Z generation: la triste fine del cinema nell’oceano dell’immagine digitale

Se i fratelli Lumière avessero visto la situazione in cui è precipitato il cinema negli anni della z generation si sarebbero guardati tra loro e avrebbero commentato: vi abbiamo fottuto, siamo stati più lungimiranti degli altri sfigati pionieri del cinema, finiti a lavorare nei chioschi di bibite o a servire il potere del regime con una vita difficile. Ve l’avevamo detto che il cinema era un’invenzione senza futuro. Ora sbrigatevela da soli.

La z generation nata con lo smartphone

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Avevano ragione. Alla z generation nata con lo smartphone in mano il cinema sembra proprio una cosa senza interesse, antiquata. Forse hanno ragione. Il cinema, ad uno sguardo superficiale, si è rivelato nella sua storia un baraccone di fenomeni che attrae sempre il peggio della cultura di ogni epoca. A cui puntualmente un gruppo di registi, un movimento, degli intellettuali o artisti cercano di reagire provando a riportarlo sui binari giusti. Per ora senza successo.

Mentre ci sono pochi geniali maestri che segnano la storia del cinema con i loro capolavori una massa di milioni di persone si interessa in maniera approssimativa a questa arte. Creando nell’era della z generation una confusione senza precedenti. Opere mediocri sono state sempre realizzate nel vano tentativo di cavalcare le mode del momento, o di clonare in chiave moderna i grandi capolavori del passato. Ma non era mai accaduto in queste proporzioni. La z generation conosce ora solo i cloni e le imitazioni. Anche se la cinefilia brucia sotto la cenere anche nella z generation, a loro è stato riservato il trattamento peggiore. E hanno bisogno di un senso critico e di una capacità di scegliere senza precedenti.

Il nuovo circo digitale gratuito (se dai i dati)

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Un circo di nuovi personaggi di ogni età, social e youtuber si impongono con successo, criticano, scrivono di cose che non conoscono, cercano di arricchirsi o di conquistare prestigio. Il cinema, dopo averne visto di tutti i colori ed essere sopravvissuto per miracolo grazie a quelle poche centinaia di film e di artisti che lo hanno gratificato della sua esistenza, sta vivendo una fase difficile. La fase di un omologazione di massa delle immagini senza precedenti, che travolge ogni cosa.

Stavolta non parliamo di migliaia o decine di migliaia di persone. Il web consente a milioni di persone, tutte insieme, di dire la loro. Il concetto di persona competente su un argomento specifico è svanito. Se c’è un canale dove il bimbominkia o il vecchio babbione senza arte né parte da il meglio di sé è proprio YouTube. Troppo complicato leggere le parole o addirittura un articolo intero. Meglio guardare video dove ci si può divertire con la nuova stupidaggine di moda. O meglio, filmarne una propria. La z generation non ha il ventaglio di scelte delle generazioni precedenti, ne ha molte di più. E districarsi in una marea simile può diventare difficile. Cosa è vero, cosa ha valore, cosa è marketing e cosa non lo è?

Certo mi viene da pensare: da ragazzino anch’io preferivo guardare un video per ridere e scherzare con gli amici piuttosto che addentrarmi in una lettura seria. Poi crescendo sono cambiato. Forse in peggio, forse era meglio essere un bimbominkia. Ma i ragazzi della z generation nati nell’era dello smartphone e dell’omologazione di massa digitale cambieranno con la crescita?

Z generation e il rischio della demenza digitale

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Saranno in grado di distinguere quello che ha valore da quello che non lo ha? La mole di contenuti senza senso veicolati attraverso il web mi fa dubitare di questo. Potrebbe essere una generazione senza idee chiare, con una grande marmellata senza sapore in testa. Per salvarsi ci vuole uno spirito critico potente, ma la maggior parte rischia di trasformarsi in una sorta di dementi digitali, che però nel prossimo futuro robotizzato potrebbero essere considerati dei geni olistici. Non c’è dubbio il web è una grande sfida per l’umanità nei prossimi decenni.

Ma in qualche modo è anche molto divertente. Non è divertente collegarsi su YouTube e vedere un bimbominkia con gli occhiali verdi fluorescenti che fa il suo video-monologo-recensione elaborando teorie come un grande intellettuale per il quale il cinema d’autore è roba per vecchi, mentre le serie tv sono i moderni capolavori?

Non è divertente forse collegarsi a Facebook e ai suoi gruppi di cinema e scoprire che migliaia e migliaia di persone continuano ogni giorno a parlare, con tono consacratorio, sempre e solamente degli stessi film e degli stessi registi? Se lavori nel marketing si, è decisamente divertente.

Non è divertente scoprire che in questi post sui social i grandi flussi di commenti ed entusiasmo vanno sempre alle stesse locandine, alle stesse immagini, mentre le analisi approfondite originali di un certo spessore vengono totalmente ignorate? Guardando i post sui social questo fenomeno è un dato di fatto, ed i marketer digitali lo sanno bene. A nessuno è consentito essere se stesso fino in fondo se vuole intercettare l’apprezzamento della massa che presenzia i canali digitali. La lettura dei titoli e delle prime 4 righe è la loro maniera di approfondire la conoscenza di un contenuto.

A complicare il tutto sono arrivati i colossi dello streaming. Non quelle poche, piccole piattaforme, che hanno come obiettivo la promozione della cultura cinematografica. Ma le piattaforme-mostro che hanno una potenza commerciale e di audience mai vista prima e che stanno confondendo le idee e la percezione del cinema in tutto il mondo, non solo ai bimbiminkia della z generation. Una specie di blob appiccicoso che si sparge ovunque.

L’oceano digitale dell’omologazione globale

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Io non sono affatto contro lo streaming: lo trovo un mezzo potentissimo per raggiungere spettatori in tutto il mondo. Una potenzialità straordinaria di distribuzione per i registi indipendenti e i film d’autore, da affiancare agli “eventi” sul grande schermo. Un modo diverso di gustare il buon cinema su uno schermo più piccolo, oppure in un proprio cinema casalingo. Lo streaming è una grandissima innovazione tecnologica che democratizza ulteriormente il cinema ed ha delle possibilità sconfinate. Ma occorre un proprio senso critico, una grande capacità di scegliere in questa marea digitale.

Ma come è accaduto a quasi tutte le cose inventate dall’uomo come lo streaming sono state subito preso in ostaggio da qualcuno per trarne profitto e conquistarne il monopolio? C’è una grande responsabilità in questo. Non si può usare il proprio potere per confondere le idee di mezzo mondo e distruggere più di un secolo di storia. Tranne il grande Martin Scorsese, quasi nessuno ha speso delle parole per creare attenzione sul tema. C’è il rischio di apparire datati, vecchi, obsoleti. O peggio, di rimanere disoccupati. Meglio non dire nulla a riguardo, c’è la famiglia da sostentare. Grande Martin.

Non si deve sfruttare l’impreparazione culturale e i punti deboli delle persone, la loro naturale pigrizia e propensione per l’intrattenimento leggero per trasformare il letame in oro, e viceversa. Qualcuno potrà obiettare, ma le televisioni lo fanno da mezzo secolo. Sì è vero. Però le televisioni hanno sempre detto chiaramente “siamo la televisione”. E lunedì sera ti facciamo vedere una rubrica con scritto sopra a grossi caratteri “il grande cinema del lunedì”. Lunedì o alle 3 di notte ti proponiamo un buon film. Ma finita la rubrica ricordati: siamo la televisione. Ci occupiamo di tronisti e telegiornali. Era facile da capire per i millennials, o qualsiasi generazione prima di loro, qualunque sia il nome che gli hanno appiccicato addosso.

La grande marmellata pronta per la z generation

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Queste piattaforme invece vogliono prendere tutto con piatti precotti, come quelli del fast food. Il loro obiettivo è il monopolio assoluto attraverso una mescolanza di prodotti difficile da decifrare. Reality, serie, video tutorial venduti come documentari, video di crescita personale, spiritualità, talk show, cinema indipendente, cinema d’autore. Dove a fianco al video tutorial per bimbiminkia e nuovi influencer per andare in vacanza, riparare il motorino, insieme al video per diventare ricchi e famosi col mentore di turno, trovi le categorie del cinema d’arte. Nascoste in un angolo, senza i nomi dei registi. Quasi fossero una vergogna.

Una vera e propria umiliazione per i registi: hanno ritenuto inutile pubblicare il nome del cineasta nella scheda del film. Ci troviamo solo una bella locandina colorata ad alta risoluzione, una breve trama accattivante, e i nomi di un paio di attori. Immagino i poveri registi lasciarsi scappare una lacrima nella solitudine delle loro case, mentre si collegano al sito della piattaforma da casa. Le avanguardie sono un lontano ricordo, sarebbero spazzatura antiquata, nell’era digitale.

Allo stesso modo è ancora più terrificante e il flusso dei sedicenti youtuber esperti di cinema. Personaggi che sembrano usciti da un circo, rivoltosi e alternativi da osteria, adolescenti in tempesta ormonale che fanno video recensioni durante la ricreazione al liceo e famosi critici cinematografici di prestigiose riviste scomparse si accavallano in un flusso spaventoso, senza un’identità, un blob gigantesco che arriva da altri mondi, e che spappola il cinema in una specie di marmellata senza sapore. La guerra dei mondi diventa la guerra degli ego digitali.

L’epoca dell’analogico e della carta

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Non vorrei sembrare critico nei confronti della tecnologia e del web: è qualcosa di straordinario. Esistono in questo sconfinato oceano tesori inestimabili. Ma sono pochi e bisogna esser capaci di trovarli. Di discernere. E’ molto difficile. Mi ricordo da adolescente come era divertente andare in videoteca e passare una mezz’ora a scegliere un film da noleggiare. In quel modo conobbi una buona parte dei registi e del cinema. Per farlo dovevo uscire di casa e andare alla ricerca di qualcosa. Ma era molto più facile avere un senso critico sufficiente per scegliere. Magari ti aiutava il commesso della videoteca, con uno scambio di opinioni.

Allo stesso modo era un rituale andare a in libreria, nel corso principale della città, per comprare riviste cinematografiche che non potevi trovare nelle edicole, ma che erano più interessanti. Tra dieci riviste era semplice capire le 2 che corrispondevano alle tue esigenze. Era facile separare la spazzatura da qualcosa di valore.

Come si può avere le idee chiare in questo mare di marmellata senza sapore in cui ognuno parla di qualcosa che non conosce, cercando di affermare il suo punto di vista? Nell’epoca dei social e nel futuro può essere vero tutto e il contrario di tutto? Possono coesistere su una piattaforma milioni di trip dell’ego, senza confondere le idee a milioni di persone? Possono essere d’aiuto migliaia di influencer che influenzano senza avere nessuna competenza, solo per farsi pagare dai brand che vogliono massimizzare i profitti?

Sono giuste le idee sui Transformers del bimbominkia come quelle sull’uomo ragno del giovane critico anticonformista della z generation? È giusto per chi non riesce neanche a distinguere una serie TV o un film mediocre da un capolavoro diffonda le proprie opinioni sui social, con più successo di un giornalista della mostra d’arte cinematografica?

In questa logica super democratica globale avverrà soltanto una cosa. Vincerà sempre e comunque l’intrattenimento facile, la cosa più commerciale, l’argomento facile che interessa le masse, il tutorial dei 10 film da vedere prima di morire. Anzi mi sembra di capire che è proprio questa la vera natura del web social. Una sorta di omologazione mondiale, con finalità di marketing e di vendita. Lo step successivo dell’omologazione dei singoli paesi di cui parlavano gli intellettuali negli anni 70.

È vero, questo sta già avvenendo da molto tempo con le televisioni, col cinema, con la stampa, con tutto. Tutti sono pronti da sempre a saltare sul cavallo vincente per raggiungere il maggior numero di persone e di profitti. Nessuno ha dimostrato un vero interesse per la cultura cinematografica e la cultura più in generale. Neanche gli stessi ministri della cultura che continuano a sorridere come degli idioti quando i loro progetti più demenziali raggiungono un vasto pubblico. Dovrebbero invece vergognarsi e andarsi a nascondere in qualche posto lontano dalla civiltà, magari in una remota campagna dove zappare la terra e coltivare pomodori con umiltà.

La demolizione dell’arte e l’uomo targettizzato

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La televisione ha demolito il cinema a colpi di banalità sin dalla sua nascita. Siamo passati dalle sale piene di gente per guardare La dolce vita alle famiglie riunite davanti al teleschermo per Lascia o raddoppia. Ora invece i grandi cambiamenti li subiamo dall’esterno. Non siamo neanche più padroni di distruggerci con le nostre mani. Da oltreoceano ci dicono cosa dobbiamo fare. Cosa dobbiamo guardare. Quali sono le nuove mode.

Dalla nostra tasca, direttamente dallo smartphone, in base a come siamo stati targettizzati, in base alla nostra psicologia profonda che è stata studiata nei minimi dettagli dall’algoritmo, arrivano una raffica di notifiche ogni minuto. Sedicenti maghi esperti dalla vita. Maghi del marketing, maghi del web, maghi della moda, maghi del cinema. Bimbiminkia che all’età in cui giocavo a calcio nel cortile sotto casa sono già seriosi e impegnati imprenditori di successo. Sono già profondi conoscitori del cinema e di molte altre cose. Sanno come si deve vivere, sanno i segreti. Segreti che ci verranno rivelati con un discreto pagamento online. Hanno vent’anni ma sembrano dei vecchi decrepiti.

La z generation dovrà affrontare una sfida non facile. Molti di loro impareranno a riconoscere la spazzatura, a fare la raccolta differenziata. L’irritante interruzione pubblicitaria a cui siamo stati sottoposti nei decenni passati dalla televisione si è trasformata. Non è più uno spot patinato con famiglie felici che ti fanno un sorriso idiota mostrandoti il prodotto. Sono video fatti in casa di persone che da un giorno all’altro, una mattina si sono svegliati e si sono auto nominati guru. Esperti di tutto e di ogni cosa. E se tu, ignorante, vuoi saperne di più, metti mano al portafoglio e compra il loro prodotto online. Oppure iscriviti al loro canale gratuito. E ringraziali, perché per questa volta è gratis. Io lo faccio.

Fabio Del Greco

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