Intervista con Umur Işık

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Conversando con il regista di Sosyo-politik (Socio-political, in inglese), brillante lungometraggio selezionato per la terza edizione di Indiecinema Film Festival

Una scrittrice cerca rifugio durante un temporale e lo trova nella casa di un lavoratore in pensione. Mentre la notte va avanti, le cose si rivelano non essere quello che sembrano e i due, coi loro piani sinistri, cercano di sconfiggersi a vicenda in una lotta per esistere ed essere liberi. È questa la trama di Sosyo-politik, grande sorpresa del Concorso Lungometraggi di Indiecinema Film Festival, un’opera sospesa tra linguaggio teatrale, forme di straniamento e tensioni sotterranee inerenti ai dilemmi della società contemporanea. Ne abbiamo parlato con il regista turco Umur Işık, che ci ha raccontato alcune cose molto interessanti sul suo lavoro!

I retroscena di Sosyo-politik e le scelte formali

Umur, salve! Prima di parlare del film che abbiamo apprezzato e così volentieri selezionato per il nostro festival, “Sosyo-politik” (2023), puoi raccontarci qualcosa in più sulla tua formazione artistica e sui tuoi lavori precedenti? Sappiamo che hai diretto almeno altri due film, “Röportaj: Izmir” (2019) e “Untitled” (2021)…

Certo, da quando ho memoria ero maggiorme interessato alle storie che ascoltavo su creature fantastiche e alle favole, tanto da guardare piccoli e grandi film di qualunque genere essi fossero. Crescendo mi sono trovato in un ambiente più matematico, sono stato guidato all’ingegneria del software dai miei insegnanti, ecc., ma amavo scrivere nel tempo libero e avevo diversi racconti che ho finito, ma non ho mai mostrato a nessuno. Ad un certo punto lungo la strada qualcosa è cambiato e ho deciso che non volevo che fosse “solo un hobby”, lo volevo fare come professione. Quindi ho lasciato Ingegneria del Software e sono salito su un autobus diretto in un’altra città, per studiare critica teatrale e drammaturgia. Lì ho incontrato persone che mi hanno ispirato, facendomi da mentore per la realizzazione mio primo cortometraggio Röportaj: İzmir (o Interviews of a City: Izmir ) e ho continuato su questa strada. Lo studio fatto all’università è stato più di tipo culturale e m’ha aiutato a sviluppare le mie idee, a collegare alcuni punti su ciò che volevo veramente fare, ma in pratica ho imparato tutto da un paio di persone che hanno continuato a ispirarmi e a incoraggiarmi, attraverso un metodo che contemplava tentativi e fallimenti. Tieni inoltre presente che sto ancora imparando e mi sto formando attivamente nelle arti, non limitandomi a una cosa sola e portando sempre avanti quelle idee che continuano a uscire fuori, senza che da parte mia ci sia paura di affrontare, finché possibile, qualsiasi sfida. La mia più grande ispirazione e mentore di tutta la mia arte è presente anche nei miei lavori, a volte puoi vederlo come consulente per la sceneggiatura, a volte come direttore artistico e in Sosyo-Politik (o Socio-Political) tale uomo può essere considerato l’interprete principale: Orçun İlhan.

In “Sosyo-politik” abbiamo riscontrato una forma apparentemente austera, arricchita però da una notevole ricchezza di spunti: atmosfere noir, una struttura metalinguistica, riferimenti al teatro, ricorso allo split-screen… da dove è uscita fuori l’idea principale e come ha preso forma un apparato formale così complesso?

Un progetto come Sosyo-Politik nasce inizialmente come spettacolo teatrale, man mano però che continuavo a scrivere ha iniziato a trasformarsi in un film, di cui mi è davvero piaciuta l’idea. Una scrittrice e un personaggio più evoluto, una lotta per il senso dell’esistenza, per non morire, per avere “libertà”. Viviamo in un’epoca di incertezza, le cose cambiano ogni giorno e ci sono miliardi di rivoluzioni che avvengono e che vengono sostituite il giorno dopo. Il militarismo sembra essere in aumento ovunque, le opinioni non vengono più riferite come opinioni ma piuttosto come strumenti di una guerra psicologica invisibile. Povertà e corruzione sono evidenti in tutto il mondo, ma la gente ne parla meno. Così è venuto fuori lo sfondo delle “proteste dei gilet gialli in Francia”, qualcosa che ai miei occhi sembrava pieno di speranza e anche giusto. Non posso non menzionare il libro “Il peso del mondo” (La Misère du monde) di Pierre Bourdieu, perché quel testo ha avuto un grande impatto anche sul film, lo consiglio a tutti coloro che si sono interessati alla nostr opera cinematografica per verificarne l’ispirazione. I riferimenti al teatro e quella peculiare struttura nascono dal mio interesse per il teatro antico e dalle idee di un certo Antonin Artaud, che sicuramente conoscete bene. Le scene tipo split screen o, come alcuni le definirebbero, “girate dentro l’inquadratura”, nascono dal desiderio di cambiamento, di non volere che le persone si concentrino su un singolo punto che hanno scelto sul grande schermo ma piuttosto si sentano sopraffatti o incuriositi, nello specifico, da inquadrature posizionate in punti che non sembrano naturali; quindi l’attenzione del pubblico può spostarsi solo in un modo non lineare, che potrebbe anche portarlo un po’ più vicino allo schermo, per mettere a fuoco ciò che sta per essere detto. E ovviamente c’è un riflesso delle frasi sul “periodo di incertezza”… che ho già introdotto nel paragrafo precedente.

Meta-teatro, interpreti e colonna sonora straniante

Entrando in alcuni dettagli, un film così rivela anche un forte interesse per il teatro e il metateatro, da parte tua. Ci racconti allora come la passione teatrale e letteraria ha influito sulla realizzazione dell’opera?

Principalmente tale passione deriva dalle idee di Antonin Artaud e dal Teatro della Crudeltà, ossia da quando ho cominciato a percepire una forte attrazione verso quelle idee e per come dovrebbe essere fatto il teatro o l’arte in generale. Ad essere onesti non sono un tipo da teatro, adoro lavorare tra le lenti e in sala di montaggio. E per essere ancora una volta onesti, non ho mai visto un’opera teatrale che mi facesse sentire come se qualcuno stesse rendendo giustizia ad Artaud e alle sue intuizioni. Ho visto film fare questo, ma mai teatro. Sentivo che ciò che Artaud voleva dal teatro richiedeva più tecnologia di quella che avevano all’epoca, e oggi quell’idea dell’arte potrebbe rinascere ma sarebbe più fedele al cinema. Quindi, volenti o nolenti, metto quelle idee e quelle passioni nel mio lavoro ogni volta che giro una scena.

Abbiamo ammirato anche una coppia di attori straordinaria, che da soli portano avanti un’ora di pellicola. Cosa puoi dirci di loro e come li hai scelti?

I loro nomi sono Orçun İlhan e Merve Yıldız. Li conosco entrambi da circa sette anni ormai, eravamo tutti e tre nella stessa università a studiare critica teatrale e drammaturgia.
Orçun İlhan è una figura attiva nel mondo dello spettacolo da diciotto anni, attore e sceneggiatore ma artista a tutti gli effetti. Scrive, dirige, recita in spettacoli teatrali, programmi televisivi, film, ha lavorato come direttore artistico in numerosi progetti, disegna, progetta a tutti i livelli. Oggigiorno la maggior parte del suo tempo è dedicato alle compagnie teatrali di sua proprietà, una chiamata “Celil Yağız Kültür Sanat” (Celil Yağız Cultura e Arti) e una chiamata “Maymun Kral Company” (Compagnia del Re Scimmia). Essendo anche il mio mentore (anche se a lui non piace essere chiamato mentore, perché lo fa sembrare vecchio) mi ha influenzato molto in questi sette anni. La sua presenza nel film è stata una chiamata diretta senza audizione, il ruolo è stato scritto appositamente per lui.
Merve Yıldız era una giovane aspirante attrice quando ci siamo incontrati e ha dimostrato di saper lavorare di più e meglio di chiunque altro nel settore. Ha fatto un’audizione per il ruolo di Gaspard insieme ad altri candidati. Originariamente il ruolo era per un attore maschio, ma nonostante fosse in partenza una figura maschile, Merve è risultata tra tutti eccezionale, quindi abbiamo apportato alcune piccole modifiche al ruolo per renderlo più adatto a una donna.
Dopo la laurea ha fondato una compagnia teatrale chiamata “MY Tiyatro” (MY Theatre).

Dal particolare utilizzo del fuori campo alle questioni distributive

Ciò che ci è sembrato particolarmente coraggioso sul piano estetico (e politico) è invece quel continuo chiamare in causa il pubblico, attraverso gli sguardi in macchina del protagonista o altri riferimenti a qualcosa (o qualcuno) fuori campo, referente accusato in un certo senso di indifferenza, di non sapere o di non voler prendere posizione su ciò che accade nella società. La nostra spiegazione in qualche misura è corretta?

Sì, la tua spiegazione per le scelte che abbiamo fatto è abbastanza corretta, abbiamo cercato di scioccare e attirare l’attenzione del pubblico guardandolo direttamente e parlandogli direttamente. Questo era il mio modo di parlare dei problemi e della modalità instabile delle nostre vite nel mondo di oggi, delle ragioni per cui noi, il pubblico, mostriamo un occhio su tutto.

Che visibilità sta avendo “Sosyo-politik”? Ha già avuto una distribuzione nelle sale in Turchia o è attualmente programmato in altri festival?

C’è stata una proiezione speciale disponibile solo per la troupe e i famigliari della troupe, se si esclude il fatto che il film viene attualmente proiettato in vari festival. Speriamo di ottenere una distribuzione nelle sale intorno a giugno, quando il percorso festivaliero sarà finito.

Più in generale, e per chiudere degnamente il nostro confronto, vorrei chiederti quello che chiedevamo al tuo collega Cevahir Çokbilir appena un anno fa, e cioè se ci sono spazi interessanti in questo momento per il cinema indipendente in Turchia.

Purtroppo la risposta a queste domande è negativa. La Turchia non è un paese che rispetta o aiuta gli artisti o qualsiasi tipo di forma d’arte dall’inizio degli anni 2010 e la situazione non fa altro che peggiorare col passare del tempo. Noi cineasti o lavoriamo a film favorevoli al governo che parlano di determinati valori e idee oppure lavoriamo in modo indipendente di tasca nostra con quasi nessuna possibilità di ottenere una distribuzione sul suolo turco.
Oppure abbiamo a che fare coi nostri registi di fama mondiale che acquisiscono da soli più dell’80% del fondo governativo per le opere cinematografiche, concesso dal Ministro della Cultura, lasciandoci con degli avanzi per cui lottare (che non possiamo nemmeno sperare di ottenere, se parliamo di ideali politici e questioni sociali che non si allineano con le posizioni governative). Ci auguriamo che un cambiamento avvenga nel nostro bellissimo paese mentre continuiamo a realizzare questi film, ma le persone vengono imprigionate per le loro espressioni artistiche o vengono citate in giudizio dal governo per aver parlato di valori che non sono in linea coi loro. E più passa il tempo, più ciò avviene con maggiore frequenza.

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Stefano Coccia

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