Francois Truffaut, i film come specchio della vita

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Indice dei contenuti

Introduzione 

Francois Truffaut è nato a Parigi il 6 febbraio 1932. È stato uno dei registi più influenti del cinema francese. All’attività di regista ha affiancato quella di critico cinematografico, nella redazione dei Cahier du Cinema. Spesso è stato anche sceneggiatore, produttore e attore dei suoi film e di film di altri registi. 

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Francois Truffaut e la Nouvelle Vague 

L’attività di Francois Truffaut nel cinema copre circa 30 anni, dagli anni 50 agli anni 80, e si affianca a quella di altri amici-filmakers del cinema francese come Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Éric Rohmer e Jacques Rivette

Questo gruppo di giovani, sotto la guida del critico André Bazin, ha creato il più importante movimento cinematografico della storia del cinema, La Nouvelle Vague, la nuova onda francese che creò nuove onde in altre parti del mondo. 

Tra questi paesi ci sono anche gli Stati Uniti d’America e il movimento della nuova Hollywood. Scorsese, Coppola, De Palma e altri registi americani che sarebbero diventati famosissimi iniziano i loro primi passi ispirandosi alla Nouvelle Vague francese

In tutto questo Truffaut riveste il ruolo d’onore: è suo il film che ha fatto conoscere il nuovo cinema francese indipendente in tutto il mondo. Si tratta de I 400 colpi che riscuote un grandissimo successo al Festival di Cannes del 1959

Da quel momento le cose cambiano radicalmente per il cinema commerciale. I produttori, sempre pronti a seguire le mode con cui fare soldi, vanno in cerca di nuovi registi di film d’essai

Truffaut rispecchia a pieno la migliore tradizione del cinema francese d’essai. Regista rigoroso ed emotivo nello stesso tempo, come critico cinematografico non esitava a stroncare i film commerciali che uscivano in quegli anni, proposti dai media e delle case di produzione come film artistici di qualità. Lo chiamavano il becchino del cinema

La vita di Francois Truffaut

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Infanzia

Figlio di Jeanine de Monferrand, una ragazza madre che lo aveva concepito a 18 anni, Francois Truffaut è cresciuto a Parigi, con una situazione familiare conflittuale che lo ha segnato per tutta la vita. Jeanine non desiderava affatto un figlio ed aveva tentato di abortire. A causa di ciò la famiglia l’aveva mandata in una specie di collegio per peccatrici. 

La donna fu costretta ad avere il figlio e poi trovò lavoro come segretaria in una redazione. Lì conobbe il futuro marito, Roland Truffaut, un architetto. Jeanine ed era spesso intollerante e scontrosa con Francois, gli impediva di muoversi e di fare qualunque tipo di rumore. L’unica attività che Francois poteva fare senza disturbarla era leggere. 

La passione per la lettura gli fu trasmessa dalla nonna, che si cimentava anche con la scrittura ed aveva scritto un libro contro il bigottismo. Francois fu cresciuto da lei e continuava a passare con la nonna lunghi periodi anche da adolescente. La nonna era una donna acculturata, controcorrente, completamente diversa dalla madre, che gli fece conoscere i classici della letteratura francese. 

Truffaut adolescente

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La figura di una madre distratta, irascibile, spesso occupata a frequentare i suoi amanti fuori casa, emerge in maniera chiara nel primo film di Francois Truffaut, I Quattrocento colpi, e torna in alcuni film successivi. Truffaut non saprà per molti anni che il suo vero padre biologico non è Roland. Inizierà le ricerche solo molti anni dopo mentre sta girando il film Baci rubati, assumendo un investigatore privato. 

La matrice autobiografica del cinema di Truffaut, in cui la sua vita si specchia, si conferma anche in questo periodo, dove il personaggio dell’investigatore privato compare diverse volte nei suoi film. Scoprirà che il suo vero padre è Roland Lévy, un dentista di una piccola città di provincia francese, ma deciderà di non entrare in contatto con lui. 

Nel periodo della scuola Francois Truffaut è un ragazzino ribelle, insofferente alle regole scolastiche. Le fughe dalla scuola per scoprire Parigi sono descritte in modo mirabile e poetico ne I 400 colpi. Passa da una scuola all’altra senza riuscire ad integrarsi in nessun contesto. A casa vive una situazione di disagio dove i genitori litigano continuamente. 

Per fortuna conosce Robert Lachenay, un ragazzino con cui condivide le stesse passioni e gli stessi problemi, con cui condivide avventure, furti e pomeriggi al cinema. A causa di alcuni furti e della sua condotta scolastica viene mandato in un collegio da cui riesce a fuggire poco prima della fine della guerra trovando un lavoro come magazziniere. 

Truffaut scopre il cinema 

Da quando vede il film di Abel Gance Paradiso Perduto Francois Truffaut si appassiona al cinema e fonda un cineclub vicino a quello del critico cinematografico Andre Bazin. André Bazin decide di andare a conoscere il suo concorrente ragazzino. Il padre però lo ritrova e lo consegna alla polizia che lo manda in un riformatorio. Andre Bazin lo aiuta ad uscire fuori dall’istituto. Truffaut trova lavoro come manovale e si innamora di una ragazza che non ricambia il suo sentimento. 

Disperato per la delusione amorosa si arruola per la guerra in Indocina. Presto però la vita militare gli diventa insopportabile: diserta e si rende nuovamente colpevole di un reato. Bazin lo aiuta di nuovo consigliandogli come uscire dai guai, facendogli da tutore e da figura paterna. Lo fa conoscere ad alcune redazioni giornalistiche che si occupano di cinema, con cui Francois inizia a collaborare. 

Gli trova lavoro presso il Ministero dell’Agricoltura francese e lo ospita a casa sua, a Bry-sur-Marne. Poi lo assume come critico cinematografico nella redazione dei Cahiers du cinema, rivista creata da poco. Nella redazione conosce altri giovani critici cinematografici, futuri registi: Claude Chabrol, Jacques Rivette, Jacques Demy, Éric Rohmer, Jean-Luc Godard.

Le Cahiers du cinema 

Nel 1953 scrive il famoso articolo Una certa tendenza del film francese, una critica spietata ai film che uscivano In quell’epoca in Francia, affermando apertamente quel che molti registi pensano in silenzio. Storicamente si fa coincidere la pubblicazione dell’articolo di Truffaut con l’inizio del movimento della Nouvelle Vague. L’anno seguente realizza il suo primo film, il cortometraggio Une visite, e scrive la sceneggiatura di Fino all’ultimo respiro (A bout de souffle) di Jean-Luc Godard.

Si dedica alla scrittura di racconti sulla rivista Le parisien. Nel cinema fa pratica come assistente alla regia di Roberto Rossellini. Intanto prosegue la sua attività giornalistica intervistando Alfred Hitchcock. Dopo aver trovato per caso su una bancarella il romanzo Jules e Jim diventa grande amico del suo autore, Henri-Pierre Roché. Successivamente realizzerà due film delle sue opere letterarie. 

Francois Truffaut intervista Hitchcock

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Truffaut era un grande estimatore del cinema di Alfred Hitchcock In quell’epoca considerato solo intrattenimento. Ha avuto il merito insieme ad altri suoi colleghi dei Cahier du Cinema come Claude Chabrol di rivalutare l’opera del maestro del thriller, fino a farlo considerare un regista di film d’essai

Nel corso degli anni Truffaut ha intervistato molte volte Hitchcock. Una serie di interviste che partono dalla tecnica cinematografica per svelare l’interessante e complessa personalità del regista americano. Il frutto di questa serie di interviste e il libro Il cinema secondo Hitchcock.

Le riflessioni di Truffaut sul cinema 

Ecco alcune interessanti riflessioni del regista sul cinema e gli aspetti tecnici e artistici del suo lavoro, più misteriosi legami che si creano tra cinema e vita di un regista. Pensieri e idee molto preziose, sia per chi si occupa di cinema sia per chi lo guarda come spettatore.

“Esiste, nell’idea stessa dello spettacolo cinematografico, una promessa di piacere, un’idea di esaltazione che contraddice il movimento della vita, cioè la china discendente: degradazione, invecchiamento e morte. 

Riassumo e semplifico: lo spettacolo è una cosa che cresce, la vita qualcosa che discende e, se si accetta questa visione delle cose, si dirà che lo spettacolo, contrariamente al giornalismo, compie una missione di menzogna, ma che i più grandi uomini di spettacolo sono quelli che riescono a non cadere nella menzogna e che fanno accettare al pubblico la loro verità, senza tuttavia urtare la legge fondamentale dello spettacolo. 

Questi fanno accettare la loro verità e anche la loro follia, perché non bisogna dimenticare che un artista deve imporre la propria follia particolare a un pubblico meno folle di lui o la cui follia è diversa. “

Il cinema come arte della prosa

“Per me, il cinema è un’arte della prosa. Definitivamente. Si tratta di filmare della bellezza senza averne l’aria. A questo tengo enormemente, ed è per questo che non posso abboccare all’amo di Antonioni, troppo indecente. La poesia mi esaspera, e quando qualcuno mi manda poesie nelle lettere, le cestino immediatamente.

Amo la prosa poetica, Cocteau, Audiberti, Genêt e Queneau, ma solamente la prosa. Amo il cinema perché è prosaico, è un’arte indiretta, inconfessata, nasconde nel momento stesso in cui mostra. I cineasti che amo hanno tutti in comune un pudore che li rende simili almeno su questo punto. 

Buñuel che rifiuta di girare due volte la stessa inquadratura, Welles che accorcia le inquadrature “belle” fino a renderle illeggibili, Bergman e Godard che lavorano a tutta velocità per non dare importanza a quello che fanno, Rohmer che imita il documentario, Hitchcock talmente emotivo da far sembrare di pensare solo ai soldi, Renoir che finge di affidarsi al caso, tutti istintivamente rifiutano l’atteggiamento poetico.”

“Non so se sono reazionario, ma non sono d’accordo con la tendenza critica che consiste nel dire: «Dopo il tale film, non sopporteremo più di vedere delle storie ben legate, ecc.». Pur amando film tanto nuovi come Due o tre cose che so di lei, Barriera, L’uomo non è un uccello e altri, io credo che se Lo splendore degli Amberson, La carrozza d’oro o Il fiume rosso arrivassero ora, nel ’67, sarebbero i migliori film dell’anno. 

Dunque, sono deciso a continuare lo stesso cinema che consiste sia nel raccontare una storia, sia nel far finta di raccontare una storia, è la stessa cosa. In fondo, non sono moderno, e se facessi finta di esserlo, sarebbe artificioso. In ogni caso, non ne sarei contento, il che è una ragione sufficiente per non farlo.”

I film e il pubblico

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“Lo spettacolo, il linguaggio, i miei film sono spettacoli da circo, questo voglio che siano. Non mostrerei mai due elefanti che recitano dall’inizio alla fine. Dopo gli elefanti viene il prestigiatore; dopo il prestigiatore, l’orso. Predispongo anche un intervallo verso il sesto rullo perché può capitare che la gente sia un po’ stanca. Al settimo rullo riprendo in mano la situazione e cerco di concludere con le cose migliori dello spettacolo.

Credo che sia necessario pensare al pubblico. Non credo più a quell’idea che un tempo mi seduceva – fu Otto Preminger a dirmelo in un’intervista e anche altri cineasti lo dicono – secondo cui non c’è alcun problema con il pubblico: «Se una cosa mi piace, so che piacerà al pubblico». Non è vero, è più complicato di così e, al momento, la penso in maniera opposta. 

Credo che un’idea che piace a un artista, per definizione, debba spiacere al pubblico. Perché? Perché l’artista è qualcuno al di fuori della società, e si indirizza alla società. Allora, si tratta di imporre alla gente la propria originalità, e non di andare verso la loro banalità; sì, bisogna ben dire le cose come stanno. 

Attualmente, credo molto al lavoro che consiste nell’imporre la propria originalità. È un lavoro di persuasione e l’impresa diviene una partita con la gente. Avverto questa cosa ogni volta che vedo uno dei miei film in pubblico. Sento che tale idea scandalizza e che quella dopo passa, che la successiva scandalizza, ecc. “

Creare emozioni con le immagini

“Amo molto questo aspetto, malgrado tutto ciò che può apparire antipatico, cioè il calcolo, eventualmente l’astuzia, mi sembra che ciò faccia parte del nostro lavoro. 

Bisogna sapere ciò che si vuole ottenere e, soprattutto, non volere ottenere che una cosa sola alla volta. Si tratta di creare emozioni. Allora, davanti a ciascuna inquadratura, fermiamoci per riflettere: come creare questa emozione? Tutto ciò che entra nel film, nella scena o nell’inquadratura, e che non risponde a questa domanda, diventa un elemento parassitario che bisogna rifiutare. 

Noi lavoriamo in un ambito che è insieme letterario, musicale, e plastico; bisogna senza sosta semplificare fino all’estremo. Il film è un battello che domanda solo di affondare, non è mai una cosa che cresce e progredisce; vi assicuro che è qualcosa che va a fondo e che si degrada inesorabilmente. Se non si tiene conto di questa legge, si è fritti. “

Il pubblico non cinefilo

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“L’altro giorno ho rivisto Intrigo internazionale e mezz’ora prima della fine ho sentito un tale dietro di me dire al suo vicino: «Non è male come film»; è una frase straordinaria perché è rivelatrice della mentalità degli spettatori occasionali, non cinefili; un film non è che della gelatina dopo tutto! Quel tale era uno spettatore difficile, scettico e diceva: «Non è male come film» e io sono stato contento per Hitchcock. 

Questo film, Intrigo internazionale, dura due ore, la metà dei piani è truccata in laboratorio o in fase di ripresa, ci sono dei mascherini, delle virtuosità strabilianti, un amore del mestiere e una scienza straordinari. È un film completamente personale, intimo, le ossessioni di Hitchcock, le sue ricerche, ma quel buon uomo, che era entrato là per caso, era obbligato a seguire, era stato conquistato. 

È una bella cosa. Per me, è questo il cinema. Io credo a questa specie di match. Si hanno immense responsabilità. Credo anche che si entri al cinema per caso e che non debbano esserci più categorie di spettatori; che lo spettatore avvertito, quello che vede cento film all’anno, il cinefilo trovi più cose di colui che va al cinema una volta all’anno, è normale, ma il film deve presentarsi esteriormente nello stesso modo per tutti e due.”

Hitchcock e Renoir: idee di cinema diverse

Ammiro in Hitchcock le risposte alla domanda: come farsi comprendere? Mi piace questo modo di moltiplicare gli avvenimenti, di spezzettare le difficoltà al fine di risolverle una per una, questa stilizzazione estrema dell’immagine. C’è una cosa sola da mostrare, dunque occorre togliere tutto ciò che dà fastidio intorno.

Sovente il lavoro di Hitchcock contraddice Renoir ma io aspiro ad una forma che sarà la sintesi dei due. Nel corso di una scena, Renoir sacrifica tutto alla comodità degli attori. Ebbene, pensa Renoir, se gli attori sono più contenti d’essere seduti sulla scala, li si farà sedere sulla scala, se hanno voglia di mangiare una mela, gli si darà una mela e questa comodità che egli favorisce è una comodità del momento, è una comodità di tutto lo spazio attorno alla macchina da presa, e dinanzi c’è una messa in condizione, bisogna che gli attori si sentano a loro agio per interpretare la scena con il massimo di realtà.

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Alfred Hitchcock

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Hitchcock è il contrario. Vogliamo conservare sullo schermo questa porzione di spazio ben delimitata, abbiamo attorno a noi 140 tecnici, una scala, tre finestre, una gru, dei proiettori, ma il pubblico non vedrà che la porzione di immagine di cui, io, Hitchcock, ho bisogno per integrarla nella successione delle inquadrature.

Perché questa porzione di immagine abbia il massimo di efficacia, occorre forse che l’interprete maschile sia accoccolato su di uno sgabello e bisogna che la ragazza che egli abbraccia sia sospesa per i piedi a un argano collegato al soffitto dello studio, o non so che altro… Non sono contenti?

Hitchcock non vuole neppure saperlo. Ciò che conta è ciò che ci sarà sull’immagine. L’effetto visivo da ottenere – sovente anzitutto disegnato su carta – sarà ottenuto costi quel che costi. Ecco un cinema che è evidentemente il contrario di quello di Renoir; è un cinema più logico di quello di Renoir perché effettivamente ciò che gli spettatori vedranno in sala, è appunto solo questo piccolo rettangolo e questo piccolo spazio selezionato che sono l’oggetto di tante cure da parte di Hitchcock, che, a dispetto di una irrealtà totale in fase di ripresa, perviene al massimo di efficacia, al massimo di effetto sull’intera sala, nel mondo intero, nello stesso tempo.

Trovo formidabile in Hitchcock questo coraggio, perché ci vuole del coraggio per fare cose irreali durante le riprese… È formidabile sapere a quel punto: a) ciò che si vuole ottenere, b) come ottenerlo, che si ha ragione e tener duro. E ciò vale per tutto.”

Jean Renoir

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Renoir è la prova che si può fare tutto al cinema a condizione di abbordare le cose con franchezza e semplicità. Si dice di lui che è un cineasta familiare, ma ha fatto anche cose molto liriche, molto deliranti che gli sono riuscite grazie al suo spirito di semplicità, alla sua umiltà. Conosco a memoria tutti i film di Renoir e intuisco sempre come e perché egli ha fatto le cose.

Quando ho delle difficoltà nei miei film, le risolvo pensando a lui. Mi è capitato sovente di aiutare gli attori a trovare il tono giusto per una scena riflettendo alla maniera in cui Renoir l’avrebbe fatta interpretare.

Ho un’idea, se volete, che è interessante come tutte le idee, un poco folle anche, come tutte le idee troppo teoriche, e cioè che c’è una riconciliazione possibile tra Renoir e Hitchcock, tra l’estremo del cinema di personaggi che è Renoir, e l’estremo del cinema di situazioni che è Hitchcock.

Da entrambe le parti ci sono degli inconvenienti; credo che in Hitchcock questi vadano cercati sul versante del realismo, dell’umanità; e in Renoir, nella debolezza di certe situazioni. Io credo a una mescolanza.”

La Nouvelle Vague

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A bout de souffle

Credo ci siano due tipi di cinema, uno che discende da Lumière e l’altro da Delluc. Lumière inventò il cinema per filmare la natura o un’azione. Delluc, che era scrittore e critico, pensò che si poteva usare questa invenzione per filmare idee, o azioni, che avessero un significato diverso da quello ovvio, e così, eventualmente, per avvicinarsi maggiormente alle altre arti.

Il risultato è che abbiamo Griffith, Chaplin, Stroheim, Flaherty, Gance, Vigo, Renoir, Rossellini (e più vicino a noi Godard) nel campo Lumière; e Epstein, L’Herbier, Feyder, Grémillon, Huston, Bardem, Astruc, Antonioni (e più vicino a noi Resnais) nel campo Delluc. Per il primo gruppo il cinema è essenzialmente uno spettacolo, per il secondo è un linguaggio. I critici, sia detto per inciso, hanno sempre maggiore simpatia per il gruppo Delluc, e si capisce visto che Louis Delluc è il loro patrono.

Sto cercando di dire che il primo gruppo fa film con una sorta di spontanea o ricreata innocenza – treni che arrivano in stazione, bambini che mangiano, l’innaffiatore innaffiato – mentre il secondo si occupa, più deliberatamente e intellettualmente, di conflitti morali, di personaggi che non guardano a noi mentre parlano. Sto semplificando, naturalmente, ma non troppo.

Questa distinzione è divenuta meno vera dall’apparizione della Nouvelle Vague, perché persone come Agnès Varda, Doniol-Valcroze, Chabrol stanno facendo una sorta di doppio gioco: Lumière-Delluc.

Ma la Nouvelle Vague è stata così criticata per il suo aspetto eccessivamente letterario che penso sia giusto distinguere due grandi tendenze al suo interno: a) la tendenza Sagan: cerca di essere maggiormente esplicita sulle questioni attinenti il sesso e l’amore; predilige ritratti di artisti o intellettuali; personaggi colti, benestanti e apparentemente privi di cordialità. Qualche titolo: I cugini (Chabrol), La Proie pour l’ombre (Astruc), La récréation (Moreuil), Les mauvais coups (Leterrier), Les grandes personnes (Valère), Ce soir ou jamais (Deville).

b) La tendenza Queneau: cerca di esplorare un vocabolario quotidiano; predilige gli incontri inattesi e comici tra persone che generalmente appartengono alla classe lavoratrice o che ne sono di poco fuori; ha il gusto per i generi mescolati e per i mutamenti di tono; una sorta di tenerezza “rosa e nera”. Qualche titolo: Zazie nel metro (Malle), Un couple (Mocky) (naturalmente!), ma anche Le donne facili (Chabrol), Tirate sul pianista (Truffaut), Lola (Demy), La donna è donna (Godard), Desideri nel sole (Rozier).”

“Il punto di partenza Credo che il punto di partenza sia ogni volta diverso. Io ragiono in rapporto al cinema e credo che il punto in comune tra i miei diversi film sia il risultato delle riflessioni su altri film esistenti e anche su quelli che ho girato io.”

La sceneggiatura

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Truffaut e Godard

“È più facile per me scrivere una sceneggiatura originale, a meno che non abbia sul tema scelto una serie di idee sufficienti in testa, ma incontro meno difficoltà inventando una sceneggiatura che adattando un libro. In fase di ripresa, è esattamente il contrario. Diciamo, non si incontrano le medesime difficoltà. D’altro canto, non potrei girare esclusivamente sceneggiature originali, perché sono troppo realista.

Mi sono reso conto che non posso inventare nulla di violento, perché non ne ho il coraggio. Non oso introdurre nel film un revolver, un fucile, non oso immaginare un suicidio, una morte. Così resto al quotidiano se scrivo una sceneggiatura da solo o con un amico. Tuttavia queste cose eccezionali, amo vederle nei film e mi piace filmarle se le ho già trovate scritte.

È un po’ quel che è avvenuto con Jules e Jim. Scene come quella della macchina che cade nell’acqua, alla fine, o anche il crematorio non avrei mai osato inventarle da solo.”

La messa in scena

“Che cos’è esattamente la messa in scena? È l’insieme delle decisioni prese nel corso della preparazione, della ripresa e dell’edizione di un film. Credo che tutte le scelte che si offrono a un regista (scelta del soggetto, delle ellissi, dei luoghi, degli attori, dei collaboratori, delle angolazioni, degli obiettivi, delle riprese da fare, dei rumori, della musica) lo conducono a decidere, e ciò che si chiama regia è evidentemente la direzione comune verso cui tendono le migliaia di decisioni prese durante questi sei, nove, dodici o sedici mesi di lavoro.

Per questo i registi “parziali”, coloro che si occupano di una tappa sola, anche se ricchi di talento, mi interessano meno di Bergman, Buñuel, Hitchcock, Welles che sono totalmente nei loro film.”

Le riprese

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“Terminata una sceneggiatura, Jean-Louis Richard e io, abbiamo sempre l’impressione che sia molto chiara, logica e priva di ambiguità. Poi durante le riprese si insinua nel lavoro un non so che di sovversivo, già nella scelta degli attori… Intuisco che le riprese non sono per forza la continuazione della scrittura. Girando non desidero più scuotere il pubblico, né dominarlo, né metterlo con le spalle al muro, non provo più il desiderio imperioso di essere efficace.

È un fatto curioso e irresistibile. Non dimentichiamo che in quaranta film, Renoir non ha mai potuto filmare qualcuno che fosse odioso; anche il grosso Dalban in Toni è delizioso quando parla della sua donna.

Allora io credo che questo spirito presieda alla maniera europea di fare cinema, ed è per questo che noi saremo sempre lontani da Hollywood anche se sbirciamo sempre da quella parte. Nelle riprese noi sentiamo in maniera molto forte un sentimento che si può esprimere così: non diamola a bere al pubblico, non tentiamo di nascondere che stiamo per girare un film.”

Le riprese in teatro di posa

Non ho mai girato in un teatro di prosa. Non è una questione di principio: d’economia e d’estetica nello stesso tempo, perché per poter avere in studio l’equivalente di ciò che ho trovato finora in ambienti naturali, bisognerebbe disporre di somme non concepibili nei preventivi francesi. Le soddisfazioni che mi ha dato lo chalet autentico di Jules e Jim non si possono valutare nei preventivi di studio.

A parte l’impossibilità di passare con una sola inquadratura dall’esterno all’interno, dal pianterreno al primo piano, lo studio ci avrebbe privati delle sorprese del caso, come la sequenza della nebbia. L’altro giorno mi hanno telefonato dalla produzione di Burt Lancaster, Il treno, mi hanno chiesto come avevamo fatto a ottener la nebbia in Jules e Jim. Gli ho risposto di andare in Alsazia. Sono coincidenze e le coincidenze bisogna meritarsele.”

I dialoghi

“In fondo, io sono arrivato al cinema attraverso i dialoghi: li imparavo a memoria. Conoscevo tutti quelli de Il corvo, tutti quelli di Prévert e tutti quelli di Renoir. Solo più tardi ho sentito parlare di “messa in scena” da Rivette. L’istinto era di ubriacarmi di film per conoscere la colonna sonora a memoria, dialogo e musica. È per questo che non sono d’accordo con gli avversari del doppiaggio.

Posso citarvi Johnny Guitar, che ha nella mia vita una importanza probabilmente più grande che in quella del suo autore Nicholas Ray. Bene, mi piace quasi di più la versione doppiata di Johnny Guitar che la versione originale, e posso anche dirvi che certe cose del Pianista per esempio, sono influenzate dal tono del doppiaggio di Johnny Guitar: «Suonateci qualcosa signor Guitar…».

Lo stile

“Adottare uno stile particolare, fuori delle necessità del soggetto, è il difetto per eccellenza. Non ho mai saputo veramente che cosa sia uno “stile”, né lo stile. La forma di un film si presenta al mio spirito nello stesso tempo che l’idea del film; se penso che devo filmare una coppia che si bacia non mi chiedo un mese prima: si baceranno sotto il sole o sotto la pioggia.

No, è già tutto nella mia testa quando mi viene l’idea, completa: si baceranno… sotto la pioggia… sarà l’ora dell’uscita dagli uffici… la gente passerà davanti e dietro di loro… si sentiranno i denti che si urtano… la sua sciarpa sembrerà uno strofinaccio, ecc… Libero di fare il contrario all’ultimo momento: sole, nessuno per la strada… ma se non avessi visualizzato subito la scena, l’avrei scartata dalla sceneggiatura.

Il lavoro del cinema è così particolare che non c’è alcun piacere a parlare di cinema con i letterati e neppure, spesso, con i giornalisti. Mi piace parlare con Rivette, con Aurel, con Hitchcock evidentemente, ma credo che un tipo come Robbe-Grillet non ne capisca ancora nulla, finora voglio dire. Non vado mai ai pranzi per non dover rispondere a domande sul cinema.”

I film di Francois Truffaut 

Nel 1957 fonda la sua casa di produzione Les films du carrosse. Il nome è un omaggio al film di Jean Renoir la carrozza d’oro. Gira un altro cortometraggio malinconico e poetico ispirato le sue vicissitudini sentimentali: La visita (Les mistons)

Si sposa con Madeleine, hanno due figli, ma il matrimonio dura solo qualche anno. In effetti Truffaut si rivelerà un vero e proprio seduttore compulsivo che passa da un colpo di fulmine all’altro, innamorandosi praticamente di tutte le sue attrici.

Une visite (1954)

“Une visite” è un cortometraggio del 1954 diretto da François Truffaut. Questo film è uno dei primi lavori del giovane regista e rappresenta un esempio del suo talento emergente nel cinema d’autore.

Nel cortometraggio “Une visite” del 1954, un giovane cerca una camera da affittare rispondendo a un annuncio su un giornale. Dopo aver effettuato una telefonata, si reca nell’appartamento indicato, valigia in mano. Tuttavia, quando arriva, si rende conto che l’appartamento è già abitato da una giovane donna.

“Une visite” è un breve ma significativo esempio della sensibilità e della capacità di Truffaut di esplorare le relazioni umane anche in opere di breve durata. Questo film è uno dei primi passi nella carriera del regista che avrebbe poi realizzato molti altri capolavori nel corso della sua carriera.

L’età difficile (1957)

“L’età difficile” è un film del 1957 diretto da François Truffaut. Questo cortometraggio è uno dei primi lavori significativi del regista e rappresenta un esempio precoce della sua abilità nel cinema d’autore.

La trama segue un gruppo di ragazzi adolescenti che osservano una giovane coppia di amanti adulti. I ragazzi, noti come “les mistons” (che può essere tradotto come “i monelli” o “i piccoli guastafeste”), diventano ossessionati dalla coppia e cominciano a compiere piccoli atti di disturbo nella loro relazione.

“L’età difficile” è un’opera che esplora il tema della curiosità adolescenziale e della scoperta della sessualità in modo delicato ma incisivo. Questo cortometraggio rappresenta uno dei primi passi nella straordinaria carriera di Truffaut, che avrebbe poi realizzato numerosi capolavori nel corso degli anni.

Une histoire d’eau (1958)

“Une histoire d’eau” è un cortometraggio del 1958 diretto da François Truffaut e Jean-Luc Godard. Questo cortometraggio è noto per essere stato realizzato inizialmente da Truffaut, ma poi è stato completato da Godard.

La giovane protagonista, una studentessa universitaria che vive fuori da Parigi, si trova a dover recarsi alla Sorbona per le lezioni proprio nel giorno di un’inondazione. Per raggiungere la città, deve attraversare la campagna su una barca e poi prendere la strada per fare l’autostop. Durante il viaggio, riesce a ottenere un passaggio da un giovane autista, ma sembra che il suo unico interesse sia parlare della sua auto.

I 400 colpi (1959)

Nel 1959 gira il suo primo lungometraggio I 400 colpi grande successo al Festival di Cannes. È il film che insieme ad A bout de souffle di Jean-Luc Godard rende famosa la Nouvelle Vague francese in tutto il mondo. 

Si tratta di un film quasi totalmente autobiografico dove Truffaut racconta la sua adolescenza difficile e turbolenta a Parigi. La piccola casa dove il protagonista Antoine Doinel dorme nel corridoio dell’ingresso, il rapporto difficile con la madre che sorprende casualmente per strada con uno dei suoi amanti, i furti, la ricerca di una libertà che sembra impossibile, l’esperienza al riformatorio. 

I 400 colpi è un film profondamente autentico e commovente dove Francois Truffaut si mette completamente a nudo. A interpretare il suo alter ego Antoine Doinel chiama un ragazzino di 13 anni Jean Pierre Leaud, trovato casualmente con un annuncio per il provino del film su France Soir. 

Jean-Pierre è nella vita molto simile al protagonista del film: un ragazzino insofferente e ribelle alle regole di una società che non riesce a capire. Non c’è molta distanza tra il personaggio di Antoine Doinel e l’aspirante piccolo attore che lo interpreterà.

È l’inizio di una lunga collaborazione che durerà molti film, il cosiddetto ciclo di film di Antoine Doinel. Truffaut inventa questo personaggio ragazzino e lo segue nella sua crescita fino alla maturità, utilizzandolo come specchio cinematografico delle sue esperienze di vita. Ad interpretare Antoine Doinel nel corso del tempo sarà sempre Jean Pierre Leaud. 

Tirate sul pianista (1960)

“Tirate sul pianista” è un film del 1960 diretto da francese François Truffaut. Questo è uno dei suoi lavori più iconici nel genere del cinema d’autore. Il film è basato sul romanzo di David Goodis e rappresenta una commistione affascinante di elementi noir, dramma e romanticismo.

La trama ruota attorno a Charlie Kohler, un pianista di bar che si nasconde sotto uno pseudonimo per sfuggire al suo passato criminale. Quando suo fratello entra in guai seri con la malavita, Charlie si trova coinvolto in una serie di eventi che lo metteranno di fronte ai demoni del suo passato e lo costringeranno a prendere decisioni difficili.

Il film è noto per la sua narrazione non lineare e per l’uso creativo della fotografia in bianco e nero. Truffaut mescola abilmente momenti di tensione e umorismo, creando un’atmosfera unica e coinvolgente. Il titolo “Tirate sul pianista” suggerisce già un elemento di pericolo e intrigo, che si manifesta in vari modi durante il film.

Antoine e Colette (1962)

“Antoine e Colette” è un cortometraggio del 1962 diretto da François Truffaut. Questo corto è il secondo episodio del ciclo cinematografico che segue la vita del giovane Antoine Doinel, interpretato da Jean-Pierre Léaud.

Nel cortometraggio, Antoine si è trasferito a Parigi e ha iniziato a lavorare. Durante una serata al teatro, incontra Colette, interpretata da Marie-France Pisier, e si innamora perdutamente di lei. Tuttavia, Colette lo considera solo un amico e non sembra interessata a una relazione romantica.

Il corto esplora le sfide dell’amore non corrisposto e l’angoscia dell’adolescenza. È un capitolo significativo nella vita di Antoine Doinel, che sarebbe poi diventato il protagonista di molti altri film diretti da Truffaut.

Jules and Jim (1965)

Grazie al successo del suo primo film Francois Truffaut si può permettere anche di fare il produttore, finanziando Le riprese de Il testamento di Orfeo, dello scrittore e poeta Jean Cocteau. La popolarità del regista aumenta nel 1965 con il film Jules e Jim.

Questo è un altro esempio del genio cinematografico di Truffaut nel cinema d’autore. Il film è basato sul romanzo omonimo di Henri-Pierre Roché ed è noto per la sua rappresentazione di un complicato triangolo amoroso.

La storia segue l’amicizia tra due uomini, Jules e Jim, che si innamorano della stessa donna, Catherine. Catherine è un personaggio affascinante e enigmatico interpretato da Jeanne Moreau. Il film esplora le dinamiche complesse di questa relazione a tre, con momenti di felicità, gelosia, conflitto e tragedia.

“Jules e Jim” è un’opera cinematografica che mescola abilmente elementi di romanticismo, dramma e avventura. La narrazione è coinvolgente e emozionante, con Truffaut che utilizza tecniche innovative di montaggio per raccontare questa storia complessa.

La calda amante (1964)

“La calda amante” è un film del 1964 diretto da François Truffaut. Questo film rappresenta un’opera significativa nel mondo del cinema d’autore. La storia segue le vicende di Pierre Lachenay, un famoso scrittore e conferenziere francese, e il suo coinvolgimento in una relazione extraconiugale.

Pierre è un uomo di successo con una famiglia, ma quando incontra Nicole, una hostess, inizia una relazione segreta con lei. Il film esplora i conflitti interiori di Pierre mentre cerca di bilanciare la sua vita personale e professionale con questa nuova passione. La storia è un ritratto crudo delle complessità dell’amore e delle scelte che comporta.

“La calda amante” è noto per il suo stile di regia sofisticato e per l’analisi acuta dei personaggi. La fotografia è accattivante e cattura la bellezza e il fascino della Francia degli anni ’60.

Questo film offre una riflessione profonda sulle relazioni umane e sulle conseguenze delle scelte che facciamo nella vita. Se sei appassionato di cinema d’autore e cerchi un film che esplori la complessità delle relazioni umane, “La calda amante” è un titolo da non perdere.

Fahrenheit 451 (1966)

“Fahrenheit 451” è un film del 1966 diretto da François Truffaut. Il film è basato sul romanzo distopico di Ray Bradbury e rappresenta un’opera cinematografica significativa che esplora temi di censura, controllo della conoscenza e libertà di pensiero.

La storia è ambientata in un futuro totalitario in cui i libri sono proibiti e bruciati per evitare la diffusione di idee indipendenti e pericolose. Il protagonista, Guy Montag, è un pompiere incaricato di bruciare i libri illegali. Tuttavia, quando incontra una giovane donna ribelle che ama la letteratura, la sua vita viene sconvolta, portandolo a mettere in discussione il regime oppressivo in cui vive.

Il titolo del film, “Fahrenheit 451”, fa riferimento alla temperatura a cui il libro carta inizia a bruciare. Il film affronta in modo audace le implicazioni della censura e della perdita della libertà di espressione.

La sposa in nero (1967)

“La sposa in nero” è un film del 1967 diretto di François Truffaut. Questo film rappresenta un altro notevole contributo del regista al cinema d’autore. La trama ruota attorno a Julie Kohler, interpretata da Jeanne Moreau, una donna determinata e misteriosa che cerca vendetta per la morte di suo marito il giorno delle loro nozze.

Dopo la tragica perdita, Julie inizia a seguire un piano intricato per uccidere i cinque uomini che hanno causato la morte del marito. Il film esplora il tema della vendetta in modo complesso e presenta una performance straordinaria da parte di Jeanne Moreau.

“La sposa in nero” è un’opera cinematografica che mescola elementi di suspense e dramma, mantenendo lo spettatore sulle spine mentre Julie cerca di compiere la sua vendetta. Il titolo stesso suggerisce un’atmosfera misteriosa e un senso di determinazione.

Baci rubati (1968)

“Baci rubati” è un film del 1968 diretto da François Truffaut. Questo film è una continuazione delle avventure del personaggio Antoine Doinel, interpretato da Jean-Pierre Léaud, che era stato introdotto in precedenza nei film “I 400 colpi”.

La trama di “Baci rubati” segue Antoine mentre cerca di trovare un posto nella vita adulta. Dopo essere stato congedato dall’esercito, trova lavoro come detective privato ma scopre presto che non è una professione adatta a lui. Nel frattempo, sperimenta una serie di relazioni amorose e cerca di capire cosa significa essere un adulto nel mondo complicato e caotico degli anni ’60.

Il film è noto per il suo tono leggero e il suo sguardo umoristico sulla vita quotidiana. Truffaut esplora il personaggio di Antoine con empatia, creando un ritratto affascinante di un giovane alla ricerca della sua identità.

La mia droga si chiama Julie (1969)

“La mia droga si chiama Julie” è un film del 1969 diretto da François Truffaut. Questo film, basato sul romanzo di Cornell Woolrich, è una storia coinvolgente di amore e mistero. Il titolo originale, “Mississippi Mermaid,” richiama l’atmosfera misteriosa e sensuale del film.

La trama segue la storia di Louis Mahe, interpretato da Jean-Paul Belmondo, un uomo d’affari che inizia una relazione con una donna affascinante di nome Julie, interpretata da Catherine Deneuve. Tuttavia, quando scopre che Julie potrebbe non essere chi dice di essere e che nasconde segreti oscuri, la sua vita viene sconvolta.

Il film esplora temi di identità, amore e tradimento in modo avvincente. Truffaut riesce a creare un’atmosfera di suspense mentre la trama si dipana e svela i misteri legati al personaggio di Julie.

Il ragazzo selvaggio (1970)

“Il ragazzo selvaggio” è un film del 1970 diretto da François Truffaut. Questo film è basato su una storia vera ed è uno dei contributi più significativi di Truffaut al cinema d’autore. La storia si basa sulla vita di Victor di Aveyron, un ragazzo selvaggio che fu scoperto in Francia alla fine del XVIII secolo e diventò un caso di studio per il medico Jean-Marc Gaspard Itard.

La trama segue il dottor Itard, interpretato dallo stesso Truffaut, mentre cerca di educare e civilizzare il giovane Victor, che è cresciuto senza alcun contatto umano e ha sviluppato comportamenti selvaggi. Il film esplora le sfide e le complessità dell’educazione di Victor, così come il rapporto in evoluzione tra lui e il suo mentore.

“Il ragazzo selvaggio” affronta temi profondi legati alla natura umana, all’istruzione e alla società. Truffaut offre una narrazione delicata e toccante, mettendo in luce il desiderio innato di connessione e di apprendimento.

Non drammatizziamo… è solo questione di corna (1970)

“Non drammatizziamo… è solo questione di corna” è un film del 1970 diretto da François Truffaut. Questo film è parte della serie di pellicole che raccontano la vita del personaggio Antoine Doinel, interpretato da Jean-Pierre Léaud, iniziata con “I 400 colpi” e proseguita con “Amori celebri” e “Baci rubati.”

La trama segue le vicende di Antoine Doinel mentre affronta le sfide della vita coniugale. Dopo aver sposato Christine, interpretata da Claude Jade, Antoine inizia una nuova fase della sua vita adulta. Il film esplora le dinamiche delle relazioni di coppia, i conflitti e le gioie che accompagnano la vita matrimoniale.

Come gli altri film della serie, questo lavoro è noto per il suo tono leggero e umoristico, con Truffaut che continua a esplorare il personaggio di Antoine in modo affettuoso e ironico.

Se sei un appassionato della serie di Antoine Doinel e del cinema d’autore, “Non drammatizziamo… è solo questione di corna” è un altro capitolo interessante da scoprire.

Le due inglesi (1971)

“Le due inglesi” è un film del 1971 diretto da François Truffaut. Questo film è un adattamento del romanzo “Les Deux Anglaises et le Continent” di Henri-Pierre Roché ed è un altro esempio del talento di Truffaut nel raccontare storie d’amore complesse.

La trama segue la storia di Claude Roc, interpretato da Jean-Pierre Léaud, un giovane francese che conosce due sorelle inglesi, Anne e Muriel, durante un soggiorno in Inghilterra. Claude si innamora di entrambe le sorelle, ma alla fine sposa Muriel, interpretata da Stacey Tendeter. La storia segue le vicissitudini della loro relazione e l’impatto che ha sulla vita di Claude.

Il film esplora temi di amore, desiderio e sacrificio in modo sensibile. Truffaut affronta le complessità delle relazioni umane con la sua consueta empatia e introspezione.

“Le due inglesi” è un’opera cinematografica che offre una profonda riflessione sulle scelte di vita e le passioni amorose. Se sei un appassionato di cinema d’autore e storie d’amore avvincenti, questo film è un titolo che dovresti considerare di guardare.

Mica scema la ragazza! (1972)

“Mica scema la ragazza!” è un film del 1972 diretto da François Truffaut. Questo film rappresenta un’altra incursione del regista nel cinema d’autore, noto per il suo stile distintivo e la sua capacità di esplorare complessità umane.

La trama segue la storia di Bernadette Lafont, interpretata da Bernadette Lafont, una giovane donna che è stata coinvolta in una serie di omicidi. Il film esplora la sua vita attraverso flashback e testimonianze mentre cerca di dimostrare la sua innocenza. La trama mette in discussione la sua colpevolezza e le motivazioni dietro i suoi crimini.

“Mica scema la ragazza!” è un film che esplora il tema della colpa e dell’innocenza in modo intrigante. Truffaut utilizza la narrazione non lineare per creare un mosaico di storie e punti di vista che gettano luce sui misteri della protagonista.

Effetto notte (1973)

“Effetto notte” è un film del 1973 diretto da François Truffaut. Questo film è un’ode affettuosa al mondo del cinema, che offre uno sguardo dietro le quinte delle produzioni cinematografiche. Il titolo originale, “Effetto notte,” fa riferimento al processo cinematografico di girare scene notturne di giorno, svelando il lato “magico” del cinema.

La trama segue la realizzazione di un film, evidenziando le complessità e le stranezze del processo creativo. Il regista del film all’interno del film è interpretato dallo stesso Truffaut, mentre il cast comprende attori come Jacqueline Bisset e Jean-Pierre Léaud. Il film mostra le dinamiche tra gli attori, le sceneggiature, i tecnici e le sfide che emergono durante la produzione di un film.

“Effetto notte” è un omaggio affettuoso al cinema e offre uno sguardo divertente e toccante sulle vite dei cineasti e degli attori. Il film cattura la passione e il fascino della settima arte, mentre svela anche le tensioni e i drammi dietro le quinte.

Questo film è un punto di riferimento nel cinema d’autore e offre una visione unica e coinvolgente del mondo cinematografico. Se sei un appassionato di cinema, “Effetto notte” è un titolo che non dovresti perdere.

Adele H. – Una storia d’amore (1975)

“Adele H. – Una storia d’amore” è un film del 1975 diretto da François Truffaut. Questo film è basato sulla vera storia di Adèle Hugo, figlia del famoso scrittore Victor Hugo, ed è una potente esplorazione dell’amore ossessivo e della solitudine.

La trama segue la vita di Adèle Hugo, interpretata da Isabelle Adjani, mentre vive in esilio a Halifax, in Canada, alla ricerca del suo amante perduto, il tenente Pinson. Adèle è ossessionata dall’amore per lui e intraprende un viaggio tormentato e doloroso per riconquistarlo, nonostante il suo rifiuto.

Il film esplora temi di passione amorosa, solitudine e desiderio in modo intenso. La performance di Isabelle Adjani nel ruolo di Adèle è straordinaria e le valse una nomination all’Oscar.

Gli anni in tasca (1976)

“Gli anni in tasca” è un film del 1976 diretto da François Truffaut. Questo film è una tenera e affettuosa esplorazione dell’infanzia e delle esperienze dei bambini in una piccola città francese.

La trama segue una serie di vignette che ritraggono la vita quotidiana di diversi bambini, ciascuno con le proprie sfide, amicizie e avventure. Il film offre uno sguardo sincero e toccante su come i bambini affrontano il mondo, dalla scuola alle relazioni familiari e agli amici immaginari.

Truffaut cattura con sensibilità l’innocenza e la curiosità dei bambini, creando un ritratto affascinante delle piccole gioie e delle piccole tristezze dell’infanzia.

“Gli anni in tasca” è un film che celebra l’umanità e offre una visione affettuosa delle esperienze dei bambini. Se sei interessato al cinema d’autore e alle storie che toccano il cuore, questo film è un’opzione meravigliosa da considerare.

L’uomo che amava le donne (1977)

“L’uomo che amava le donne” è un film del 1977 diretto da François Truffaut. Questa commedia romantica è una riflessione affettuosa sulle diverse relazioni che un uomo ha con le donne nella sua vita.

La trama segue la vita di Bertrand Morane, interpretato da Charles Denner, un uomo affascinato dalle donne e dalla loro bellezza. Il film racconta le sue numerose storie d’amore e incontri romantici, evidenziando il suo desiderio di catturare la perfezione femminile.

Truffaut esplora le complessità delle relazioni umane e le sfide dell’amore attraverso il personaggio di Bertrand. Il film offre un’osservazione umoristica e tenera delle dinamiche tra i sessi.

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La camera verde (1978)

“La camera verde” è un film del 1978 diretto da François Truffaut. Questo film è basato sul romanzo autobiografico di Henry James e rappresenta un’altra incursione di Truffaut nel cinema d’autore, noto per la sua capacità di esplorare le complessità delle relazioni umane.

La trama segue la storia di Julien Davenne, interpretato da Truffaut stesso, un regista teatrale francese che sta affrontando la morte della sua amata moglie. Dopo la sua morte, Julien cerca conforto nelle relazioni con altre donne e riflette sulla sua vita passata e presente.

Il film esplora temi di lutto, amore e identità in modo profondo e riflessivo. Truffaut offre una performance toccante nel ruolo di Julien, mentre il film riflette sulla natura effimera dell’amore e delle connessioni umane.

L’amore fugge (1979)

Dopo sette anni Antoine e Christine divorziano, pur rimanendo buoni amici. Antoine ha una relazione con Liliane, amica di Christine, ha pubblicato un’autobiografia che parla dei suoi amori e trova lavoro come correttore di bozze ed inizia anche un’allegra, anche se tumultuosa relazione, con Sabine, commessa in un negozio di dischi.

Con L’amore fugge, Truffaut conclude un progetto unico nella storia del cinema. Gira cinque film nel corso di vent’anni seguendo la crescita di un unico personaggio, Antoine Doinel, sempre interpretato dallo stesso attore Jean-Pierre Léaud. L’amore fugge è l’ultimo film del ciclo, il film che fa il bilancio di tutte le avventure precedenti.

Guarda L’amore fugge

L’ultimo metrò (1980)

“L’ultimo metrò” è un film del 1980 diretto da François Truffaut. Questo film è ambientato durante l’occupazione nazista di Parigi durante la Seconda Guerra Mondiale ed è una drammatica storia di amore e sopravvivenza.

La trama segue le vicende di un teatro parigino gestito da Lucas Steiner, interpretato da Heinz Bennent, un regista ebreo che si è nascosto per sfuggire alle persecuzioni naziste. Suo marito Marion Steiner, interpretato da Catherine Deneuve, gestisce il teatro durante la sua assenza e inizia a sviluppare una relazione con un attore, interpretato da Gérard Depardieu.

Il film esplora le tensioni e le paure dell’epoca, ma è anche una storia di amore, sacrificio e passione per il teatro. Truffaut crea un intenso dramma umano ambientato nel contesto storico di un’epoca oscura.

“L’ultimo metrò” è un capolavoro di Truffaut e offre una straordinaria rappresentazione del potere redentore dell’arte e dell’amore in tempi di guerra. Se sei appassionato di cinema d’autore e di storie intense e drammatiche, questo film è un titolo imperdibile.

La signora della porta accanto (1981)

“La signora della porta accanto” è un film del 1981 diretto da François Truffaut. Questo film è una storia intensa e drammatica di passioni amorose e conflitti.

La trama segue la vita di Mathilde Bauchard, interpretata da Fanny Ardant, e Bernard Coudray, interpretato da Gérard Depardieu, ex amanti che si ritrovano anni dopo, quando entrambi sono sposati con altre persone. Il loro incontro riaccende una passione irrefrenabile e complessa che mette alla prova le loro relazioni esistenti.

Il film esplora i temi dell’amore, dell’ossessione e dei rimpianti in modo avvincente. Truffaut offre una narrazione intensa e coinvolgente, mentre i due protagonisti portano sullo schermo una chimica straordinaria.

Finalmente domenica! (1983)

“Finalmente domenica!” è un film del 1983 diretto da François Truffaut. Questa pellicola rappresenta un ritorno alle atmosfere da thriller e giallo per il regista, noto soprattutto per il cinema d’autore e le storie d’amore.

La trama segue la storia di Julien Vercel, interpretato da Fanny Ardant, un uomo accusato ingiustamente di omicidio. Il film si svolge nell’arco di una giornata mentre Julien cerca di dimostrare la sua innocenza, con l’aiuto della sua segretaria, interpretata da Jean-Louis Trintignant.

“Finalmente domenica!” è un omaggio ai romanzi polizieschi di Raymond Chandler e ad altri autori del genere noir. Truffaut mescola con abilità il mistero e l’umorismo, creando una trama avvincente con un tocco di ironia.

Questo film rappresenta un’interessante deviazione dal solito stile di Truffaut ed è un omaggio al cinema giallo classico. Se sei un appassionato di film noir e mistero, “Finalmente domenica!” è un titolo che dovresti considerare di guardare.

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