Intervista ad Alessandra Pescetta

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La regista Alessandra Pescetta ritratta da Elisabetta Gambarin

Davvero ricca di suggestioni la nostra conversazione con Alessandra Pescetta, già trionfatrice della prima edizione di Indiecinema Film Festival col corto “In the Land of Morning Calm”, in concorso anche quest’anno con l’attesissimo “Gilgamesh. Il Canto dell’Argilla”.

Martedì 27 febbraio 2024 ben tre opere del Concorso Cortometraggi di Indiecinema Film Festival verranno proiettate, al Circolo ARCI Arcobaleno di Roma, nel corso di una serata dall’inequivocabile timbro mediorientale. Tra tutte la più attesa è senz’altro Gilgamesh. Il Canto dell’Argilla di Alessandra Pescetta, cineasta di caratura internazionale già premiata nella prima edizione del festival. A rimarcare la contiguità tra i Sumeri evocati nel corto e l’Irak di oggi, il primo cortometraggio in cartellone sarà Hook dell’irakeno Yasir Assim Al A’Asam. Mentre per terminare la pressoché inedita carrellata di lavori cinematografici è stato scelto Beirut 2030 del libanese Tarek Al Mehri. Ma è proprio su Gilgamesh che vogliamo soffermarci un po’ di più, assieme all’autrice!

La genesi del corto, la genesi del Mito

Il cortometraggio “Gilgamesh. Il Canto dell’Argilla” tocca una parte dell’immaginario collettivo che mi è molto cara: il Mito.
Gilgamesh. I Sumeri. Innanzitutto, Alessandra, vorrei sapere da dove è venuta l’ispirazione per approcciare questi temi… e perciò mi piacerebbe sapere qualcosa in più sullo spettacolo teatrale del partner artistico Giovanni Calcagno, “GILGAMESH, l’epopea di colui che tutto vide”. Cosa ha portato a concepire questo spettacolo e in che modo è intervenuta una realtà come Emilia Romagna Teatro ERT, che sappiamo essere molto attiva?

Faccio una premessa per chiarire che le immagini del cortometraggio sono state originariamente create per lo spettacolo teatrale Gilgamesh. L’epopea di colui che tutto vide, scritto e diretto da Giovanni Calcagno, che ha debuttato nel 2023 al Teatro Storchi di Modena. In scena, oltre a Giovanni, si sono esibiti altri due straordinari interpreti: Luigi Lo Cascio e Vincenza Pirrotta. Il mio ruolo è stato curare le video-composizioni, proiettate su grande schermo sul fondo del palcoscenico, che accompagnavano e intervallavano il flusso delle narrazioni orali con suggestioni visive legate ai grandi temi di questa storia: la nascita, il sogno, la morte.
Dopo la tournée teatrale, abbiamo deciso di mantenere viva la narrazione, sintetizzandola in un breve cortometraggio che utilizzasse le stesse immagini proiettate durante lo spettacolo, ma avesse anche una vita indipendente. Ho curato il montaggio del cortometraggio, mentre Giovanni ha scritto nuovi testi e li ha tradotti in lingua Accadica. Questi testi sono stati recitati da Giovanni stesso, insieme a Yukiko Matsukura e Maurizio Rippa. Abbiamo mantenuto le musiche originali di Andrea Rocca per preservare l’atmosfera unica dello spettacolo teatrale.

La ricerca di Giovani Calcagno sul mito di Gilgamesh ha radici molto profonde, risalenti a diversi anni fa. Nel corso del tempo, ha condotto numerosi studi sui testi e sul mito e ha dato vita a diverse messe in scena, tutte ispirate a questa epopea millenaria. L’epopea di Gilgamesh è generalmente considerata un mito, oppure anche un mito storicizzato, nel senso che sarebbe ispirata ad una figura di re realmente esistita. Molte persone invece, e credo anche Giovanni, considerano Gilgamesh un testo sacro, uno strumento attraverso il quale si affrontano le grandi questioni esistenziali, come il significato della vita e la natura della morte.
L’approccio antropologico e filosofico è stato approfondito grazie alla consulenza scientifica di Luca Peyronel, che ha contribuito a illuminare ulteriormente i temi universali trattati nel mito di Gilgamesh.
La sua visione artistica ha trovato sostegno presso il teatro ERT, che ha accolto con entusiasmo la sua proposta di una narrazione integrale del poema, pur nella sua forma ridotta per renderlo più accessibile al pubblico contemporaneo.

Sempre in merito all’apporto di Giovanni, particolarmente evocativi sono i testi che sentiamo recitare, a più voci e non in lingua italiana. Come si è lavorato quindi sui testi e sulla musicalità del linguaggio?

Il film è recitato in lingua accadica, una lingua morta di ignota dizione, dello stesso ceppo dell’arabo e dell’ebraico. La composizione dei testi fa pensare a una suite, cioè a un accostamento lirico, più che narrativo, di voci, di temi, di momenti che compongono appunto un canto. Spesso abbiamo lavorato insieme a Giovanni sulla poesia antica, e ci è sempre sembrato giusto e bello presentare frazioni di testo in lingua originale. La poesia è parola che sposa il suono, pensata dai poeti in relazione a ritmi e sonorità. In questo senso, Yukiko Matsukura, Giovanni, e Maurizio Rippa hanno dato vita ai pensieri di tre personaggi dell’epopea. La prima è la voce di Ninsuna, madre di Gilgamesh, che invoca la protezione divina per le imprese di un figlio la cui anima è tormentata dall’inquietudine; la voce di Gilgamesh, turbato dalla morte del suo migliore amico, che si interroga sul destino dell’umanità; e la voce di Enkidu, amico fraterno del re di Uruk, che, come nel mito di Orfeo ed Euridice, disceso negli Inferi, ci offre una visione spietata dell’aldilà.

La costruzione dell’inquadratura

Dalla musicalità di un linguaggio prettamente verbale ci viene spontaneo passare alla partitura così armonica, a livello di immagini, del corto stesso, quindi al “concept” su cui sei intervenuta alla tua maniera, Alessandra: nel profilmico vi sono riferimenti iconografici ben precisi, come si è lavorato concretamente alla loro costruzione, data anche la loro impronta materica – e al contempo simbolica – così forte?

Per le video-composizioni l’obiettivo era di creare delle immagini simboliche che potessero sintetizzare tre grandi temi dell’epopea:(la nascita, il sogno, la lotta/la morte.
Sono così partita dall’argilla: dall’argilla viene creato l’uomo, con l’argilla viene eretta la prima città del Mondo, il regno di Uruk, con l’argilla cotta vengono realizzate le tavolette su cui il sapere di questa civiltà avanzatissima è giunto fino a noi. Così la parte dedicata a Ninsuna, associato al concetto di nascita, è stata ambientata in un deserto in cui il soffio della voce della madre Ninsuna, ci introduce nella città di Uruk dopo il diluvio. La vibrazione del suo alito fa spostare i granellini di terra mista a cenere, rivelando i tesori del passato che riaffiorano dai visceri della terra fino alla tavoletta di lapislazzuli nella quale è incisa la storia di Gilgamesh.

Nella seconda parte, Gilgamesh si connette con Enkidu nell’aldilà, riflettendo sulla somiglianza tra sonno e morte. Ho rappresentato questa connessione tramite “sognatori”, creature risvegliate dalle profezie e sepolte sotto la terra. La terra stessa vibra di energia, creando disegni che suggeriscono oracoli.

Infine, la parte dedicata alla morte di Enkidu, l’amico più caro di Gilgamesh, rappresenta un momento di trasformazione e di perdita. Il mare di fuoco, simbolo dell’ineluttabilità del tempo e della distruzione, consuma tutto ciò che incontra, trasformando lentamente ogni cosa in cenere e mettendo in evidenza la fugacità dell’esistenza umana e delle relazioni più profonde.

Fissate queste immagini nello Spazio, è il Tempo che le modifica, che a tratti ne consuma persino i contorni. L’impressione è che in “Gilgamesh. Il Canto dell’Argilla”, siano state utilizzate varie tecniche di ripresa, compresa la cosiddetta cinematografia a tempo, cosa puoi dirci Alessandra di come hai lavorato sul piano tecnico e stilistico? Quanto è stato impegnativo poi il montaggio?

In queste creazioni, mi immergo profondamente nel flusso dell’esperienza creativa, abbracciando ogni fase del processo con totale coinvolgimento. Questo significa partire dalla raccolta di polveri, terre, pigmenti, foglie e pietre e trasformarli in contesti scenografici, anche stavolta collaborando con Elisabetta Gambarin. Ogni inquadratura è catturata in Live action, senza post produzione, donando così una purezza autentica all’immagine.
La tecnica impiegata è il frutto di un lungo percorso di ricerca, uno strumento per dialogare con l’essenza stessa della natura, dall’aria leggera al fuoco ardente, creando così un’intensa sinfonia visiva.
Durante le riprese, lascio spazio all’imprevisto, convinta che gli elementi stessi vogliano manifestarsi liberamente, senza costrizioni. Per me, questo tipo di lavoro è un atto di ricerca interiore, un’esperienza in cui mi pongo davanti agli elementi e attendo che essi mi narrino la storia che non ho ancora creato. In ogni particella di polvere, nella terra, nei pigmenti che sfioro, vedo la magia della creazione prendere vita.
Il processo di montaggio è stato profondamente impegnativo e allo stesso tempo doloroso, poiché la sfida principale consisteva nel rendere tangibili e coerenti le immagini ipnotiche che la terra stessa aveva generato. La transizione da queste visioni alla realtà temporale ha richiesto un impegno straordinario, poiché cercavo di preservare l’intensità e la magia dell’esperienza originale.

Musiche evocative, suggestioni culturali profonde

Il taglio così “immersivo” che assume il corto è facilitato senz’altro dalla splendida colonna sonora. Come vi siete relazionati con Andrea Rocca, per le musiche da lui composte?

Andrea Rocca è un grande artista, autore dell’intera colonna sonora dello spettacolo e quindi delle video-composizioni. Con straordinaria minuziosità, ha dato vita ai video, conferendo un suono e una voce ad ogni singolo dettaglio, dai granelli di sabbia in movimento alle fiamme che ardevano. Attraverso il suo lavoro, ha saputo creare un mondo arcaico che si fonde con la contemporaneità.

Qui ad Indiecinema Film Festival aveva trionfato, nella prima edizione, “In the Land of Morning Calm”, perfettamente calato nella società coreana. Adesso, Alessandra, ti ripresenti con “Gilgamesh. Il Canto dell’Argilla”. Il cinema è quindi anche strumento per esplorare altre, differenti culture, nella tua ottica?

La bellezza del cinema risiede nel suo potere di continuare a porre di fronte a noi temi e culture da esplorare, studiare. Personalmente, sono profondamente attratta dalla ritualità e dalla musica. Con In the Land of Morning Calm, ho avuto l’opportunità di approfondire lo sciamanesimo femminile coreano grazie alla messa in scena del Salpuri, una danza utilizzata nei rituali sciamanici per placare gli spiriti, e il canto tradizionale Pansori di questa cultura affascinante. In Gilgamesh,è stato un viaggio fino agli inferi e mi sono concentrata principalmente sullo studio dei sogni profetici e degli oracoli ai quali Gilgamesh si sottoponeva, esplorando le loro implicazioni e significati nel contesto del poema epico. Infine, nel prossimo lavoro in uscita, il lungometraggio 100 Preludi, ho affrontato il tema del rapporto tra creazione artistica e ritualità, esplorando la potenza della musica nel connettere l’essere umano con l’ignoto, l’infinito.

Per finire, i tuoi lavori sembrano parimenti riscuotere grande interesse, presso un pubblico animato da notevoli curiosità, interessi e aperture sul piano culturale. Ma visto che, tanto al livello sempre più infimo delle istituzioni che in quanto a pubblico di massa, non scorgo francamente la stessa vivacità e sete di sapere, quanto risulta difficile portare avanti progetti di cinema indipendente, che abbiano tali prerogative?

Quando creo un’opera, la mia priorità è che l’esperienza sia significativa, per me e per chi vi ha partecipato, e spero che questo processo raggiunga lo spettatore. Oggi, il concetto di “cinema indipendente” è diventato sfumato, poiché anche le produzioni indipendenti sono influenzate dal mercato e spesso seguono schemi consolidati. Per questo mi considero una sperimentatrice, pur essendo consapevole delle responsabilità e delle sfide che ciò comporta, compresa la possibilità di non ottenere guadagni o il rischio di fallire.

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Stefano Coccia

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