Il lupo mannaro non è semplicemente un mostro; è una delle metafore più potenti e malleabili nella storia del cinema. L’immaginario collettivo è segnato da trasformazioni iconiche, da ululati alla luna e da capolavori dell’horror come Un lupo mannaro americano a Londra. Queste opere hanno definito il genere, usando effetti speciali rivoluzionari per mostrare la terrificante metamorfosi da uomo a bestia.
Ma oltre allo spettacolo della trasformazione, il licantropo è un veicolo per esplorare le nostre ansie più complesse. La metamorfosi diventa uno specchio per la nostra dualità, una rappresentazione viscerale della perdita di controllo e della bestia che si annida in ognuno di noi. È un simbolo potente per la rabbia repressa, l’identità frammentata e la ribellione contro le norme sociali.
Questa guida è un viaggio attraverso l’intero spettro. È un percorso che unisce i grandi classici dell’orrore alle più audaci opere di nicchia. Dalle ibridazioni di genere tra azione e commedia alle sue variegate interpretazioni nel folk horror europeo, questa è un’esplorazione nel cuore selvaggio e pulsante di un sottogenere che continua a raccontare storie profondamente umane.
Origini del mito dei lupi mannari

Il mito del lupo mannaro ha radici antiche e si ritrova in molte culture e tradizioni popolari in tutto il mondo. La rappresentazione più antica di una creatura che si trasforma da umano a lupo si trova nella mitologia greca, dove la figura di Ecate era associata a questa trasformazione.
In Europa, il mito del lupo mannaro è stato particolarmente diffuso durante il Medioevo, dove la paura della trasformazione in lupo era considerata una punizione divina per i peccati commessi. I lupi mannari erano visti come creature malvagie che attaccavano le persone di notte, e molte leggende popolari sono state create intorno a questa figura.
Con il passare del tempo, il mito del lupo mannaro è evoluto e si è adattato a diverse culture e tradizioni. Ad esempio, nella cultura popolare americana, i lupi mannari sono stati rappresentati come creature solitarie e malinconiche, spesso viste come vittime del loro stesso potere. Il mito del lupo mannaro continua ad essere un elemento importante nella cultura popolare e continua ad essere rielaborato e rivisitato in molte forme d’arte e letteratura, compresi i film e i libri.
Il lupo mannaro in letteratura

Il lupo mannaro è stato un elemento centrale nella letteratura per secoli, sia in forma di leggenda che di narrativa fantastica. Nelle leggende popolari, i lupi mannari erano spesso visti come creature malvagie e minacciose, che terrorizzavano le comunità e che dovevano essere uccise per proteggere i villaggi. Nella narrativa fantastica, il lupo mannaro è stato rielaborato e rivisitato in molte forme diverse.
Ad esempio, in alcune storie romantiche i lupi mannari sono visti come eroi o protagonisti complessi che lottano per controllare la loro natura animale o per nasconderla agli esseri umani. In altre storie, i lupi mannari sono visti come simboli del conflitto interiore tra umanità e animalesco. Un esempio importante di rappresentazione del lupo mannaro nella letteratura è “The Wolf Man”, un racconto pubblicato nel 1941 da Curt Siodmak che ha ispirato molte opere successive nel genere dei film sui lupi mannari.
I film sui lupi mannari da vedere
Ginger Snaps (2000)
Ginger e Brigitte Fitzgerald sono due sorelle adolescenti emarginate e ossessionate dalla morte. Il loro legame simbiotico viene messo a dura prova quando Ginger, nella stessa notte in cui ha il suo primo ciclo mestruale, viene attaccata e morsa da una creatura misteriosa. Questo evento innesca una terrificante trasformazione che lega indissolubilmente la sua licantropia alla sua tumultuosa entrata nella femminilità, minacciando di distruggere tutto ciò che le unisce.
Ginger Snaps non è solo un film sui lupi mannari; è una pietra miliare del cinema horror femminista e una delle analisi più acute e feroci dell’adolescenza femminile mai portate sullo schermo. L’audacia del regista John Fawcett e della sceneggiatrice Karen Walton risiede nell’aver reso esplicita una metafora che il genere aveva solo sfiorato: la licantropia come pubertà. La trasformazione di Ginger è un’esplosione di body horror che visualizza le ansie, le paure e i cambiamenti del corpo femminile. Il sangue, la crescita di peli anomali, gli sbalzi d’umore e una nuova, aggressiva sessualità non sono solo sintomi della maledizione, ma un riflesso esasperato e terrificante del “diventare donna” in una società che spesso lo tratta come un evento mostruoso.
Il film sovverte radicalmente il tropo della “femminilità mostruosa”, non per condannare Ginger, ma per criticare il mondo che la circonda. La sua rabbia e la sua violenza diventano una forma di potere contro il bullismo, l’oggettivazione maschile e le aspettative soffocanti della periferia suburbana. Il vero cuore del film, tuttavia, è la tragica relazione tra le due sorelle. Mentre Ginger abbraccia il suo nuovo potere, Brigitte lotta disperatamente per trovare una cura, rappresentando il disperato tentativo di aggrapparsi a un’infanzia e a un legame che la trasformazione sta inesorabilmente distruggendo. Con la sua intelligenza, la sua brutalità e la sua profonda empatia, Ginger Snaps ha ridefinito ciò che un film di lupi mannari può essere, consolidando il suo status di cult immortale.
The Company of Wolves (In compagnia dei lupi) (1984)
In un presente onirico, la giovane Rosaleen si addormenta e sogna di vivere in una foresta fiabesca del XVIII secolo. Qui, le inquietanti storie della nonna su uomini affascinanti che sono “pelosi all’interno” si intrecciano con la sua realtà. Mentre si avventura nel bosco per raggiungere la casa dell’anziana parente, incontra un cacciatore carismatico le cui sopracciglia si uniscono, un avvertimento che preannuncia un pericoloso gioco di seduzione e la scoperta della sua stessa natura selvaggia.
Prima che Ginger Snaps legasse la licantropia alla pubertà, The Company of Wolves di Neil Jordan, basato sui racconti di Angela Carter, aveva già esplorato le profondità psicosessuali del mito. Il film è una decostruzione sontuosa e surreale della favola di Cappuccetto Rosso, spogliata della sua morale infantile e immersa in un’analisi freudiana dell’inconscio. Jordan utilizza un’estetica da sogno, con scenografie teatrali e una fotografia lussureggiante, per creare un mondo in cui il confine tra desiderio e pericolo è costantemente labile.
Il lupo mannaro qui non è semplicemente un mostro, ma l’incarnazione della sessualità maschile predatoria e, al contempo, un riflesso dei desideri repressi della protagonista. La celebre frase della nonna, “Non allontanarti mai dal sentiero”, diventa un monito contro la curiosità sessuale, un sentiero che Rosaleen sceglie deliberatamente di abbandonare. Il film è intriso di simbolismo: la mantellina rossa come segno della mestruazione e della nascente sessualità, le mele come tentazione edenica, e le trasformazioni grottesche come rappresentazioni del body horror legato alla perdita dell’innocenza. Il finale, in cui Rosaleen sceglie di unirsi al lupo piuttosto che esserne vittima, è un potente atto di affermazione, un’accettazione della propria “bestia interiore” e un rifiuto delle convenzioni. Un’opera d’arte gotica, sensuale e profondamente intelligente.
The Wolf of Snow Hollow (Il lupo di Snow Hollow) (2020)
L’agente John Marshall, un alcolista in via di recupero, gestisce a fatica il suo ruolo in una piccola stazione di polizia di una cittadina sciistica dello Utah. Già provato da un padre sceriffo malato, una figlia ribelle e un divorzio alle spalle, la sua vita precipita nel caos quando una serie di brutali omicidi sconvolge la comunità. Mentre il panico dilaga e i cittadini si convincono che il colpevole sia un lupo mannaro, John deve combattere non solo il mostro là fuori, ma anche e soprattutto i demoni dentro di sé.
Con The Wolf of Snow Hollow, il regista, sceneggiatore e attore Jim Cummings realizza un’opera straordinariamente originale che fonde horror, commedia nera e un intenso dramma psicologico. Il film utilizza la figura del lupo mannaro meno come una minaccia soprannaturale e più come un catalizzatore che fa esplodere le fragilità di un uomo sull’orlo del baratro. La vera mostruosità non è la creatura che sbrana le vittime sotto la luna piena, ma la rabbia impotente, l’alcolismo e l’incapacità di Marshall di gestire le pressioni della sua vita.
Cummings offre un’interpretazione magistrale di un uomo la cui mascolinità tossica e il cui scetticismo ostinato lo rendono cieco alla verità, sia essa soprannaturale o meno. Il suo rifiuto di credere all’esistenza dei lupi mannari è emblematico del suo rifiuto di affrontare i propri fallimenti. Il film è un ritratto toccante e spesso esilarante della crisi della mascolinità moderna, dove il vero orrore risiede nella disintegrazione psicologica di un uomo che cerca disperatamente di mantenere il controllo in un mondo che non riesce più a comprendere. L’eredità dei fratelli Coen e di David Fincher è evidente, ma Cummings la rielabora con una voce autoriale unica, creando un film di lupi mannari che parla più della condizione umana che del mito del mostro.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione
When Animals Dream (Når dyrene drømmer) (2014)
Marie è una ragazza timida e introversa che vive con i genitori in un isolato villaggio di pescatori sulla costa danese. La sua vita è segnata dall’apatia della madre, costretta su una sedia a rotelle da una misteriosa malattia. Quando il corpo di Marie inizia a subire strani e inquietanti cambiamenti, scopre un oscuro segreto di famiglia. La sua trasformazione la costringe a confrontarsi con la paura e il pregiudizio della sua comunità, che sembra conoscere la sua vera natura meglio di lei.
When Animals Dream è un’opera di rara bellezza e malinconia, un film che si inserisce nella tradizione del gotico scandinavo per raccontare una storia di licantropia come trauma ereditario e rabbia femminile repressa. Il regista Jonas Alexander Arnby utilizza l’atmosfera grigia e opprimente del villaggio per creare un senso di isolamento soffocante. La trasformazione di Marie non è presentata come una maledizione improvvisa, ma come un risveglio inevitabile, un’eredità biologica che la collega alla condizione della madre.
Il film esplora la licantropia non come un’esplosione di violenza, ma come una liberazione di istinti e potere di fronte all’ostracismo sociale. La metamorfosi fisica di Marie è un’esternazione della sua lotta interiore per l’identità e l’autonomia in una comunità che la vuole debole e sottomessa. Più che un horror convenzionale, è un dramma psicologico potente e suggestivo, che si interroga su come la società etichetti e reprima ciò che non comprende, specialmente quando si tratta del corpo e del potere femminile. Un racconto cupo e poetico sulla bestia che ereditiamo e su quella che scegliamo di diventare.
Il lupo mannaro di Washington

Horror, commedia, di Milton Moses Ginsberg, Stati Uniti, 1973.
Jack Whittier è un giornalista inviato a Washington D.C. come corrispondente da Budapest. Jack è infettato da un licantropo durante una festa e comincia a trasformarsi in un lupo mannaro. Nel frattempo, cerca di nascondere la sua nuova condizione e di mantenere il suo lavoro come giornalista. Mentre Jack cerca di controllare la sua trasformazione, si imbatte in una serie di eventi insoliti e spaventosi, come la scomparsa di un importante funzionario governativo e l'arrivo di una strana figura che sembra essere una strega. Jack deve affrontare anche la sua relazione con la sua fidanzata e con il suo capo, che cominciano a sospettare di lui. Mentre Jack lotta con la sua nuova condizione, viene invitato a una cena ufficiale presso la Casa Bianca, dove scopre che il presidente degli Stati Uniti è coinvolto in un complotto.
Commedia horror che unisce elementi di commedia nera, satira politica e horror, è stato girato a Washington D.C. e New York, con la regia di Milton Moses Ginsberg, che aveva precedentemente lavorato come regista e sceneggiatore in diversi film a basso budget. Il film è stato realizzato con un budget relativamente basso e ha sofferto di problemi di produzione, come ritardi e problemi con le scene che richiedevano effetti speciali. La performance di Stockwell è stata apprezzata dalla critica e la sua interpretazione del personaggio del licantropo è convincente e divertente. Il film è stato generalmente accolto con recensioni negative al momento della sua uscita e non ha avuto un grande successo commerciale. Tuttavia, è diventato un cult movie negli anni successivi e viene apprezzato per il suo umorismo nero e la sua critica sociale.
LINGUA: inglese
SOTTOTITOLI: italiano
Teddy (2020)
Teddy è un diciannovenne ribelle e senza prospettive che vive in un piccolo e sonnolento villaggio nei Pirenei francesi. Emarginato e deriso da tutti, il suo unico punto fermo è l’amore per la sua ragazza, Rebecca. Una notte, mentre si trova nel bosco, viene graffiato da una bestia misteriosa. Nelle settimane successive, Teddy inizia a sviluppare strane compulsioni animali, trasformandosi lentamente nel mostro che la sua comunità, in fondo, ha sempre pensato che fosse.
Con Teddy, i fratelli Ludovic e Zoran Boukherma firmano una tragica e sardonica riflessione sul determinismo sociale. La licantropia, in questo contesto rurale e desolato, non è una semplice maledizione soprannaturale, ma la manifestazione fisica di un’emarginazione già esistente. Teddy non diventa un mostro dal nulla; la trasformazione amplifica e rende letale la rabbia e la frustrazione di un giovane a cui la società non ha mai dato una possibilità.
Il film mescola con abilità il body horror, con scene di trasformazione sottili ma disturbanti, a una commedia nera che mette a nudo l’ipocrisia e la crudeltà della vita di provincia. La performance di Anthony Bajon è straordinaria nel catturare la dualità di Teddy: un ragazzo vulnerabile e innamorato, ma anche un “piccolo bastardo” che sembra quasi cercare i guai. La sua metamorfosi diventa così una profezia che si autoavvera, un’esplosione di violenza che è tanto il frutto di un morso quanto degli anni di umiliazioni subite. Teddy è un film di lupi mannari profondamente triste, che si interroga su chi sia il vero mostro: la bestia che ulula alla luna o la società che l’ha creata.
Wildling (2018)
Anna ha trascorso tutta la sua infanzia rinchiusa in una soffitta, accudita da un uomo che chiama “Papà”. Le è stato insegnato a temere il mondo esterno e una creatura mangia-bambini chiamata “Wildling”. Liberata da adolescente dalla sceriffo locale, Anna scopre per la prima volta la società. Ma mentre il suo corpo inizia a sbocciare in un modo che “Papà” cercava disperatamente di sopprimere con delle iniezioni, scopre che la terrificante favola della sua infanzia potrebbe nascondere un’incredibile e pericolosa verità su se stessa.
Wildling è un’affascinante e originale decostruzione del mito del lupo mannaro, che lo trasforma in una fiaba oscura e in un potente racconto di formazione. Il film abbandona la lore tradizionale di maledizioni e lune piene per creare una mitologia propria, più radicata nel folklore e nella natura. La trasformazione di Anna non è una corruzione, ma una riscoperta della sua vera identità, una natura primordiale che era stata violentemente repressa.
Il film funziona magnificamente come metafora del controllo patriarcale. Le iniezioni di “Papà” per fermare la pubertà di Anna sono un tentativo letterale di impedire la sua maturazione e la sua liberazione sessuale. La sua metamorfosi diventa quindi un atto di ribellione, il recupero di un potere ancestrale e selvaggio. Bel Powley offre un’interpretazione eccezionale, catturando la meraviglia, la paura e la ferocia di una creatura che impara a conoscere se stessa. Invertendo il mito di Cappuccetto Rosso, dove la vergine è il lupo, Wildling si rivela un’opera visivamente suggestiva e tematicamente ricca, che celebra la natura selvaggia come forza indomabile di emancipazione femminile.
Raw (Grave) (2016)
Justine, una sedicenne cresciuta in una famiglia di veterinari vegetariani, inizia il suo primo anno nella stessa facoltà della sorella maggiore. Durante un brutale rito di iniziazione, è costretta a mangiare un rene di coniglio crudo. Questo atto, per lei sacrilego, risveglia una fame primordiale e inaspettata per la carne, in particolare quella umana. La sua discesa nel cannibalismo diventa un viaggio terrificante e scioccante alla scoperta della sua vera natura e dei segreti della sua famiglia.
Sebbene Raw non sia tecnicamente un film di lupi mannari, la sua inclusione in questa lista è essenziale per comprendere l’evoluzione del body horror come metafora nel cinema di genere indipendente. L’opera prima di Julia Ducournau è un cugino spirituale di film come Ginger Snaps, e forse la sua più estrema e viscerale incarnazione. Qui, il cannibalismo sostituisce la licantropia come veicolo per esplorare il tumulto del passaggio all’età adulta.
La trasformazione di Justine è un’allegoria potente e disturbante del risveglio sessuale, della scoperta dell’identità e della ribellione contro i valori familiari imposti. Il desiderio di carne diventa un simbolo del desiderio carnale, della fame di esperienze e della liberazione dagli schemi. Ducournau dirige con una sicurezza impressionante, creando scene di body horror che non sono mai gratuite, ma sempre funzionali a rappresentare il caos psicologico ed emotivo della protagonista. Raw dimostra come il cinema horror contemporaneo possa utilizzare le trasformazioni più grottesche per raccontare storie profondamente umane, rendendolo un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia analizzare il tema della “bestia interiore”.
I Was a Teenage Werewolf (1957)
Tony Rivers è un liceale problematico, noto per il suo temperamento violento e la sua incapacità di controllare la rabbia. Preoccupato per il suo futuro, si affida a un ipnoterapeuta, il dottor Brandon, che vede nel ragazzo la cavia perfetta per un siero sperimentale. Attraverso una terapia regressiva, il dottore scatena gli istinti primordiali di Tony, trasformandolo in un feroce lupo mannaro che terrorizza la sua scuola e la sua città.
I Was a Teenage Werewolf è un film fondamentale, non tanto per la sua qualità cinematografica quanto per il suo impatto culturale. È l’opera che ha dato origine all’archetipo del “lupo mannaro come metafora dell’angoscia adolescenziale”. In un’America degli anni ’50 ossessionata dal panico per la delinquenza giovanile e la ribellione senza causa, il film ha incanalato queste paure sociali in una narrazione horror. La trasformazione di Tony non è solo fisica, ma è il simbolo della rabbia e degli impulsi incontrollabili che gli adulti temevano si nascondessero dietro ogni giacca di pelle.
Con un giovane Michael Landon in una performance sorprendentemente intensa, il film ha trasformato la licantropia da una maledizione gotica europea a un problema suburbano americano. La metamorfosi diventa l’estrema manifestazione dell’alienazione adolescenziale, un’esplosione di violenza contro un mondo di adulti che non capiscono. Nonostante la sua natura di film d’exploitation a basso budget, la sua idea centrale si è rivelata così potente da influenzare decenni di cinema horror, gettando le basi per opere future che avrebbero esplorato con maggiore profondità il legame tra mostruosità e crescita.
Bloodthirsty (2020)
Grey è una cantautrice indie che, dopo un primo album di successo, si trova paralizzata dal blocco dello scrittore. Soffre anche di inquietanti allucinazioni in cui si trasforma in un lupo. Disperata, accetta l’invito di Vaughn Daniels, un produttore musicale tanto geniale quanto famigerato, a registrare il suo nuovo album nella sua isolata villa nel bosco. Lì, il processo creativo la spingerà a confrontarsi con la sua vera natura predatoria, scoprendo che per creare grande arte potrebbe essere necessario sacrificare la propria umanità.
Bloodthirsty offre una variazione affascinante e intelligente sul mito del licantropo, utilizzandolo come una potente metafora dell’ambizione artistica e del concetto di “artista mostruoso”. Il film esplora l’idea che il processo creativo, nella sua forma più pura e intensa, sia un atto di predazione. Per creare qualcosa di autentico e potente, Grey deve attingere alle sue paure e ai suoi istinti più oscuri, “divorando” le proprie esperienze e, metaforicamente, quelle degli altri.
La figura di Vaughn, il produttore mentore, agisce come un catalizzatore oscuro, spingendo Grey a liberare la bestia interiore non per una maledizione, ma per raggiungere la grandezza artistica. Il film pone una domanda scomoda: fino a che punto un artista è disposto a spingersi per il proprio lavoro? La trasformazione in lupo mannaro diventa il simbolo di una dedizione totalizzante che consuma tutto, comprese le relazioni e la morale. È un’analisi tagliente della tossicità che può nascondersi dietro la ricerca della perfezione, un racconto horror che trova il suo terrore non nella luna piena, ma nella pagina bianca e nella fame di successo.
I Am Lisa (2020)
Lisa gestisce una piccola libreria in una cittadina corrotta, dove subisce le angherie di una bulla locale, figlia dello sceriffo. Quando denuncia un’aggressione, la legge, invece di proteggerla, si rivolta contro di lei. Picchiata selvaggiamente dalla sceriffo e dai suoi complici e abbandonata a morire nel bosco, Lisa viene morsa da un lupo. Sopravvissuta e dotata di nuovi poteri soprannaturali, inizia una brutale e metodica vendetta contro coloro che le hanno fatto del male.
I Am Lisa si inserisce con forza nel filone dei “rape-revenge”, utilizzando la licantropia come strumento definitivo di emancipazione e giustizia femminile. Il film trasforma la vittima in predatore, dando a Lisa il potere fisico per ribaltare un sistema patriarcale e corrotto che l’avrebbe altrimenti schiacciata. La sua trasformazione non è una maledizione, ma un’arma, un’incarnazione della sua rabbia repressa che finalmente trova sfogo.
Pur essendo un film a basso budget, la sua forza risiede nella chiarezza del suo messaggio. La licantropia diventa il simbolo di una forza primordiale e selvaggia che si risveglia per punire gli oppressori. Il film è un commento potente su come le donne, spinte al limite, possano trovare dentro di sé una ferocia inaspettata per reclamare la propria agenzia. In un genere spesso dominato da figure maschili, I Am Lisa offre una prospettiva fresca e catartica, dimostrando che a volte, per combattere i mostri, bisogna diventarlo.
Dog Soldiers (2002)
Una squadra di soldati britannici, impegnata in un’esercitazione di routine nelle remote Highlands scozzesi, si imbatte nei resti massacrati di un’unità delle forze speciali. L’unico sopravvissuto, un capitano gravemente ferito, farfuglia di un nemico inimmaginabile. Ben presto, i soldati si ritrovano assediati in una fattoria isolata da un branco di feroci e implacabili lupi mannari, costretti a usare il loro addestramento militare per sopravvivere a una notte di puro terrore.
L’esordio alla regia di Neil Marshall, Dog Soldiers, è un’iniezione di adrenalina pura nel cuore del sottogenere. Marshall stesso ha definito il suo film “un film di soldati con i lupi mannari, non un film di lupi mannari con i soldati”, e questa distinzione è fondamentale. L’opera abbandona quasi del tutto le implicazioni psicologiche della licantropia per trattare i mostri come una forza nemica, un avversario da combattere con tattica, proiettili e coraggio. Il risultato è un capolavoro di azione e horror.
Influenzato da classici come Aliens di James Cameron e Zulu di Cy Endfield, il film è un assedio teso e claustrofobico, sostenuto da un ritmo impeccabile e da un cast perfetto. La vera forza di Dog Soldiers risiede nel suo umorismo nero e nel cameratismo tra i soldati. Le loro battute da caserma, anche di fronte a un orrore indicibile, rendono i personaggi incredibilmente reali e il loro destino ancora più coinvolgente. Con i suoi effetti pratici impressionanti, che conferiscono ai lupi mannari una presenza fisica terrificante, e la sua energia implacabile, Dog Soldiers è diventato un cult amato all’unanimità, la prova che il mito del licantropo può essere un veicolo perfetto per l’azione più sfrenata.
The Howling (L’ululato) (1981)
Karen White, una giornalista televisiva, rimane traumatizzata dopo aver fatto da esca per catturare un pericoloso serial killer. Per superare lo shock, il suo terapeuta le consiglia un soggiorno in un isolato centro di recupero chiamato “La Colonia”, un luogo idilliaco dove i pazienti possono “entrare in contatto con la loro vera natura”. Presto, Karen scopre che gli abitanti della Colonia prendono questo consiglio in modo fin troppo letterale, rivelandosi essere una comunità di lupi mannari.
Uscito nello stesso anno di An American Werewolf in London, The Howling di Joe Dante rappresenta l’altra faccia della medaglia della rivoluzione del cinema licantropico degli anni ’80. Se il film di Landis era una commedia nera con elementi tragici, quello di Dante è una satira affilata e cinica, che prende di mira la cultura del self-help e le terapie New Age che stavano prendendo piede in California. La Colonia è una parodia delle comuni e dei ritiri spirituali, dove l’idea di “liberare la bestia interiore” viene interpretata nel modo più sanguinoso possibile.
Il film è un’opera metacinematografica, piena di riferimenti e battute interne per gli appassionati del genere horror, con personaggi che portano i nomi di registi di film di lupi mannari del passato. Gli effetti speciali di Rob Bottin, rivaleggiando con quelli di Rick Baker, offrono una delle trasformazioni più impressionanti e terrificanti della storia del cinema. The Howling è un commento intelligente e spietato sulla superficialità della cultura mediatica e sulla pericolosità delle ideologie che promettono una liberazione facile, dimostrando che a volte, grattando la superficie della civiltà, si trova solo una fame primordiale.
Werewolves Within (2021)
Il nuovo ranger Finn Wheeler arriva nella piccola e stravagante cittadina di Beaverfield, in Vermont, trovandola spaccata in due da una proposta per la costruzione di un gasdotto. Quando una bufera di neve isola la città e costringe i residenti a rifugiarsi nella locanda locale, la tensione esplode. La situazione precipita quando un cadavere viene scoperto e tutti si convincono che un lupo mannaro si nasconda tra di loro, costringendoli a un gioco mortale per scoprire chi sia la bestia.
Werewolves Within è una delle commedie horror più riuscite e intelligenti degli ultimi anni. Basato su un videogioco di realtà virtuale, il film adotta una classica struttura da “whodunit” alla Agatha Christie e la utilizza come pretesto per una brillante satira sulla polarizzazione politica e sociale dell’America contemporanea. La vera genialità del film sta nel mostrare come gli abitanti di Beaverfield fossero già pronti a sbranarsi a vicenda ben prima dell’arrivo di qualsiasi mostro.
Il lupo mannaro diventa il catalizzatore che fa emergere la paranoia, i pregiudizi e l’ostilità che già ribollivano sotto la superficie. Le accuse volano, basate non su prove ma su stereotipi politici e personali, trasformando la locanda in un microcosmo dell’attuale clima di sfiducia. Con un cast corale eccezionale, dialoghi brillanti e un ritmo perfetto, il film riesce a essere contemporaneamente esilarante e pieno di tensione. È una riflessione acuta su come la vera minaccia, a volte, non sia il mostro fuori dalla porta, ma la bestia della discordia che è già dentro di noi.
Howl (2015)
Joe, un controllore di treni deluso, si ritrova a lavorare su un convoglio notturno diretto fuori Londra. Il viaggio prende una piega terrificante quando il treno si ferma bruscamente nel mezzo di una foresta remota e oscura dopo aver colpito qualcosa sui binari. I passeggeri, un gruppo eterogeneo di pendolari, si ritrovano isolati e senza comunicazioni. Presto scoprono di non essere soli: una creatura feroce li sta cacciando dal buio, trasformando il vagone in una trappola mortale.
Howl è un monster movie teso, brutale ed estremamente efficace, che sfrutta al massimo la sua premessa claustrofobica. Il regista Paul Hyett, un veterano degli effetti speciali noto per il suo lavoro in The Descent, mette la sua esperienza al servizio della storia, creando un’atmosfera di assedio opprimente e creature dal design pratico e terrificante. Il treno diventa un microcosmo sociale, un non-luogo dove le tensioni tra i passeggeri, rappresentanti di diverse classi sociali, esplodono sotto la pressione della minaccia esterna.
Il film non reinventa la ruota del genere, ma esegue la sua formula con una precisione spietata. L’azione è ben coreografata, la violenza è viscerale e la suspense è mantenuta alta per tutta la durata. Howl è un eccellente esempio di come un concept semplice, un’ambientazione limitata e un approccio diretto possano dare vita a un horror di sopravvivenza adrenalinico e senza fronzoli. È un film che non perde tempo, afferra lo spettatore e non lo lascia andare fino alla sua sanguinosa conclusione.
WolfCop (2014)
Lou Garou è un poliziotto alcolizzato e fannullone nella sonnolenta cittadina di Woodhaven. La sua vita, già un disastro, prende una svolta inaspettata quando, dopo aver risposto a una chiamata per un disturbo in una zona boscosa, viene coinvolto in un rituale satanico e si risveglia con un pentagramma inciso sul petto. Alla successiva luna piena, si trasforma in un lupo mannaro. Invece di soccombere alla maledizione, decide di usare i suoi nuovi poteri per diventare il poliziotto che non è mai stato: un giustiziere peloso e assetato di giustizia.
WolfCop è un’ode sfacciata e gloriosa al cinema di serie B, un film che abbraccia la sua assurdità con un entusiasmo contagioso. Scritto e diretto da Lowell Dean, è un’esplosione di comicità, violenza esagerata ed effetti pratici gore che omaggiano l’estetica grindhouse degli anni ’70 e ’80. Il film non ha alcuna pretesa di profondità psicologica; il suo unico obiettivo è intrattenere nel modo più oltraggioso possibile, e ci riesce magnificamente.
La trasformazione di Lou in un eroe, seppur mostruoso, è esilarante. La sua nuova identità di “WolfCop” gli permette di scatenare una violenza catartica contro i criminali e i corrotti della città, che si rivelano essere parte di una cospirazione ancora più bizzarra. Con un umorismo demenziale, un design della creatura volutamente retrò e una totale mancanza di vergogna, WolfCop si è guadagnato meritatamente lo status di cult. È un film fatto da appassionati per appassionati, una celebrazione del lato più divertente e spensierato dell’horror.
The Beast Must Die (La bestia deve morire) (1974)
Tom Newcliffe, un milionario eccentrico e cacciatore di grossa selvaggina, è convinto che uno dei suoi ospiti sia un lupo mannaro. Invita un gruppo eterogeneo di persone nella sua isolata tenuta di campagna, dotata di un sofisticato sistema di sorveglianza, con un unico scopo: identificare la creatura durante le notti di luna piena e darle la caccia. Mentre la paranoia serpeggia tra gli invitati, inizia un mortale gioco del gatto e del topo.
Prodotto dalla Amicus, la storica rivale della Hammer, The Beast Must Die è un esperimento cinematografico unico e affascinante. Il film fonde l’horror gotico con la struttura di un giallo alla Agatha Christie, creando un “whodunit” soprannaturale. La sua caratteristica più celebre e bizzarra è il “Werewolf Break”: un’interruzione di trenta secondi verso la fine del film, in cui un narratore invita esplicitamente il pubblico a usare gli indizi forniti per indovinare l’identità del licantropo.
Questo espediente, che omaggia i gimmick del produttore William Castle, rende il film un’esperienza interattiva e indimenticabile. Al di là del suo gioco metacinematografico, l’opera mescola elementi di thriller, horror e persino blaxploitation (con il suo protagonista afroamericano, una scelta audace per l’epoca). Sebbene il design della creatura possa apparire datato, l’atmosfera di sospetto, il cast di prim’ordine (che include il leggendario Peter Cushing) e la sua premessa originale lo rendono un cult imperdibile per ogni appassionato del genere.
Bad Moon (1996)
L’avvocato Janet Harrison e suo figlio Brett accolgono con gioia lo zio Ted, un fotoreporter appena tornato da una spedizione in Nepal dove la sua ragazza è stata uccisa. L’unico a non fidarsi di Ted è Thor, il fedele pastore tedesco di famiglia, che percepisce immediatamente una minaccia nel nuovo arrivato. Mentre una serie di brutali omicidi sconvolge la zona, Thor capisce la verità: Ted è un lupo mannaro, e toccherà a lui proteggere la sua famiglia.
Bad Moon è un gioiello sottovalutato degli anni ’90, che si distingue per una premessa tanto semplice quanto geniale: raccontare una storia di lupi mannari quasi interamente dal punto di vista del cane di famiglia. Basato sul romanzo “Thor” di Wayne Smith, il film trasforma l’animale domestico nell’eroe della storia, un protagonista intelligente e coraggioso che, a differenza degli umani, non può essere ingannato dalle apparenze.
Questa scelta narrativa, che ricorda una versione canina di Fright Night, crea una dinamica unica e avvincente. La frustrazione di Thor, incapace di comunicare il pericolo ai suoi padroni, è palpabile, e la sua rivalità territoriale con il licantropo Ted diventa il cuore pulsante del film. A questo si aggiunge uno dei migliori design di lupo mannaro mai realizzati con effetti pratici: una creatura imponente, agile e terrificante. Nonostante una famigerata e breve sequenza in CGI, Bad Moon è un horror solido, teso e originale, che celebra l’istinto e la lealtà del migliore amico dell’uomo di fronte all’orrore soprannaturale.
El bosque del lobo (1970)
Nella Galizia rurale del XIX secolo, Benito Freire è un venditore ambulante solitario, afflitto da crisi epilettiche che lo rendono un reietto. Le superstizioni e l’ignoranza dei villaggi che attraversa lo etichettano come un essere maledetto, un “lobishome” (lupo mannaro). Mentre una serie di misteriose sparizioni e omicidi terrorizza la regione, la linea tra la malattia di Benito, la crudeltà della società e una possibile maledizione soprannaturale diventa sempre più sottile e sanguinosa.
El bosque del lobo di Pedro Olea è un capolavoro del cinema fantastico spagnolo e un’opera fondamentale del folk horror. Basato liberamente sulla storia vera di Manuel Blanco Romasanta, il primo serial killer documentato in Spagna, il film trascende il semplice racconto di mostri per diventare una potente indagine psicologica sulla creazione della mostruosità. La domanda che aleggia per tutta la pellicola non è se Benito sia davvero un lupo mannaro, ma se sia stata la sua condizione medica o l’ostracismo e la paura della società a trasformarlo in un assassino.
Il film è un’analisi spietata di come l’isolamento, la superstizione e il pregiudizio possano generare violenza. La performance di José Luis López Vázquez è straordinaria, un ritratto straziante di un uomo tormentato, intrappolato tra la sua sofferenza fisica e la follia che gli viene proiettata addosso dagli altri. Con la sua atmosfera cupa e la sua profonda ambiguità, El bosque del lobo è un’opera d’arte che esplora l’orrore che nasce non dal soprannaturale, ma dalla natura umana stessa.
Romasanta: The Werewolf Hunt (Romasanta: La caccia alla bestia) (2004)
Spagna, 1851. Una serie di cadaveri mutilati fa risorgere la leggenda del “Lupo Mannaro di Allariz”. Manuel Romasanta, un affascinante venditore ambulante, viaggia di villaggio in villaggio, seducendo le donne del posto. Ma dietro il suo aspetto attraente si nasconde un segreto mortale. Quando confessa tredici omicidi, si difende sostenendo di essere vittima di una maledizione licantropica, costringendo la legge e la scienza a confrontarsi con l’inconcepibile.
Diretto da Paco Plaza, futuro co-regista del fenomeno **, Romasanta offre una rilettura lussureggiante e gotica della stessa figura storica che ha ispirato El bosque del lobo. A differenza del suo predecessore, che si concentrava sull’analisi psicologica e sociale, questo film abbraccia pienamente l’estetica dell’horror, pur mantenendo una notevole ambiguità. La fotografia è sontuosa, l’atmosfera è carica di sensualità e minaccia, e Julian Sands offre un’interpretazione carismatica e inquietante del protagonista.
La vera originalità del film risiede nella sua struttura. Invece di culminare con la cattura del mostro, Romasanta dedica gran parte della sua durata al processo e agli interrogatori che ne seguono. Questo trasforma il racconto in un affascinante dramma giudiziario e medico, dove la scienza del XIX secolo, con le sue teorie sulla frenologia e l’ipnosi, tenta di spiegare e “curare” una condizione che appartiene al mito. Con una memorabile sequenza di trasformazione “inversa” e un approccio che privilegia il mistero e l’eleganza, Romasanta è un’interpretazione stilisticamente audace e affascinante di una delle leggende più oscure della Spagna.
Brotherhood of the Wolf (Il patto dei lupi) (2001)
Francia, 1766. La provincia rurale del Gévaudan è terrorizzata da una bestia misteriosa e feroce che ha massacrato decine di donne e bambini. Per porre fine al panico, il re Luigi XV invia sul posto il cavaliere e naturalista Grégoire de Fronsac e il suo compagno di viaggio, l’irochese Mani. Quella che inizia come una caccia al mostro si trasforma presto in un’indagine complessa, che svela una cospirazione politica e religiosa molto più pericolosa della creatura stessa.
Brotherhood of the Wolf è un’esplosione cinematografica, un’opera audace e spettacolare che sfida ogni tentativo di etichettatura. Il regista Christophe Gans prende la leggenda storica della Bestia del Gévaudan e la usa come tela per dipingere un affresco che mescola con una sfrontatezza mozzafiato il dramma in costume, l’horror gotico, il thriller cospirativo, il melodramma romantico e, soprattutto, le arti marziali in stile Hong Kong. Il risultato è un film unico, esagerato e incredibilmente divertente.
Il film è un trionfo di stile visivo, con una fotografia sontuosa, costumi magnifici e scene d’azione coreografate in modo dinamico e iper-stilizzato. La chimica tra il razionale Fronsac e il mistico e letale Mani (interpretato dall’artista marziale Mark Dacascos) è il cuore pulsante della narrazione. Rifiutando ogni forma di realismo storico a favore di un intrattenimento puro e adrenalinico, Brotherhood of the Wolf è diventato un cult internazionale, un esempio perfetto di come il cinema di genere possa superare i confini culturali e creare qualcosa di totalmente nuovo e inaspettato.
Good Manners (As Boas Maneiras) (2017)
Clara, un’infermiera solitaria proveniente dalla periferia di San Paolo, viene assunta come governante e futura tata dalla ricca e misteriosa Ana, una giovane donna incinta che vive isolata in un lussuoso appartamento. Tra le due donne, nonostante le differenze di classe, nasce un legame profondo e intimo. Ma Ana nasconde un oscuro segreto legato alle notti di luna piena, un segreto che cambierà per sempre la vita di entrambe in modo tragico e inaspettato.
Good Manners è un’opera straordinaria e audace, un film brasiliano che fonde generi diversi per creare un racconto unico e potente. I registi Juliana Rojas e Marco Dutra iniziano con i toni di un dramma sociale che esplora le dinamiche di classe, razza e sessualità, per poi virare con maestria verso una fiaba gotica e un horror soprannaturale. Il film è diviso in due parti distinte, ognuna con un proprio stile visivo e narrativo, che insieme compongono un’epica moderna e commovente.
La licantropia è trattata con una sensibilità e un’originalità sorprendenti, diventando una metafora della maternità, dell’alterità e dell’amore incondizionato. Il film non teme di essere strano, tenero e terrificante allo stesso tempo, utilizzando elementi visivi che spaziano da sfondi dipinti in stile Disney a un body horror viscerale. Vincitore del Premio Speciale della Giuria al Festival di Locarno, Good Manners è un gioiello del cinema di genere contemporaneo, una testimonianza della capacità del fantastico di raccontare storie profondamente umane e socialmente rilevanti.
Valley of Shadows (Skyggenes Dal) (2017)
Aslak, un bambino di sei anni, vive con sua madre in un piccolo villaggio norvegese, incastonato tra il mare e una foresta immensa e oscura. Dopo una tragedia familiare e la scomparsa del suo cane, Aslak si convince che una creatura simile a un lupo, responsabile della morte di alcune pecore locali, abbia preso il suo amato animale. Ignorando gli avvertimenti degli adulti, si avventura da solo nella foresta, un luogo di miti e paure, alla ricerca di risposte.
Valley of Shadows è un film che sussurra l’orrore invece di urlarlo. Il regista Jonas Matzow Gulbrandsen crea un’opera d’arte atmosferica e psicologica, che utilizza la figura del lupo mannaro non come una minaccia concreta, ma come un’ombra, una possibilità vista attraverso lo sguardo innocente e confuso di un bambino. Il film si muove sul confine tra realtà e immaginazione, lasciando lo spettatore nel dubbio se la bestia sia reale o una manifestazione delle paure e del dolore di Aslak.
Ispirato alle fiabe gotiche scandinave, il film è un’esperienza visiva mozzafiato. La fotografia cattura la bellezza maestosa e al contempo minacciosa del paesaggio norvegese, trasformando la foresta in un personaggio vivo e pulsante, un labirinto dell’inconscio. La narrazione lenta e contemplativa, accompagnata da una colonna sonora inquietante, costruisce una tensione quasi insopportabile. Valley of Shadows non è un film di mostri convenzionale, ma un’esplorazione profonda e poetica del lutto, della solitudine e del modo in cui l’immaginazione infantile elabora un mondo adulto incomprensibile.
The Cursed (Eight for Silver) (2021)
Nella Francia rurale della fine del XIX secolo, il brutale barone Seamus Laurent massacra un clan di rom per rivendicare le loro terre. Prima di morire, una donna del clan lancia una maledizione, forgiando una dentiera d’argento che scatena una forza demoniaca. Presto, il villaggio è tormentato da incubi e da una creatura bestiale che rapisce i bambini. Un patologo in visita, John McBride, capisce che non si tratta di un animale comune, ma di qualcosa di molto più antico e sinistro.
The Cursed è un tentativo ambizioso e visivamente impressionante di reinventare la mitologia del lupo mannaro. Il regista Sean Ellis abbandona la lore tradizionale per creare un’origine nuova e più complessa, radicata nel folk horror, nella colpa coloniale e in un body horror quasi lovecraftiano. La maledizione non si trasmette con un semplice morso, ma attraverso un oggetto maledetto, i denti d’argento, e la trasformazione è un processo orribile e doloroso che imprigiona la vittima all’interno della bestia.
Il film eccelle nella creazione di un’atmosfera gotica e opprimente, con una fotografia nebbiosa e cupa che valorizza l’orrore. Il design della creatura è originale e terrificante, lontano dal classico uomo-lupo. Sebbene la narrazione possa risultare a tratti problematica nell’uso dello stereotipo della “maledizione gitana”, The Cursed è un’opera potente e inquietante. È un commento sulla violenza della terra e sull’avidità umana, un horror che dimostra come i peccati dei padri possano generare mostri molto reali.
A Werewolf in England (2020)
Nell’Inghilterra vittoriana, un consigliere parrocchiale sta trasportando un criminale quando una violenta tempesta li costringe a cercare rifugio in una locanda isolata e sinistra. Lì, scoprono presto che i locandieri hanno stretto un patto mortale con le creature che infestano i boschi circostanti: in cambio della loro salvezza, offrono i loro ignari ospiti in pasto a un branco di lupi mannari. Per sopravvivere alla notte, i due nemici dovranno unire le forze.
A Werewolf in England è un omaggio divertente e sanguinolento al cinema horror della Hammer, realizzato con lo spirito ribelle di un film indipendente a basso budget. Il regista Charlie Steeds non nasconde le sue influenze, creando un’opera che mescola l’atmosfera gotica delle produzioni classiche con un umorismo nero e una violenza esagerata che ricordano The Evil Dead.
Il film non si prende mai troppo sul serio, deliziando lo spettatore con dialoghi arguti, personaggi sopra le righe e una generosa dose di gore pratico. Pur con i limiti evidenti del suo budget, che rendono gli effetti speciali a tratti artigianali, il film compensa con un’energia contagiosa e un amore genuino per il genere. È un’opera camp, divertente e senza pretese, una perfetta rappresentazione di come il cinema indipendente possa rivisitare i classici con irriverenza e passione, offrendo un intrattenimento horror puro e senza filtri.
Late Phases (2014)
Ambrose McKinley, un veterano del Vietnam cieco e scontroso, si trasferisce in una tranquilla comunità per anziani per trascorrere i suoi ultimi giorni. La sua pace viene distrutta la prima notte, quando una creatura attacca la sua vicina e uccide il suo amato cane guida. Capendo che la comunità è afflitta da un lupo mannaro che colpisce ogni mese, Ambrose, nonostante la sua disabilità, usa il mese successivo per prepararsi a un’ultima, epica battaglia contro la bestia.
Late Phases è una gemma nascosta e una delle più originali e commoventi variazioni sul tema del lupo mannaro. Il film sovverte coraggiosamente le convenzioni del genere, sostituendo i soliti protagonisti adolescenti con un eroe anziano e disabile. Questa scelta trasforma la storia in una potente riflessione sulla mortalità, la dignità e la resilienza di fronte all’inevitabile declino.
La performance di Nick Damici nel ruolo di Ambrose è semplicemente straordinaria: il suo personaggio è burbero, vulnerabile e incredibilmente tosto, un guerriero stanco che decide di non andarsene in silenzio. Il film esplora temi profondi come il rapporto conflittuale con il figlio e il senso di abbandono che pervade la comunità di anziani, rendendo la minaccia del licantropo una metafora della morte stessa, che Ambrose decide di affrontare alle sue condizioni. Con un focus sui personaggi, dialoghi brillanti e un finale catartico e sanguinoso, Late Phases è un cult movie intelligente ed emozionante.
Wer (2013)
In Francia, una famiglia di turisti viene massacrata in un campeggio. L’unico sospettato è Talan Gwynek, un uomo locale imponente e coperto di peli. L’avvocato difensore americano Kate Moore e il suo team si convincono della sua innocenza, ipotizzando che soffra di una rara malattia genetica, la porfiria, che lo renderebbe fisicamente incapace di compiere tali atrocità. Ma quando Talan viene sottoposto a esami medici, la sua reazione scatena un’ondata di violenza inimmaginabile, rivelando una verità molto più terrificante.
Wer è un tentativo audace di modernizzare e razionalizzare il mito del lupo mannaro, fondendo l’estetica del found footage con la struttura di un thriller legale e poliziesco. Nella prima parte, il film si sviluppa come un’indagine, cercando una spiegazione medica e scientifica per ciò che il pubblico sa essere soprannaturale. Questo approccio crea una tensione interessante, contrapponendo la logica della legge e della scienza all’orrore primordiale che sta per scatenarsi.
Quando la violenza esplode nella seconda metà, il film si trasforma in un’esperienza brutale e viscerale. La regia di William Brent Bell cattura la ferocia degli attacchi con un’energia caotica e incalzante, mostrando un “licantropo” che è più una forza della natura inarrestabile che una creatura da fiaba. Sebbene l’uso del found footage non sia sempre coerente, Wer si distingue per il suo approccio pseudo-realistico e per la sua rappresentazione di una bestia la cui forza disumana è tanto spaventosa quanto tragica.
Silver Bullet (Unico indizio la luna piena) (1985)
La tranquilla cittadina di Tarker’s Mills è terrorizzata da una serie di omicidi raccapriccianti che si verificano a ogni luna piena. L’unico ad aver visto la creatura responsabile e a essere sopravvissuto è Marty Coslaw, un ragazzino paraplegico che si muove su una sedia a rotelle super-accessoriata, la “Silver Bullet”. Insieme a sua sorella maggiore e al loro eccentrico zio Red, Marty deve convincere una città scettica della terribile verità e trovare un modo per fermare il lupo mannaro.
Basato sul racconto di Stephen King “Cycle of the Werewolf”, Silver Bullet è un classico degli anni ’80 che, con il tempo, ha consolidato il suo status di film di culto. Più che un horror puro, è un racconto di formazione avventuroso, pervaso da quel fascino nostalgico tipico delle opere di King, dove i giovani protagonisti si trovano ad affrontare il male in un mondo di adulti che non credono loro.
Il film brilla per il suo cuore e i suoi personaggi. La scelta di un eroe disabile è significativa e potente, con Marty che usa la sua intelligenza e il suo ingegno per compensare la sua limitazione fisica. La dinamica tra Marty, sua sorella e lo zio Red, interpretato da un memorabile e sopra le righe Gary Busey, è il centro emotivo della storia. Silver Bullet è un’opera affascinante che mescola suspense, umorismo e un tocco di malinconia, un perfetto esempio di come il cinema horror degli anni ’80 sapesse raccontare storie di coraggio e legami familiari di fronte all’oscurità.
Howling II: Your Sister Is a Werewolf (Howling II – L’ululato) (1985)
Dopo la morte della giornalista Karen White, protagonista del primo film, suo fratello Ben viene avvicinato da Stefan Crosscoe, un misterioso investigatore dell’occulto. Crosscoe, interpretato dal leggendario Christopher Lee, rivela a un incredulo Ben che sua sorella era un lupo mannaro e che per fermare la piaga devono recarsi in Transilvania. Lì, dovranno affrontare e distruggere Stirba, l’immortale e sensuale regina di tutti i licantropi, prima che un antico rituale le conferisca il potere supremo.
Howling II: Your Sister Is a Werewolf è un capolavoro del cinema “così brutto da essere bello. Un sequel che abbandona completamente la satira intelligente e l’orrore teso del suo predecessore per tuffarsi a capofitto in un abisso di assurdità camp, diventando una delle esperienze più bizzarre e involontariamente esilaranti della storia del cinema horror. Il film è un guazzabuglio delirante di idee, che mescola la mitologia dei lupi mannari con quella dei vampiri, introduce paletti di titanio come unica arma efficace e ambienta il tutto in un’atmosfera da video musicale punk-rock anni ’80.
Il film è diventato leggendario per la sua trama insensata, i costumi da lupo mannaro che sembrano tappeti pelosi e, soprattutto, per la performance iconica di Sybil Danning nel ruolo di Stirba. La sua presenza magnetica e la famigerata scena in cui si strappa il vestito, ripetuta ben diciassette volte durante i titoli di coda, hanno consacrato il film nell’olimpo dei cult. È un’opera da guardare non per la sua qualità, ma per la sua audace e gloriosa incompetenza.
Cursed (2005)
A Los Angeles, i fratelli Ellie e Jimmy Myers hanno un incidente d’auto su Mulholland Drive e vengono attaccati da una creatura feroce. Entrambi sopravvivono con dei graffi, ma presto iniziano a notare strani cambiamenti: sensi potenziati, una nuova aggressività e un’inspiegabile attrazione per il pericolo. Capiscono di essere stati maledetti e che, per spezzare l’incantesimo, devono trovare e uccidere il lupo mannaro che li ha attaccati.
Cursed è uno dei casi più famosi e affascinanti di produzione travagliata nella storia del cinema horror. Nelle intenzioni del regista Wes Craven e dello sceneggiatore Kevin Williamson, doveva essere per i lupi mannari ciò che Scream era stato per gli slasher: una decostruzione meta-cinematografica, intelligente e spaventosa. Tuttavia, le continue interferenze dello studio, i reshoot, i cambi di cast e la richiesta di un rating più basso hanno trasformato il film in un’opera frammentata e compromessa.
Nonostante i suoi difetti evidenti, tra cui una CGI datata che ha sostituito gli effetti pratici di Rick Baker, Cursed è diventato un cult proprio per la sua storia travagliata. I fan amano analizzarlo, cercando di intravedere tra le crepe il capolavoro che avrebbe potuto essere. Il film conserva ancora tracce dell’umorismo e dell’intelligenza tipici di Williamson e qualche zampata registica di Craven. È un’opera imperfetta ma intrigante, un fantasma di un film migliore che continua a ululare la sua storia di potenziale perduto.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
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