Ecco una selezione curata di film che incarnano perfettamente il tema dell’identità, esplorandone le crepe, le maschere e le infinite possibilità. Il cinema, nella sua essenza più pura, è uno specchio. Ma mentre il cinema mainstream tende a offrirci un riflesso levigato e rassicurante, il cinema indipendente e d’autore ci porge uno specchio infranto. In quelle schegge, in quelle fratture, troviamo un’immagine più complessa, contraddittoria e, in definitiva, più veritiera di cosa significhi essere umani.
Libero dai vincoli commerciali e dalle formule narrative preconfezionate, il cinema indipendente si avventura nelle zone grigie dell’esistenza, dove l’identità non è un dato di fatto, ma una domanda costante. È un territorio di ricerca, di crisi, di trasformazione. I registi indipendenti utilizzano linguaggi formali audaci per dare corpo alla frammentazione della psiche, alla fluidità del genere, all’alienazione culturale e alla crisi esistenziale.
Questa guida è un viaggio attraverso trenta di quelle schegge. Ogni film è una porta su un universo interiore, un’indagine sulla costruzione del sé che sfida le nostre certezze. Dal cinema underground, nato come forma di sovversione culturale, alle opere contemporanee che ridefiniscono i confini della rappresentazione, queste pellicole ci mostrano che l’identità non è un monolite da scoprire, ma un mosaico fragile che componiamo e ricomponiamo per tutta la vita.
Psiche Frammentata – Identità, Memoria e Dissoluzione
Il cinema ha sempre cercato di dare forma all’invisibile, di tradurre in immagini i labirinti della mente. I film di questa sezione si spingono oltre, utilizzando il linguaggio cinematografico per visualizzare la crisi interna del soggetto. Qui, l’identità è un costrutto fragile, un’eco della memoria, una performance sociale costantemente sull’orlo del collasso. Queste opere decostruiscono la nozione di un “io” stabile, mostrando come la psiche possa dissolversi, fondersi con un altro o rimanere intrappolata in un loop di rappresentazioni. È un cinema che non racconta la crisi, ma la incarna nella sua stessa forma.
Persona (1966)
Elisabet, un’acclamata attrice, sprofonda improvvisamente in un silenzio catatonico. Viene affidata alle cure di Alma, una giovane e loquace infermiera, in un cottage isolato sul mare. L’intimità forzata e il silenzio assordante di Elisabet spingono Alma a confessare i suoi segreti più profondi, innescando un processo di fusione e dissoluzione psicologica tra le due donne, dove i confini delle loro identità iniziano a svanire pericolosamente.
Il capolavoro di Ingmar Bergman è un’immersione abissale nella psiche. Il film esplora il concetto junghiano di “persona” come maschera sociale che indossiamo per affrontare il mondo. Il silenzio di Elisabet non è assenza, ma un atto di ribellione estremo: il rifiuto di recitare ancora, di mentire con ogni gesto e ogni sorriso. Bergman, con la fotografia quasi tattile di Sven Nykvist, usa il primo piano come uno strumento chirurgico per sezionare l’anima, fino alla celebre, terrificante inquadratura in cui i volti delle due donne si fondono in uno solo. Persona non si limita a rappresentare la crisi d’identità; la provoca, arrivando a lacerare la pellicola stessa a metà film, come a suggerire che l’arte, come l’io, è un costrutto fragile che può andare in frantumi.
Synecdoche, New York (2008)
Caden Cotard, un regista teatrale ipocondriaco e infelice, riceve una prestigiosa borsa di studio che gli permette di creare un’opera di assoluta onestà. Decide di mettere in scena la propria vita, costruendo una replica in scala reale di New York in un magazzino. Il progetto si espande a dismisura, con attori che interpretano lui e le persone della sua vita, e poi altri attori che interpretano gli attori, in un loop ricorsivo che consuma decenni e confonde ogni confine tra arte e realtà.
L’esordio alla regia di Charlie Kaufman è un’opera monumentale e straziante sulla ricerca solipsistica di un sé autentico. La struttura narrativa, che si ripiega su se stessa all’infinito, è la perfetta metafora della mente di Caden, intrappolata in un’analisi senza fine. L’identità qui non è qualcosa da scoprire, ma una performance senza fine, una serie di ruoli che interpretiamo fino a dimenticare chi sia il regista. Il titolo stesso, che indica una figura retorica in cui la parte rappresenta il tutto, è la chiave: il dramma di Caden è il dramma dell’esistenza, il tentativo disperato di catturare la totalità della vita in una rappresentazione, un’impresa destinata al fallimento.
Aftersun (2022)
Vent’anni dopo una vacanza in Turchia con suo padre, una Sophie ormai adulta ripensa a quei giorni. Attraverso i suoi ricordi frammentari e i filmati sgranati di una videocamera, cerca di ricostruire l’immagine di suo padre Calum, un uomo amorevole ma enigmatico, che lottava con un’oscurità che lei, all’epoca undicenne, poteva solo intuire. La memoria diventa un atto di indagine e di riconciliazione con una figura tanto vicina quanto inafferrabile.
. L’alternanza tra la pellicola, che conferisce ai ricordi una qualità onirica e idealizzata, e i filmati della videocamera DV, che fungono da “prova” oggettiva ma incompleta, evidenzia i vuoti che solo l’immaginazione può colmare. L’identità di Calum non è definita da ciò che vediamo, ma da ciò che Sophie adulta proietta su quei momenti, suggerendo che l’identità di coloro che amiamo è un mosaico composto tanto dai loro frammenti quanto dai nostri.
Il posto delle fragole (Wild Strawberries, 1957)
L’anziano ed egocentrico professor Isak Borg intraprende un lungo viaggio in auto per ricevere una laurea honoris causa. Durante il tragitto, accompagnato dalla nuora, una serie di sogni, ricordi e incontri casuali lo costringono a confrontarsi con il suo passato: un amore perduto, un matrimonio infelice e una vita segnata dalla freddezza emotiva. Questo pellegrinaggio fisico si trasforma in un profondo viaggio interiore verso la comprensione e il perdono di sé.
Ancora Bergman, qui in una delle sue opere più accessibili e commoventi, utilizza la struttura del road movie come archetipo del viaggio di auto-scoperta. Il paesaggio svedese che scorre fuori dal finestrino è un riflesso dei paesaggi interiori della memoria di Isak. Attraverso immagini iconiche e sequenze oniriche cariche di simbolismo, Bergman drammatizza la lotta di un uomo per smantellare l’identità rigida che si è costruito per tutta la vita e riscoprire l’umanità che aveva soffocato. È un’elegante meditazione sulla vecchiaia, il rimpianto e la possibilità di una riconciliazione finale con la propria esistenza.
Waltz with Bashir (2008)
Il regista Ari Folman si rende conto di avere un buco nero nella sua memoria riguardo alla sua esperienza come soldato durante la guerra in Libano del 1982, in particolare durante il massacro di Sabra e Shatila. Per recuperare questo passato perduto, intervista vecchi commilitoni, le cui testimonianze si mescolano a visioni surreali e oniriche. Il film diventa un’indagine investigativa nella natura fragile e traumatica della memoria.
Questo rivoluzionario documentario animato dimostra come l’identità sia plasmata tanto da ciò che dimentichiamo quanto da ciò che ricordiamo. L’animazione non è un mero vezzo stilistico, ma l’unico linguaggio capace di visualizzare l’inesprimibile: i sogni, le allucinazioni, i vuoti di memoria e le difese psicologiche di fronte al trauma. La ricerca di Folman non è solo personale; diventa un’esplorazione della colpa collettiva e della costruzione dell’identità nazionale israeliana, mostrando come la storia, sia individuale che collettiva, sia un racconto instabile e costantemente rinegoziato.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
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A Woman Under the Influence (1974)
Mabel Longhetti è una casalinga e madre amorevole, il cui comportamento eccentrico e la cui disperata ricerca di affetto la mettono in rotta di collisione con le aspettative della sua famiglia e della società. Suo marito Nick, un operaio edile, la ama profondamente ma è incapace di comprendere la sua instabilità emotiva. La pressione per conformarsi a un’idea di “normalità” spinge Mabel verso un crollo psicologico.
John Cassavetes, con il suo stile crudo e quasi documentaristico, demolisce la nozione di identità femminile convenzionale. La performance monumentale di Gena Rowlands non è il ritratto di una malattia, ma la lotta di un’anima che non riesce a indossare la maschera di moglie e madre. L’uso dell’improvvisazione e la camera a mano di Cassavetes ci immergono nel caos interiore di Mabel, riflettendo la sua identità frammentata e la sua disperata, e in definitiva tragica, ricerca di autenticità in un mondo che la vuole “normale”.
Cléo from 5 to 7 (1962)
Cléo, una giovane e bella cantante pop, vaga per le strade di Parigi per due ore, dalle 17 alle 19, mentre attende i risultati di una biopsia che potrebbero confermare una diagnosi di cancro. In questo lasso di tempo, la sua percezione di sé e del mondo cambia radicalmente. Da oggetto di sguardi altrui, narcisista e superstiziosa, Cléo inizia a osservare la vita intorno a lei, trasformandosi in un soggetto consapevole della propria esistenza e mortalità.
. Varda esplora come la percezione di sé sia costruita dallo sguardo degli altri. All’inizio, l’identità di Cléo è una performance: è la “bella cantante” che tutti vedono. La minaccia della morte la costringe a spogliarsi di questa maschera. L’abbondanza di specchi e riflessi nel film non serve a celebrare la sua bellezza, ma a interrogare la natura frammentata del suo io. Il suo viaggio non è solo un percorso fisico attraverso Parigi, ma una transizione da un’identità passiva e oggettificata a una soggettività attiva e consapevole.
Identità Culturale – Esilio, Appartenenza e Sradicamento
Nessun individuo è un’isola. La nostra identità è un dialogo costante, e spesso conflittuale, con il luogo in cui viviamo, la cultura che respiriamo e la storia che ci precede. I film di questa sezione esplorano come l’esilio, l’immigrazione e lo scontro tra mondi diversi diventino catalizzatori per una profonda messa in discussione del sé. Il “luogo” non è mai uno sfondo passivo, ma un agente attivo che modella, sfida e talvolta frantuma l’identità, costringendo i personaggi a rinegoziare costantemente la propria appartenenza.
Stranger Than Paradise (1984)
Willie, un immigrato ungherese che vive a New York, ha adottato uno stile di vita “cool” e americanizzato, fatto di scommesse, TV dinner e un’aria di studiata indifferenza. La sua routine viene sconvolta dall’arrivo della cugina sedicenne Eva dall’Ungheria. Insieme al suo amico Eddie, il trio intraprende un viaggio senza meta verso Cleveland e poi la Florida, scoprendo un’America desolata e uniforme, tanto estranea quanto i loro stessi sentimenti.
La commedia esistenziale di Jim Jarmusch è un ritratto iconico dell’alienazione e dell’identità culturale nell’America reaganiana. Lo stile minimalista, le lunghe inquadrature fisse e il bianco e nero granuloso accentuano il vuoto interiore dei personaggi. L’identità di Willie non è una sintesi tra due culture, ma una performance vuota: rifiuta le sue radici ungheresi per un’idea di America superficiale e deludente. Il film suggerisce che l’identità culturale, in un mondo postmoderno, è meno un’eredità e più un progetto precario, una maschera indossata per navigare un paesaggio privo di veri punti di riferimento.
Return to Seoul (2022)
Frédérique, detta Freddie, una ragazza francese di 25 anni, decide impulsivamente di recarsi a Seul, la città dove è nata prima di essere adottata da una coppia francese. Senza un piano preciso, il suo viaggio si trasforma in una caotica e imprevedibile ricerca delle sue origini. L’incontro con i suoi genitori biologici e il confronto con una cultura che non le appartiene la spingono a mettere in discussione la sua stessa identità, in un arco di tempo di otto anni.
Il film di Davy Chou è una potente e anti-romantica decostruzione del concetto di “radici”. Il ritorno di Freddie in Corea non è una catarsi, ma uno scontro violento con le aspettative altrui. Il suo comportamento abrasivo e la sua natura mercuriale sono una forma di difesa contro chi vorrebbe incasellarla in un’identità “coreana”. Return to Seoul mostra l’identità transnazionale non come un ponte tra due mondi, ma come uno spazio di conflitto perpetuo, un processo di continua e dolorosa rinegoziazione di sé che non offre risposte facili né un senso di appartenenza definitivo.
The Farewell (2019)
Billi, una giovane scrittrice cino-americana che vive a New York, scopre che alla sua amata nonna, Nai Nai, in Cina, restano poche settimane di vita. La famiglia decide di nascondere la verità alla matriarca, organizzando un finto matrimonio come pretesto per riunirsi tutti e dirle addio. Billi, in conflitto con questa “buona bugia” che va contro i suoi valori occidentali, torna in Cina e si confronta con le complesse dinamiche familiari e la sua identità divisa.
Basato su una storia vera, il film di Lulu Wang è una delicata e acuta indagine sullo scontro culturale e sull’esperienza diasporica. La bugia al centro della trama diventa il prisma attraverso cui analizzare le diverse concezioni di famiglia, individuo e compassione. L’identità di Billi è quella di chi vive “in-between”: non pienamente americana, non più pienamente cinese. Il film esplora con umorismo e tenerezza questo stato di sospensione, mostrando come l’identità dell’immigrato sia un costante atto di traduzione, non solo linguistica, ma anche emotiva e culturale.
Paris, Texas (1984)
Un uomo, Travis, riappare dal deserto del Texas dopo quattro anni di silenzio e amnesia. Suo fratello Walt lo ritrova e lo aiuta a ricongiungersi con il figlio di sette anni, Hunter. Insieme, padre e figlio intraprendono un viaggio attraverso il paesaggio americano alla ricerca di Jane, la moglie e madre scomparsa, nel tentativo di ricostruire una famiglia e un’identità andate in frantumi.
L’elegia di Wim Wenders, con la fotografia struggente di Robby Müller e la colonna sonora iconica di Ry Cooder, è una meditazione sulla memoria, la perdita e l’identità nel contesto del mito americano. Il deserto non è solo un luogo fisico, ma uno spazio dell’anima, simbolo della cancellazione del sé di Travis. La sua ricerca non è solo per ritrovare la sua famiglia, ma per ritrovare se stesso attraverso i frammenti di un passato doloroso. Paris, Texas dimostra in modo poetico come l’identità sia indissolubilmente legata ai luoghi, alle persone e alle storie che ci siamo lasciati alle spalle.
In the Mood for Love (2000)
Nella Hong Kong del 1962, il signor Chow e la signora Chan si trasferiscono nello stesso condominio lo stesso giorno. Presto scoprono che i rispettivi coniugi, spesso assenti, hanno una relazione. Feriti e soli, i due iniziano a frequentarsi, trovando conforto l’uno nell’altra, ma la loro relazione rimane platonica, sospesa in un limbo di desiderio inespresso e rispetto delle convenzioni sociali.
Il capolavoro di Wong Kar-wai è un poema visivo sull’identità repressa. La fotografia sontuosa ma claustrofobica, con i suoi “frame within a frame”, intrappola i personaggi in corridoi stretti e stanze anguste, metafore delle costrizioni morali e sociali che soffocano il loro vero io. L’identità dei protagonisti è definita dalla loro performance pubblica, un’etichetta impeccabile che nasconde un tumulto di emozioni. Ambientato in una comunità di immigrati di Shanghai, il film cattura anche un’identità culturale in transizione, pervasa di nostalgia e di un senso di sradicamento che si specchia nella condizione esistenziale dei suoi protagonisti.
Ghost Dog: The Way of the Samurai (1999)
Ghost Dog è un sicario afroamericano che vive solitario sul tetto di un edificio, comunicando solo tramite piccioni viaggiatori. La sua vita è governata da un antico codice d’onore, quello dei samurai, tratto dal libro Hagakure. È un fedele servitore di un piccolo malavitoso italoamericano che una volta gli ha salvato la vita. Quando la mafia decide di eliminarlo, Ghost Dog applica i principi del guerriero per difendersi.
Il film di Jim Jarmusch è un saggio geniale e postmoderno sulla costruzione di un’identità ibrida. In un mondo globalizzato, l’identità non è più un’eredità monolitica, ma un assemblaggio creativo, un “campionamento” di codici culturali diversi. Ghost Dog fonde la filosofia zen dei samurai, la cultura hip-hop e l’etica criminale della mafia per creare un codice di vita unico e personale. Jarmusch utilizza questo sincretismo per decostruire i generi cinematografici e per riflettere, con ironia e malinconia, sulla possibilità di forgiare un’identità autentica in un mondo saturo di influenze.
Y Tu Mamá También (2001)
Due adolescenti messicani di classi sociali diverse, Tenoch e Julio, partono per un viaggio improvvisato verso una spiaggia segreta. Con loro c’è Luisa, una donna spagnola più grande e carismatica, sposata con un cugino di Tenoch. Durante il viaggio, tra scoperte sessuali e tensioni crescenti, una voce narrante onnisciente rivela dettagli crudi sulla realtà sociale e politica del Messico che i ragazzi ignorano.
Alfonso Cuarón trasforma un road movie di formazione in un’acuta allegoria dell’identità nazionale messicana all’inizio del XXI secolo. L’identità dei protagonisti è definita tanto dalla loro esplorazione del desiderio quanto dalla loro beata inconsapevolezza del contesto di disuguaglianza e corruzione che li circonda. La voce fuori campo agisce come una coscienza storica, contrapponendo la loro ricerca personale di libertà a un paese ancora prigioniero delle sue contraddizioni, mostrando come l’identità, sia personale che collettiva, sia sempre inscritta in una precisa realtà storica e sociale.
Corpi e Desideri – Identità di Genere e Sessuale
L’identità non è un concetto astratto; è scritta sulla nostra pelle, nei nostri desideri, nel modo in cui il nostro corpo abita il mondo. Questa sezione è dedicata a film che sfidano le concezioni binarie e normative di genere e sessualità. Dal New Queer Cinema, che ha rivendicato la rappresentazione di identità marginalizzate, a opere più recenti che esplorano le complesse intersezioni di razza, classe e desiderio, queste pellicole mostrano come l’identità sia una performance fluida, un’esperienza incarnata e una continua negoziazione con le aspettative sociali.
Moonlight (2016)
Diviso in tre capitoli, il film segue la vita di Chiron, un giovane afroamericano, dall’infanzia all’età adulta, mentre cresce in un quartiere difficile di Miami. Chiron lotta per venire a patti con la sua identità e la sua sessualità, affrontando il bullismo, l’abbandono da parte della madre tossicodipendente e la ricerca di una figura paterna. La sua vita è un percorso doloroso verso l’accettazione di sé in un mondo che sembra non avere spazio per la sua vulnerabilità.
. Le tre fasi della sua vita non sono solo tappe di crescita, ma la costruzione di maschere diverse per sopravvivere. Il film contrappone la durezza dell’iper-mascolinità che Chiron è costretto a performare per proteggersi con momenti di lirica intimità, spesso legati al simbolismo dell’acqua e del colore blu, che rappresentano rari istanti di autenticità. Moonlight è un’opera di una sensibilità sconvolgente sulla difficoltà di costruire un’identità quando ogni parte di te è stigmatizzata.
The Watermelon Woman (1996)
Cheryl, una giovane regista lesbica nera che lavora in una videoteca di Philadelphia, decide di girare un documentario su un’attrice afroamericana degli anni ’30, nota solo come “The Watermelon Woman” per i suoi ruoli stereotipati da “mammy. Mentre la sua ricerca la porta a scoprire la vita segreta e la sessualità dell’attrice, Cheryl si trova a navigare la sua relazione con una donna bianca e a riflettere sulla propria identità.
Pietra miliare del New Queer Cinema, il film di Cheryl Dunye intreccia magistralmente identità razziale, sessuale e storica. La ricerca di Cheryl non è solo un’indagine storiografica, ma una metafora della ricerca del proprio posto nel mondo e nella storia. Decostruendo gli stereotipi e mettendo in discussione gli archivi ufficiali, il film mostra come le identità queer e nere siano state sistematicamente cancellate dalla narrazione dominante, affermando la necessità di creare e raccontare le proprie storie per poter esistere.
Tomboy (2011)
Laure, una bambina di dieci anni, si trasferisce con la sua famiglia in un nuovo quartiere durante l’estate. Con i suoi capelli corti e il suo abbigliamento, viene scambiata per un maschio dai nuovi amici. Invece di correggerli, Laure coglie l’occasione per presentarsi come Mickaël e sperimenta un’estate vissuta con una nuova identità di genere, esplorando le dinamiche del gruppo di ragazzi e una nascente attrazione per la sua amica Lisa.
Céline Sciamma affronta l’esplorazione dell’identità di genere nell’infanzia con uno sguardo naturalistico e privo di giudizio. Il film non patologizza la fluidità di Laure/Mickaël, ma la osserva come un’esperienza di scoperta, gioco e performatività. La regia intima e la fotografia luminosa catturano la gioia e l’ansia di questa doppia vita, mostrando come le pressioni sociali e le norme di genere inizino a manifestarsi fin da piccoli, senza però imporre una traiettoria definitiva all’identità del personaggio, lasciandola aperta e in divenire.
Orlando (1992)
La storia segue Orlando, un giovane nobile dell’Inghilterra elisabettiana a cui la regina Elisabetta I ordina di non invecchiare mai. Orlando attraversa quattro secoli di storia inglese, vivendo avventure, amori e delusioni. A metà del suo viaggio, si risveglia misteriosamente trasformato in una donna. Questa trasformazione gli permette di sperimentare la vita e le costrizioni sociali da una prospettiva completamente diversa, continuando la sua ricerca di amore e di sé.
L’adattamento visionario di Sally Potter del romanzo di Virginia Woolf è un’esplorazione epica della fluidità dell’identità di genere. La trasformazione di Orlando non è solo un espediente fantastico, ma un potente strumento per criticare come i ruoli di genere siano costruzioni storiche e arbitrarie che limitano l’individuo. Con una Tilda Swinton androgina e perfetta, il film suggerisce l’esistenza di un’essenza del sé che trascende il binarismo di genere e le epoche, un’identità che rimane costante pur cambiando corpo e contesto sociale.
Portrait of a Lady on Fire (2019)
Alla fine del XVIII secolo, la pittrice Marianne viene ingaggiata per realizzare il ritratto di nozze di Héloïse, una giovane donna appena uscita dal convento e restia al matrimonio. Poiché Héloïse si rifiuta di posare, Marianne deve osservarla di giorno e dipingerla di nascosto di notte. Tra le due donne nasce un’intimità basata su sguardi, gesti e parole, che si trasforma in un amore appassionato e destinato a finire.
. A differenza dello sguardo maschile che oggettifica, lo scambio di sguardi tra Marianne e Héloïse è un dialogo che permette a entrambe di vedersi e definirsi per la prima volta. L’atto creativo del dipingere diventa una metafora della creazione di un’identità condivisa, un amore che esiste e fiorisce in uno spazio temporaneo al di fuori delle costrizioni patriarcali, lasciando un’impronta indelebile nella memoria.
My Own Private Idaho (1991)
Mike, un prostituto di strada narcolettico, è ossessionato dalla ricerca della madre che lo ha abbandonato. Il suo unico punto fermo è Scott, il suo migliore amico e collega, figlio ribelle del sindaco che vive per strada per sfidare il padre. Insieme, intraprendono un viaggio dall’Oregon all’Idaho e fino in Italia, un percorso frammentato che riflette la memoria spezzata e l’identità precaria di Mike.
Gus Van Sant dipinge un ritratto lirico e struggente di identità ai margini. L’identità di Mike è definita dalla sua vulnerabilità, dal suo corpo che lo tradisce con sonni improvvisi e dal suo amore non corrisposto. Il film mescola un realismo crudo con sequenze oniriche e dialoghi shakespeariani, creando una rappresentazione unica di un’esistenza fluttuante, un “Idaho privato” inaccessibile al mondo esterno. È un’esplorazione poetica della ricerca di casa e di amore come fondamenti di un’identità stabile.
Weekend (2011)
Dopo una serata con amici etero, Russell, un bagnino, va in un locale gay e passa la notte con Glen, un’artista. Quella che doveva essere un’avventura di una notte si trasforma in un intenso weekend di conversazioni, sesso e confessioni. Nell’arco di 48 ore, i due uomini esplorano le loro differenze, le loro paure e le loro speranze, confrontandosi con cosa significhi essere gay oggi e cosa significhi connettersi veramente con un’altra persona.
Andrew Haigh offre una delle rappresentazioni più autentiche e sfumate dell’identità gay contemporanea, allontanandosi dai cliché del cinema di genere. Il film non è una storia di “coming out”, ma un’esplorazione matura di come si negozia la propria identità in relazione all’altro e alla società. L’intimità del weekend diventa uno spazio di rivelazione, un catalizzatore per una più profonda auto-percezione, mostrando come l’identità non sia un’etichetta statica, ma un dialogo in continuo divenire.
Tangerine (2015)
È la vigilia di Natale a Los Angeles. Sin-Dee Rella, una prostituta transgender appena uscita di prigione, scopre dalla sua migliore amica Alexandra che il suo fidanzato e protettore l’ha tradita con una donna cisgender. Infuriata, Sin-Dee si lancia in una frenetica e chiassosa ricerca per le strade di Hollywood per trovare l’amante e confrontarsi con il traditore, trascinando con sé una riluttante Alexandra.
Girato interamente con un iPhone, il film di Sean Baker è un’esplosione di energia che offre una rappresentazione vibrante e non vittimistica dell’identità transgender. Lontano da narrazioni pietistiche, Tangerine celebra la resilienza, l’umorismo e l’agentività delle sue protagoniste. L’identità qui non è un problema o una fonte di angoscia, ma semplicemente il punto di vista attraverso cui vivere una giornata caotica. È un film sulla lealtà, l’amicizia e la sopravvivenza, che rivendica il diritto a una rappresentazione complessa e umana.
Identità Controllate e Performate – La Messa in Scena del Reale
Cosa succede quando l’identità non è una scoperta, ma un copione da imparare? Quando non è un’essenza, ma una performance imposta da regole assurde? I film di questa sezione finale utilizzano il grottesco, la satira e lo straniamento per smascherare le strutture sociali, familiari e politiche che fabbricano le identità. In questi mondi, essere se stessi è un lusso, se non un’impossibilità. L’identità diventa un ruolo da recitare, spesso con conseguenze terrificanti o esilaranti, rivelando l’artificialità delle norme che governano le nostre vite.
Dogtooth (Kynodontas, 2009)
Tre adolescenti vivono completamente isolati dal mondo esterno in una villa con giardino, protetti da un alto steccato. I loro genitori hanno costruito per loro una realtà alternativa, insegnando loro un vocabolario distorto (dove “mare” significa “poltrona”) e facendogli credere che i gatti siano creature feroci e che potranno uscire solo quando cadrà loro un canino. Questa esistenza controllata viene minata dall’arrivo di una persona esterna.
. La famiglia diventa un micro-stato autoritario che fabbrica la realtà per mantenere il potere. Lo stile visivo di Lanthimos, sterile e distaccato, con inquadrature che spesso tagliano i volti, riflette la disumanizzazione dei personaggi, la cui identità è interamente costruita e negata. Dogtooth è un’agghiacciante esplorazione di come il linguaggio e la conoscenza plasmino la nostra percezione di noi stessi e del mondo.
The Lobster (2015)
In una società distopica, essere single è illegale. Le persone non accoppiate vengono arrestate e trasferite in un hotel dove hanno 45 giorni per trovare un partner. Se falliscono, vengono trasformate in un animale a loro scelta. David, abbandonato dalla moglie, si trova in questa situazione e cerca disperatamente un partner basandosi non sull’amore, ma sulla condivisione di un tratto distintivo, come la miopia.
Ancora Lanthimos, questa volta con una satira surreale delle pressioni sociali che spingono alla vita di coppia. Il film porta all’estremo l’idea che l’identità sia definita dallo status relazionale. La ricerca di un partner diventa una performance grottesca, una lotta per la sopravvivenza in cui l’identità individuale viene sacrificata sull’altare della “compatibilità”. The Lobster è una critica feroce e esilarante a come la società imponga modelli di vita, costringendo gli individui a conformarsi o a essere emarginati.
Beau Travail (1999)
In un avamposto della Legione Straniera francese a Gibuti, il sergente Galoup nutre un’ammirazione quasi devota per il suo comandante, Forestier. La routine di addestramenti rituali e stilizzati viene interrotta dall’arrivo di un nuovo, giovane e promettente legionario, Sentain. La crescente gelosia e il desiderio represso di Galoup nei confronti di Sentain lo porteranno a un atto di sabotaggio che segnerà la sua rovina.
Claire Denis decostruisce la mascolinità come identità performativa e ritualizzata. I corpi dei soldati, ripresi in sequenze coreografate che assomigliano a una danza, diventano il luogo in cui si inscrive un’identità virile rigida, basata sulla ripetizione e il controllo. Il desiderio omoerotico represso di Galoup fa crollare questa facciata, rivelando la fragilità e l’insicurezza che si nascondono dietro la performance della mascolinità. .
Certified Copy (Copia conforme, 2010)
Uno scrittore inglese, James Miller, si trova in Toscana per presentare il suo ultimo libro, che teorizza come la copia abbia lo stesso valore dell’originale in arte. Lì incontra una gallerista francese, che lo accompagna in un giro in un borgo vicino. Durante la giornata, la loro relazione si trasforma ambiguamente: da due estranei che si sono appena conosciuti, iniziano a comportarsi come una coppia sposata da quindici anni, tra recriminazioni e tenerezze.
Il film di Abbas Kiarostami è un sofisticato gioco intellettuale sulla natura dell’autenticità, applicata non solo all’arte ma anche all’identità e alle relazioni umane. È impossibile per lo spettatore determinare quale sia la “vera” relazione tra i due protagonisti. Kiarostami suggerisce che l’identità, specialmente in una relazione a lungo termine, è una performance continua, una “copia conforme” di un sé passato o di un ideale di coppia. L’autenticità non risiede in un “originale” perduto, ma nella validità della performance stessa.
Fish Tank (2009)
Mia, un’adolescente di quindici anni irascibile e isolata, vive in un complesso di case popolari nell’Essex. Espulsa da scuola e in conflitto con la madre e la sorella minore, la sua unica valvola di sfogo è la danza hip-hop, che pratica da sola in un appartamento vuoto. La sua vita monotona e rabbiosa viene scossa dall’arrivo di Connor, il nuovo e affascinante fidanzato della madre, che sembra l’unico a vederla e a incoraggiare la sua passione.
Il realismo sociale di Andrea Arnold è crudo e immersivo. Fish Tank è un ritratto potente della ricerca di identità di un’adolescente in un ambiente di deprivazione sociale ed emotiva. Il titolo stesso è una metafora della sua esistenza: una vita confinata in uno spazio ristretto e soffocante. La danza diventa per Mia l’unico strumento per costruire un’identità propria, un linguaggio per esprimere una rabbia e una vulnerabilità altrimenti inarticolate. La camera a mano di Arnold ci incolla alla sua lotta per l’autodeterminazione, in un mondo che sembra offrirle poche vie di fuga.
The Son (Le Fils, 2002)
Olivier è un falegname che insegna in un centro di riabilitazione per adolescenti. La sua vita è metodica, silenziosa, segnata da un lutto profondo e mai elaborato: la morte di suo figlio. Un giorno, al centro arriva un nuovo ragazzo, Francis. Olivier scopre che è l’assassino di suo figlio. Invece di rifiutarlo, decide di prenderlo come suo apprendista, iniziando a seguirlo con un’ossessione che oscilla tra desiderio di vendetta e un’incomprensibile spinta al perdono.
I fratelli Dardenne, con il loro stile iperrealista e la loro camera a mano che pedina i personaggi, ci immergono nella lotta morale e corporea di Olivier. Il film è una straordinaria esplorazione della ridefinizione dell’identità attraverso il lutto e la possibilità del perdono. L’identità di Olivier, quella di un padre a cui è stato strappato il figlio, viene messa in crisi radicale. La sua trasformazione non è psicologica, ma fisica e morale: è nel suo corpo, nei suoi gesti di falegname, nel suo sguardo, che si consuma la battaglia per decidere se rimanere prigioniero del passato o aprirsi a un futuro impensabile.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
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