign Office. La loro relazione, inizialmente idilliaca, si rivela presto tossica e co-dipendente quando Julie scopre che Anthony è un eroinomane. Il legame distruttivo avrà un impatto profondo sulla sua vita e sulla sua crescita artistica.
Joanna Hogg firma un’opera semi-autobiografica di una sincerità disarmante. Lo stile osservativo e quasi distaccato del film cattura perfettamente la natura insidiosa di una relazione tossica, dove l’amore e la manipolazione si intrecciano in modo inestricabile. Il percorso di Julie è quello di una giovane donna che trova la propria voce come artista non nonostante, ma attraverso questa esperienza dolorosa. La sua sofferenza diventa la materia prima del film che sta cercando di realizzare, ponendo la difficile domanda sul rapporto tra dolore e creazione artistica.
Cutie and the Boxer (2013)
Questo documentario segue la tumultuosa relazione quarantennale tra gli artisti giapponesi Ushio e Noriko Shinohara, immigrati a New York. Ushio è il “pugile”, un pittore d’avanguardia noto per creare opere d’arte prendendo a pugni la tela. Noriko è “Cutie”, sua moglie e per lungo tempo sua assistente, che finalmente trova la propria voce artistica attraverso una serie di disegni autobiografici che raccontano la loro vita insieme.
Il film di Zachary Heinzerling è il ritratto reale dei temi esplorati in modo fittizio in The Souvenir. È un’analisi complessa di un matrimonio artistico, un miscuglio di amore profondo, risentimento, sacrificio e rivalità creativa. L’arte di Noriko, con i suoi personaggi “Cutie” e “Bullie”, diventa il suo strumento per rivendicare la propria identità e narrare la sua versione della storia, dopo decenni passati all’ombra di un marito ingombrante e famoso. È una testimonianza potente di come l’arte possa nascere dal conflitto e diventare una forma di sopravvivenza emotiva.
Fire of Love (2022)
Attraverso straordinari filmati d’archivio, il documentario racconta la vita e l’amore dei vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft. Per due decenni, la coppia ha girato il mondo, inseguendo le eruzioni vulcaniche e filmando immagini mozzafiato e mai viste prima. La loro passione condivisa per i vulcani era il fondamento del loro legame, un amore a tre che li ha portati a spingersi sempre più vicino al pericolo, fino alla loro tragica morte nel 1991.
Sara Dosa costruisce un ritratto indimenticabile di una relazione in cui l’amore e la vocazione sono indistinguibili. La passione condivisa non è solo uno sfondo, ma il tessuto stesso del loro legame. Utilizzando le incredibili immagini girate dai Krafft stessi, il film diventa una lettera d’amore unica, indirizzata non solo l’uno all’altra, ma anche alle forze primordiali della natura che li affascinavano. È la storia di un legame forgiato nel fuoco, nello stupore e nel pericolo costante.
My Love, Don’t Cross That River (2013)
Questo documentario sudcoreano segue per quindici mesi la vita quotidiana di Jo Byeong-man e Kang Kye-yeol, una coppia sposata da 76 anni. Lui ha 98 anni, lei 89. Vivono in un piccolo villaggio di montagna, indossando abiti tradizionali abbinati e condividendo una tenerezza e una giocosità che sembrano quelle di due giovani innamorati. Il film cattura i loro piccoli gesti d’affetto mentre affrontano insieme l’inevitabilità della vecchiaia e della separazione finale.
In netto contrasto con la lucidità quasi clinica di Amour, questo documentario offre un ritratto gentile e osservativo della realtà della fine della vita. La sua forza sta nel trovare un’emozione profonda nei gesti più semplici: una battaglia di palle di neve, tenersi per mano, prendersi cura l’uno dell’altra. È una testimonianza commovente della bellezza dell’amore duraturo, un amore che non si misura in eventi drammatici, ma nella costanza di una compagnia silenziosa e devota di fronte alla mortalità.
J’ai perdu mon corps (2019)
Una mano mozzata fugge da un laboratorio di dissezione a Parigi, intraprendendo un pericoloso viaggio attraverso la città per ricongiungersi al suo corpo. Durante la sua avventura, la mano ricorda momenti della sua vita passata, legata al giovane Naoufel. I flashback rivelano la storia di Naoufel, un ragazzo orfano e solitario, e del suo timido e nascente amore per la bibliotecaria Gabrielle, una relazione nata attraverso un citofono.
L’animazione permette a Jérémy Clapin di trasformare una premessa potenzialmente macabra in una riflessione poetica e malinconica sulla perdita e la ricerca di completezza. Il viaggio della mano non è solo fisico, ma diventa una potente metafora del percorso emotivo di Naoufel. È la ricerca di una connessione perduta, un tentativo di rimettere insieme i pezzi di un’esistenza frammentata dal trauma. La storia d’amore, delicata e incerta, è il cuore pulsante di questa ricerca di interezza.
La persona peggiore del mondo (2021)
Julie sta per compiere trent’anni e la sua vita è un caos. Nel corso di quattro anni, naviga tra relazioni complicate, cambia continuamente percorso di studi e carriera, e lotta con le aspettative della società e le proprie incertezze esistenziali. La sua storia si snoda principalmente attraverso due importanti relazioni: quella con Aksel, un fumettista di successo più grande di lei, e quella con Eivind, un ragazzo più semplice e spontaneo.
Questo film di Joachim Trier è il perfetto capitolo conclusivo per la nostra guida, poiché racchiude molte delle tematiche esplorate. La sua struttura a capitoli e il suo mix di realismo e momenti di fantasia surreale (come la celebre scena in cui il tempo si ferma) riflettono perfettamente l’inquietudine e la frammentazione della mentalità millennial. È un ritratto acuto e compassionevole della ricerca di identità, della difficoltà di impegnarsi e della paura di fare la scelta sbagliata in un’epoca di possibilità apparentemente infinite, offrendo uno sguardo agrodolce sull’amore e la perdita.
Dogtooth (2009)
Tre fratelli adolescenti vivono in una casa isolata con i loro genitori, che li hanno cresciuti senza alcun contatto con il mondo esterno. La loro educazione è basata su regole bizzarre e un vocabolario alterato, dove parole come “mare” o “zombie” assumono significati completamente diversi. L’equilibrio di questo sistema chiuso viene minacciato quando il padre introduce una donna dall’esterno per soddisfare gli impulsi sessuali del figlio.
Sebbene non sia un film di coppia nel senso classico, Dogtooth è un’analisi fondamentale delle relazioni portate al loro estremo più perverso. Il legame dei genitori è quello di due carcerieri che hanno trasformato la famiglia in uno stato totalitario. Le relazioni tra i figli sono atrofizzate, plasmate da un controllo assoluto. L’opera di Lanthimos rappresenta il terrificante punto d’arrivo di un legame di coppia fondato non sull’amore, ma sulla paura, il dominio e la costruzione di una realtà fittizia, servendo da monito oscuro su come le dinamiche di potere possano corrompere i legami più intimi.
Boyhood (2014)
Girato nell’arco di dodici anni con gli stessi attori, il film segue la vita di Mason, dall’infanzia all’ingresso al college. Attraverso i suoi occhi, osserviamo i cambiamenti, le piccole gioie e i grandi dolori della sua famiglia: la sorella Samantha, la madre Olivia che lotta per costruirsi una carriera e trovare un partner stabile, e il padre Mason Sr., una figura inizialmente assente che matura lentamente nel suo ruolo genitoriale.
Richard Linklater compie un’impresa cinematografica senza precedenti, ma il vero miracolo di Boyhood risiede nella sua capacità di catturare l’evoluzione delle relazioni nel tempo. In particolare, il rapporto tra i genitori divorziati, Olivia e Mason Sr., è un ritratto sfumato e realistico. Si passa dalla tensione post-divorzio a una forma di amicizia matura e solidale. Il film mostra come l’amore non finisca necessariamente con la fine di un matrimonio, ma possa trasformarsi in una forma diversa di cura e rispetto, un legame ridefinito dall’esperienza condivisa della genitorialità.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
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