I film di arti marziali sono un sottogenere di film di azione che includono vari stili di arti marziali nel combattimento tra i personaggi. Questi combattimenti sono normalmente il fascino principale dei film di arti marziali e sono anche una tecnica di narrazione, espressione dei personaggi e crescita. Le arti marziali sono regolarmente incluso nelle scene di allenamento e anche in varie altre scene insieme alle lotte. I film di arti marziali consistono in lotte corpo a corpo insieme a vari altri tipi di attività, come acrobazie, inseguimenti e scontri a fuoco. I sottogeneri dei film di arti marziali sono costituiti da film di wuxia, film di karate e anche film commedia sulle arti marziali, mentre le categorie rilevanti sono costituite da jidaigeki con armi, kung fu e film sui samurai.
I film orientali sono noti per avere una tecnica più minimalista nei film. Alcuni film di arti marziali hanno solo una storia marginale e un’enfasi specifica sull’azione, mentre altri hanno storie e personalità molto più complesse e originali e anche scene di azione. I film di arti marziali dell’ultimo tipo sono generalmente considerati film creativamente più interessanti, tuttavia molti film del tipo precedente sono efficaci e ben apprezzati dai fan del genere.
🥋 Il Nuovo Pugno d’Autore: Film di Arti Marziali
Dimenticate i cavi invisibili che fanno volare gli attori e la CGI che trasforma i combattimenti in videogiochi. La nuova ondata del cinema di arti marziali sta tornando alla radice: la fatica fisica, il sudore vero e la coreografia come forma di narrazione pura. Dai vicoli di Tianjin alle ferrovie indiane, fino ai condomini occupati di Hong Kong, questi film recuperano la tradizione gloriosa del genere (dal Wuxia al Silat) spogliandola del mito per restituirle una brutalità tattile e politica. Ecco 5 opere recenti dove ogni colpo racconta una storia.
100 Yards (2024)
Tianjin, anni ’20. Alla morte di un grande maestro di arti marziali, due uomini si contendono la gestione della scuola: il figlio legittimo e il miglior apprendista del maestro. Invece di risolvere la questione con la politica, decidono di affrontare la disputa tramite una serie di duelli che si spostano dalle sale d’allenamento ai vicoli della città. In 100 Yards, il regista Xu Haofeng (già sceneggiatore di The Grandmaster) rifiuta gli effetti speciali per mettere in scena un combattimento “da marciapiede”, realistico, tattico e basato sulle regole antiche delle scuole del Nord.
Questo è il film di arti marziali d’autore per eccellenza degli ultimi anni. Non è solo un film d’azione, ma un’elegante scacchiera in movimento dove ogni colpo ha un significato filosofico e gerarchico. La regia è pulita, geometrica, e lascia che siano i corpi degli attori (tra cui il vero artista marziale Jacky Heung) a raccontare la storia. Un’opera che guarda al passato glorioso del genere Kung Fu, spogliandolo del folklore per restituirgli la dignità della pratica reale.
Monkey Man (2024)
In un’India distopica e corrotta, un giovane anonimo (Dev Patel) si guadagna da vivere facendosi massacrare in combattimenti clandestini indossando una maschera da scimmia. Tormentato dal ricordo della madre uccisa da un capo della polizia corrotto, decide di infiltrarsi nell’élite criminale della città per attuare la sua vendetta. Monkey Man trasforma il mito di Hanuman in una furia di sangue contemporanea, dove le arti marziali diventano lo strumento di rivolta degli ultimi contro un sistema di caste opprimente.
L’esordio alla regia di Dev Patel è un pugno nello stomaco che mescola l’estetica di The Raid con il cinema sociale. Nonostante le influenze occidentali, il film pulsa di un’identità indiana feroce e politica. Le coreografie sono sporche, disperate, fatte di morsi, vetri rotti e armi di fortuna, lontane dalla danza elegante del cinema classico e più vicine alla lotta per la sopravvivenza pura. Un cult istantaneo che dimostra come l’action possa essere ancora un genere profondamente autoriale.
Twilight of the Warriors: Walled In (2024)
Anni ’80, Hong Kong. Chan Lok-kwun è un rifugiato che cerca di comprare una falsa identità, ma finisce per essere truffato dalla Triade. Nella fuga, si rifugia nella famigerata Città Murata di Kowloon, un labirinto di cemento senza legge governato dal carismatico Cyclone. In Twilight of the Warriors: Walled In, il protagonista scopre che quel luogo infernale è in realtà una comunità protetta da maestri di arti marziali in pensione, che dovranno tornare a combattere per difendere la loro casa da un’invasione esterna.
Diretto da Soi Cheang, questo film segna la grande rinascita del cinema d’azione cantonese “vecchia scuola”. Le scenografie della Città Murata sono oppressive e magnifiche, un teatro perfetto per combattimenti che mescolano il realismo dei colpi con un tocco di misticismo dei fumetti manhua. È un’epopea nostalgica e virile, che celebra lo spirito di fratellanza e l’arte del combattimento come ultimo baluardo d’onore in un mondo che sta per essere demolito dalla modernità.
Kill (2024)
Amrit, un commando delle forze speciali, sale su un treno diretto a Nuova Delhi per impedire il matrimonio combinato della donna che ama. Quando una banda di quaranta banditi armati di coltelli prende in ostaggio il treno, quella che doveva essere una missione d’amore si trasforma in un massacro in spazi ristretti. In Kill, la struttura narrativa è ridotta all’osso per lasciare spazio a 105 minuti di violenza cinetica inarrestabile, dove ogni vagone diventa un livello di difficoltà crescente.
Presentato al Toronto Film Festival, è stato definito il film d’azione più violento mai prodotto in India. Dimenticate i balletti di Bollywood: qui si usa il Silat e il combattimento ravvicinato militare. La particolarità sta nella gestione dello spazio: l’azione è costretta nei corridoi stretti e nelle cuccette del treno, costringendo la coreografia a essere brutale, diretta e inventiva. Un esercizio di stile claustrofobico che ridefinisce i limiti della violenza grafica.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione
Baby Assassins 2 (2023)
Chisato e Mahiro sono due ragazze adolescenti che condividono un appartamento e i problemi tipici della Gen Z: pagare le bollette, trovare un lavoro part-time e gestire l’ansia sociale. Il dettaglio è che sono anche due sicarie professioniste letali. In Baby Assassins 2, la loro routine viene interrotta quando vengono sospese dall’organizzazione degli assassini per non aver pagato le quote sindacali, diventando bersaglio di due fratelli rivali che vogliono prendere il loro posto.
Questo piccolo gioiello indie giapponese è l’antidoto perfetto ai film d’azione troppo seriosi. Scritto e diretto da Yugo Sakamoto, mescola momenti di commedia slice-of-life (le ragazze che mangiano dolci e si annoiano) con esplosioni di violenza tecnica impressionante. È un film fresco, ironico e tecnicamente ineccepibile, dove la letalità delle arti marziali si nasconde dietro felpe oversize e apatia giovanile.
🥋 Oltre il Dojo: Scegli il tuo combattimento
Il cinema di arti marziali è disciplina e filosofia, ma è anche solo una delle tante facce del cinema di movimento. Se cerchi emozioni forti declinate in altri modi, dai classici che hanno fatto la storia alle sparatorie moderne, ecco le guide essenziali per orientarti nel cinema d’azione.
Film d’Azione
Le arti marziali sono il combattimento corpo a corpo, ma se cerchi l’adrenalina su scala più ampia – inseguimenti, sparatorie e ritmi frenetici che non lasciano respiro – questa è la tua prossima tappa. Qui l’azione diventa spettacolo puro.
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Non si può capire il cinema di combattimento moderno (da John Wick a Kill Bill) senza conoscere i maestri che lo hanno inventato. Qui trovi i capolavori immortali, dai samurai di Kurosawa ai pugni di Bruce Lee, che hanno definito l’estetica della violenza al cinema.
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👊 I Maestri del Film di Arti Marziali: I Classici
Prima del digitale, c’erano solo muscoli, sudore e una precisione millimetrica. Questa è l’epoca in cui leggende come Bruce Lee, Jackie Chan e i maestri dello studio Shaw Brothers hanno inventato la grammatica del cinema d’azione. Film dove la trama era spesso un pretesto per mettere in scena balletti di violenza inaudita, eseguiti senza controfigure e senza reti di protezione. Ecco le pietre miliari che hanno trasformato il combattimento in una forma d’arte pura.
Sanshiro Sugata (Sugata Sanshirō) (1943)
Giappone, 1883. Sanshiro è un giovane volenteroso ma ingenuo che arriva in città per imparare il Jujutsu. Tuttavia, la sua vita cambia quando assiste all’eleganza e alla potenza di Shogoro Yano, un maestro di una nuova disciplina chiamata Judo. .
L’esordio alla regia di Akira Kurosawa è già un capolavoro di forma e sostanza. Pur essendo un film di propaganda bellica (doveva esaltare lo spirito giapponese), Kurosawa lo trasforma in un romanzo di formazione spirituale. Le scene di combattimento, girate con un montaggio rivoluzionario e l’uso poetico del vento e delle nuvole (la celebre scena finale nella palude), hanno stabilito lo standard visivo per tutto il cinema di arti marziali successivo. Da vedere per capire dove tutto è iniziato.
Rashomon (1950)
Nella Kyoto del XII secolo, un boscaiolo, un monaco e un passante si rifugiano dalla pioggia sotto le rovine della porta di Rashomon. Lì, discutono di un crimine orribile avvenuto nel bosco: l’omicidio di un samurai e lo stupro di sua moglie per mano del bandito Tajomaru. In Rashomon, la stessa storia viene raccontata quattro volte da quattro prospettive diverse (il bandito, la moglie, lo spirito del samurai morto e il boscaiolo), e ogni versione contraddice le altre, rendendo impossibile stabilire una verità oggettiva.
Questo non è un film di arti marziali classico, ma un thriller psicologico che ha cambiato la storia del cinema, introducendo il concetto di “narratore inaffidabile”. I combattimenti con la spada (katana) sono volutamente sgraziati, caotici e terrorizzati, per mostrare la paura reale della morte, in netto contrasto con l’eleganza stilizzata dei film di samurai successivi. È un’opera fondamentale sulla natura umana, sull’egoismo e sulla menzogna, diretta da un Kurosawa in stato di grazia.
La sfida del samurai (Yojimbo) (1961)
Un rōnin senza nome (Toshiro Mifune) arriva in un villaggio desolato, diviso da una guerra tra due boss criminali rivali che si contendono il controllo del gioco d’azzardo e della seta. Invece di fuggire o schierarsi, il samurai decide di vendere i suoi servigi a entrambi i lati, manipolandoli per farli distruggere a vicenda. In La sfida del samurai, l’eroe cinico e trasandato orchestra una danza di morte, usando l’astuzia più della spada per liberare la città dalla feccia che la infesta.
Questo è probabilmente il film di samurai più influente di sempre (Sergio Leone lo rifarà quasi inquadratura per inquadratura in Per un pugno di dollari). Mifune crea l’archetipo dell’antieroe moderno: veloce, letale, ma dotato di un codice morale nascosto. La regia di Kurosawa è dinamica, con inquadrature che enfatizzano la profondità di campo e coreografie di spada fulminee che hanno definito l’estetica del chanbara. Un mix perfetto di western, noir e azione orientale.
Sanjuro (Tsubaki Sanjūrō) (1962)
Nove giovani samurai idealisti vogliono denunciare la corruzione nel loro clan, ma stanno per cadere in una trappola mortale. Vengono salvati da un rōnin pigro e sarcastico (Toshiro Mifune), che decide di aiutarli a salvare il ciambellano rapito. In Sanjuro, sequel spirituale di Yojimbo, il maestro deve non solo combattere i nemici, ma anche tenere a bada l’impulsività dei suoi giovani protetti, insegnando loro che “la spada migliore è quella che rimane nel fodero.
Meno cinico e più ironico del predecessore, questo film è celebre per il suo finale shock: il duello tra Mifune e Tatsuya Nakadai dura una frazione di secondo e termina con un’esplosione di sangue (effetto speciale ottenuto pressurizzando il liquido) che ha scioccato il pubblico dell’epoca. Kurosawa decostruisce il mito della violenza proprio mentre la mette in scena, regalandoci uno dei momenti più iconici della storia del cinema d’azione.
La storia di Zatoichi (The Tale of Zatoichi) (1962)
Ichi è un umile massaggiatore cieco che vaga per il Giappone, disprezzato dai samurai e dai criminali per la sua disabilità. In realtà, è uno spadaccino fenomenale che usa una tecnica di estrazione rapida (iaijutsu) nascosta nel suo bastone da passeggio. In La storia di Zatoichi, viene coinvolto in una guerra tra bande yakuza e stringe un’improbabile amicizia con Miki Hirate, un samurai malato di tisi assoldato dalla fazione rivale. I due, anime affini, sanno che il destino li costringerà a incrociare le lame.
Questo film ha lanciato una delle saghe più longeve del cinema giapponese (26 film e una serie TV). Shintaro Katsu è monumentale nel ruolo di Zatoichi: un eroe tragico ed emarginato che ribalta le gerarchie sociali, umiliando i potenti con la sua spada. Il contrasto tra la sua apparente debolezza e la sua letalità improvvisa crea una tensione unica. È un dramma umano profondo mascherato da film d’azione, dove il vero scontro è tra l’onore personale e la crudeltà del mondo yakuza.
Le implacabili lame di rondine d’oro (Come Drink with Me) (1966)
Golden Swallow (Cheng Pei-pei) è una guerriera inviata dal governatore per salvare suo fratello, rapito da una banda di banditi che chiede la liberazione del loro capo. Travestita da uomo, affronta i criminali in una locanda in una scena memorabile, ma presto scopre di aver bisogno dell’aiuto di un misterioso mendicante ubriacone, Drunken Cat, che nasconde segreti kung fu straordinari. In Le implacabili lame di rondine d’oro, l’eleganza della danza si fonde con la brutalità della spada.
Diretto dal maestro King Hu, questo è il film che ha inventato il Wuxia moderno. La coreografia è fluida, quasi operistica, e Cheng Pei-pei diventa la prima grande icona femminile del cinema d’azione asiatico. Hu usa il ritmo musicale e il montaggio per creare combattimenti che sembrano balletti mortali. È un’opera d’arte visiva che ha influenzato tutto, da La tigre e il dragone ai film di Tarantino.
Mantieni l’odio per la tua vendetta (The One-Armed Swordsman) (1967)
Fang Kang (Jimmy Wang Yu) è un allievo promettente di una scuola di spada che, a seguito di un litigio con la figlia viziata del maestro e altri discepoli gelosi, perde il braccio destro. Salvato da una contadina che gli consegna un manuale di kung fu per mancini parzialmente bruciato, Fang Kang deve reinventare il suo stile di combattimento. In Mantieni l’odio per la tua vendetta, il protagonista torna dal ritiro per salvare il suo vecchio maestro da una nuova minaccia, usando la sua menomazione come un’arma letale e imprevedibile.
Questo cult della Shaw Brothers, diretto da Chang Cheh, ha rivoluzionato il genere introducendo l’archetipo dell’eroe mutilato e sofferente (il body horror che incontra l’azione). È un film crudo, violento e pieno di angst maschile, che esalta la resilienza e il sacrificio. La coreografia, che adatta i movimenti per un solo braccio, è geniale e ha reso Jimmy Wang Yu una superstar internazionale.
Cinque dita di violenza (King Boxer) (1972)
Chao Chih-Hao (Lo Lieh) è un giovane allievo inviato a studiare arti marziali da un maestro famoso per vincere un torneo locale e fermare una banda criminale rivale. Tuttavia, i nemici gli spezzano le mani per impedirgli di combattere. Con una volontà di ferro, Chih-Hao si sottopone a un allenamento brutale per apprendere la leggendaria tecnica del “Palmo di Ferro”. In Cinque dita di violenza, il protagonista torna per la resa dei conti, con i pugni che brillano letteralmente di rosso quando carica il suo potere distruttivo.
Questo è il film che ha sfondato in America prima di Bruce Lee, scatenando la “Kung Fu Craze” globale (e ispirando la colonna sonora di Kill Bill). È un concentrato di tutti i topos del genere: il torneo, il tradimento, la mutilazione e la vendetta. Nonostante gli effetti speciali datati (il “glowing hand”), la sua energia grezza e la violenza grafica lo rendono un caposaldo imprescindibile del cinema grindhouse.
Dalla Cina con furore (Fist of Fury) (1972)
Shanghai, inizio XX secolo. Chen Zhen (Bruce Lee) torna alla sua scuola di arti marziali per scoprire che il suo amato maestro Huo Yuanjia è morto in circostanze sospette. Quando una scuola rivale giapponese umilia i cinesi con un cartello “Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi”, Chen Zhen scatena la sua rabbia. In Dalla Cina con furore, non combatte solo per vendetta personale, ma per la dignità di un intero popolo oppresso dal colonialismo giapponese.
È il film più importante e politico di Bruce Lee. Qui l’azione diventa nazionalismo viscerale: Chen Zhen è un simbolo di resistenza indistruttibile. La scena del dojo, dove sconfigge da solo decine di karateka usando il nunchaku per la prima volta sullo schermo, è leggenda pura. Lee recita con un’intensità quasi maniacale, trasformando ogni urlo e ogni sguardo in un’arma. È il manifesto definitivo del Kung Fu come strumento di liberazione.
I 3 dell’Operazione Drago (Enter the Dragon) (1973)
Lee, un monaco Shaolin ed esperto di arti marziali, viene reclutato dall’intelligence britannica per infiltrarsi in un torneo segreto organizzato da Han, un signore del crimine che vive su un’isola privata. Lì, Lee deve raccogliere prove sulle attività illegali di Han e vendicare l’onore del tempio Shaolin. In I 3 dell’Operazione Drago, il protagonista si unisce a Roper e Williams, due combattenti americani, in un torneo mortale che culmina nel celebre duello nella stanza degli specchi.
Questo è il film che ha consacrato Bruce Lee come icona globale postuma. È una miscela perfetta di estetica orientale e ritmi hollywoodiani (stile James Bond). Sebbene meno “puro” dei suoi film di Hong Kong, offre una vetrina spettacolare della filosofia di combattimento di Lee (Jeet Kune Do). La sua presenza scenica è magnetica, e il combattimento finale è una lezione di cinema e di metafisica (“rompere l’illusione dell’avversario”).
A Touch of Zen (Xia nü) (1971)
Ku, un pittore e studioso timido che vive con la madre vicino a un forte in rovina, incontra Yang (Hsu Feng), una misteriosa fuggitiva braccata dalle guardie imperiali della dinastia Ming. Ku viene trascinato nel conflitto e usa la sua intelligenza strategica per aiutare Yang e i monaci guerrieri a sconfiggere l’esercito nemico. In A Touch of Zen, la storia evolve da un dramma di fantasmi a un’epopea di combattimento spirituale, culminando in uno scontro trascendentale in una foresta di bambù.
Vincitore del premio tecnico a Cannes, questo capolavoro di King Hu è molto più di un film di arti marziali: è cinema d’autore allo stato puro. La fotografia è pittorica, la narrazione è lenta e meditativa, e l’azione sfida la gravità (letteralmente). La sequenza della foresta di bambù è una delle scene più belle e imitate della storia del cinema (vedi La foresta dei pugnali volanti). Un’esperienza mistica che eleva il Wuxia a poesia visiva.
36ª camera dello Shaolin (The 36th Chamber of Shaolin) (1978)
Cina imperiale, dinastia Qing. Liu Yude è un giovane studente che vede la sua famiglia e i suoi compagni massacrati dal brutale generale Tien Ta per il loro attivismo politico. Ferito e in fuga, raggiunge il tempio Shaolin sotto falso nome, dove inizia un percorso di addestramento massacrante per apprendere il Kung Fu. In 36ª camera dello Shaolin, Yude (ribattezzato San Te) deve superare 35 camere, ognuna dedicata a potenziare una parte specifica del corpo (occhi, polsi, testa, gambe), per poi creare la “36ª camera”: quella dedicata all’insegnamento delle arti marziali alla gente comune per difendersi dagli oppressori.
Questo è il film che ha codificato il topos dell'”addestramento” nel cinema di arti marziali (ispirando dal Wu-Tang Clan a Kill Bill). Diretto da Lau Kar-leung, un vero maestro di Hung Gar, mostra il Kung Fu non come magia, ma come risultato di sudore, dolore e ripetizione infinita. Gordon Liu è iconico nel ruolo del monaco guerriero. Non è solo un film d’azione, è un inno alla disciplina e alla democratizzazione della conoscenza come arma rivoluzionaria.
Le furie umane del kung fu (Five Deadly Venoms) (1978)
Il maestro morente del potente “Clan del Veleno” invia il suo ultimo allievo, Yang Tieh, in una missione pericolosa: rintracciare cinque ex discepoli, ognuno maestro di uno stile ispirato a un animale velenoso (Centopiedi, Serpente, Scorpione, Lucertola, Rospo), per scoprire chi tra loro sta usando le arti marziali per scopi malvagi e recuperare il tesoro del clan. In Le furie umane del kung fu, Yang deve infiltrarsi in una città corrotta dove i “Venoms” si nascondono sotto false identità, trasformando la storia in un giallo marziale dove nessuno è chi dice di essere.
Diretto da Chang Cheh, questo cult movie ha creato un sottogenere a sé stante. L’idea di dare a ogni cattivo uno stile di combattimento unico e bizzarro (il Rospo è invulnerabile, lo Scorpione usa calci a uncino, il Centopiedi è velocissimo) è geniale e visivamente indimenticabile. È un mix perfetto di mistero wuxia e violenza stilizzata, famoso per le sue maschere e per l’atmosfera cupa e paranoica.
L’ultimo combattimento di Chen (Game of Death) (1978)
Billy Lo è una famosa star del cinema di arti marziali che si rifiuta di lavorare per un sindacato criminale internazionale. Dopo essere sopravvissuto a un tentativo di omicidio sul set, finge la propria morte per potersi vendicare indisturbato. In L’ultimo combattimento di Chen, Billy si infiltra nella base dei criminali, una pagoda a più piani dove ogni livello è sorvegliato da un maestro di uno stile diverso, fino allo scontro finale con un gigante (Kareem Abdul-Jabbar).
Questo film è un’opera “Frankenstein“, completata anni dopo la morte di Bruce Lee usando controfigure e montaggi discutibili. Tuttavia, la parte finale (i circa 15 minuti originali girati da Lee nel 1972) è storia pura. Vedere Lee con la tuta gialla (poi omaggiata da Tarantino) combattere usando la sua filosofia del Jeet Kune Do (adattarsi a ogni stile senza averne uno fisso) contro il gigante del basket Abdul-Jabbar è un’esperienza surreale e mitica che trascende i difetti del resto della pellicola.
Drunken Master (Jui Kuen) (1978)
Wong Fei-hung (Jackie Chan) è un giovane scapestrato che disonora la sua scuola di Kung Fu con risse e bravate. Per raddrizzarlo, il padre lo affida a Beggar So, un vecchio maestro vagabondo esperto nello stile degli “Otto Ubriachi”. In Drunken Master, Wong subisce torture fisiche spacciate per allenamento, fino a imparare che l’ebbrezza (simulata o reale) può rendere i movimenti imprevedibili e letali, l’unica arma efficace contro il killer professionista Yim Tiem-sam.
Se Bruce Lee era la furia, Jackie Chan qui diventa il clown acrobata. Questo film ha inventato la Kung Fu Comedy, dimostrando che si può ridere e rimanere a bocca aperta per le coreografie nello stesso momento. Lo stile dell’Ubriaco è una meraviglia di coordinazione fisica: Chan cade, barcolla e colpisce da angolazioni impossibili. È il film che ha liberato il genere dalla serietà cupa della vendetta, portando una ventata di gioia e creatività fisica.
The Magnificent Butcher (Lin Shi Rong) (1979)
Lam Sai-wing, detto “Il Macellaio” (Sammo Hung), è un allievo del leggendario Wong Fei-hung, ma la sua natura impulsiva lo caccia sempre nei guai. Quando il figlio di un maestro rivale rapisce una ragazza e incastra Lam per il crimine, scoppia una guerra tra scuole. In The Magnificent Butcher, Lam è costretto a fuggire e a perfezionare il suo Kung Fu sotto la guida di un maestro eccentrico, per tornare a scagionarsi e affrontare il vero colpevole in un duello all’ultimo sangue.
Sammo Hung, “il drago grasso”, dimostra qui di essere uno degli atleti più agili e potenti della storia del cinema. Il film è un perfetto esempio dell’azione di Hong Kong di fine anni ’70: trama semplice, umorismo slapstick e combattimenti lunghissimi, complessi e dolorosamente reali. La coreografia è un capolavoro di ritmo e precisione, e la performance di Hung unisce la potenza bruta alla grazia di un ballerino.
The Big Brawl (Chi tocca il giallo muore) (1980)
Chicago, anni ’30. Jerry Kwan (Jackie Chan) è un giovane immigrato che cerca di vivere onestamente, ma il suo talento nelle arti marziali attira l’attenzione della mafia locale. I boss rapiscono la fidanzata del fratello per costringere Jerry a partecipare a una competizione di combattimento di strada in Texas. In The Big Brawl, Chan deve farsi strada tra lottatori enormi e scorretti, cercando un modo per salvare la sua famiglia e vincere il torneo.
Questo è stato il primo tentativo di Jackie Chan di sfondare a Hollywood. Sebbene il regista Robert Clouse (lo stesso di Enter the Dragon) cerchi di limitare l’esuberanza acrobatica di Chan per renderlo più simile a un picchiatore americano, il film offre comunque momenti di genio. È interessante vedere lo stile di Hong Kong scontrarsi con l’ambientazione gangster americana, creando un ibrido curioso che anticipa i successi futuri come Rush Hour.
The Octagon (1980)
Scott James (Chuck Norris) è un campione di arti marziali ritiratosi dalle competizioni, perseguitato dai ricordi di un addestramento ninja brutale subito da giovane insieme al fratellastro Seikura. Quando un’organizzazione terroristica inizia a colpire a livello globale usando tecniche ninja, Scott capisce che dietro c’è proprio il suo vecchio compagno. In The Octagon, deve penetrare nella fortezza segreta dei terroristi (l’Ottagono) per affrontare il suo passato e fermare una minaccia letale.
Questo film segna il passaggio di Chuck Norris dai ruoli di “cattivo” o sportivo a eroe d’azione a tutto tondo. È uno dei primi film occidentali a trattare seriamente la figura del Ninja, contribuendo a lanciare la mania degli anni ’80. L’uso della voce fuori campo (“whispering thoughts”) è diventato un marchio di fabbrica (e oggetto di parodie), ma le scene di combattimento coreografate dal fratello Aaron Norris sono solide e realistiche.
The Prodigal Son (Bai ga jai) (1981)
Leung Chang (Yuen Biao) è un giovane ricco convinto di essere un campione di Kung Fu, senza sapere che il padre paga segretamente tutti i suoi avversari per farsi sconfiggere e proteggerlo. Quando la verità viene brutalmente a galla dopo uno scontro con un vero artista marziale, Leung Chang, umiliato, decide di imparare il vero Wing Chun. In The Prodigal Son, segue un maestro eccentrico ed effeminato (Lam Ching-ying) che gli insegna che il vero potere nasce dall’umiltà e dalla precisione, non dall’ego.
Diretto da Sammo Hung, questo è considerato da molti puristi il miglior film di Wing Chun mai realizzato. Le scene di addestramento sono dettagliatissime e mostrano la vera meccanica dello stile (combattimento ravvicinato, linea centrale). Yuen Biao offre la performance della vita, combinando dramma e azione acrobatica. È un film che decostruisce il mito dell’eroe invincibile per ricostruirlo su basi reali.
L’invincibile ninja (Enter the Ninja) (1981)
Cole (Franco Nero), un veterano dell’esercito diventato maestro di Ninjutsu in Giappone, va nelle Filippine per visitare un vecchio amico di guerra. Scopre che l’amico e sua moglie sono minacciati da un ricco magnate che vuole rubare la loro terra ricca di petrolio. Cole usa le sue abilità per difenderli, ma il magnate risponde assoldando Hasegawa (Sho Kosugi), un ninja rivale e vecchia nemesi di Cole. In L’invincibile ninja, lo scontro finale non è solo tra uomini, ma tra due filosofie marziali opposte.
Prodotto dalla Cannon Films, questo è il capostipite della follia ninja degli anni ’80. Franco Nero (doppiato e con controfigura per le acrobazie) è improbabile ma carismatico, mentre la vera star è Sho Kosugi, che ruba la scena con la sua autenticità tecnica e le sue armi esotiche (shuriken, fumogeni, sai). È un B-movie glorioso, eccessivo e divertente che ha definito l’estetica pop del ninja occidentale.
Legendary Weapons of China (Shi ba ban wu yi) (1982)
Cina, fine XIX secolo. L’Imperatrice Cixi cerca maestri di arti marziali capaci di resistere ai proiettili occidentali grazie alla magia nera, per formare l’esercito dei Boxer. Un gruppo di assassini viene inviato a scovare un vecchio maestro che ha sciolto la sua scuola rifiutandosi di ingannare gli studenti con falsi miti di invulnerabilità. In Legendary Weapons of China, il maestro (Lau Kar-leung) deve uscire allo scoperto e usare tutte le 18 armi leggendarie del Kung Fu per sconfiggere i suoi ex compagni e dimostrare la superiorità della tecnica reale sulla superstizione.
Lau Kar-leung dirige e interpreta un film che è una dichiarazione d’amore e di critica alle arti marziali. Smonta il misticismo (“il voodoo non ferma i proiettili”) per esaltare l’abilità umana. Il duello finale è un’enciclopedia visiva: vediamo in azione lancia, alabarda, spade gemelle, bastone a tre sezioni e molto altro, in una sequenza di virtuosismo tecnico senza pari.
I ragazzi del tempio Shaolin (Shaolin Temple / Shao Lin Si) (1982)
Cina medievale. Il padre di Jue Yuan viene ucciso da un despota crudele. Il giovane, ferito, viene salvato dai monaci del tempio Shaolin. Lì, impara il Kung Fu non per vendetta, ma come disciplina, anche se il suo cuore brucia ancora di rabbia. In I ragazzi del tempio Shaolin, la storia si intreccia con la politica quando i monaci decidono di intervenire per salvare il vero imperatore, portando a una battaglia campale tra la spiritualità del tempio e la brutalità dell’esercito.
Questo è il film che ha rivelato al mondo Jet Li. Girato nel vero monastero di Shaolin (il primo dopo la Rivoluzione Culturale), ha un realismo crudo e spettacolare. Gli attori sono veri atleti di Wushu, non stuntman, e si vede: le acrobazie sono veloci, fluide e prive di trucchi cinematografici. Ha avuto un impatto culturale enorme, rilanciando il turismo a Shaolin e l’interesse per le arti marziali cinesi tradizionali.
Mr. Vampire (Geung si sin sang) (1985)
Il Maestro Kau è un prete taoista specializzato nel gestire i Jiangshi (vampiri saltellanti cinesi). Quando viene incaricato di risepellire un cadavere per migliorare il feng shui di una ricca famiglia, scopre che il corpo si è trasformato in un potente vampiro che minaccia di infettare l’intera città. In Mr. Vampire, Kau e i suoi due maldestri assistenti devono usare riso glutinoso, inchiostro di pollo, spade di legno e incantesimi di carta per contenere la minaccia in un mix di orrore e comicità slapstick.
Questo film è un classico imperdibile che fonde arti marziali, folklore soprannaturale e commedia. Le coreografie di Lam Ching-ying sono eleganti e precise, trasformando i rituali taoisti in mosse di combattimento. Ha creato un intero sottogenere (il Jiangshi fiction), influenzando decenni di cinema e videogiochi asiatici. È divertente, spaventoso e culturalmente affascinante.
Storia di fantasmi cinesi (A Chinese Ghost Story) (1987)
Ning Tsai-shen (Leslie Cheung) è un esattore delle tasse timido e sfortunato che, non avendo soldi per dormire in locanda, passa la notte in un tempio infestato. Lì incontra Nie Xiaoqian (Joey Wong), una bellissima ragazza che si rivela essere un fantasma costretto a servire un demone albero millenario. In Storia di fantasmi cinesi, Ning si innamora dello spettro e, con l’aiuto di un potente spadaccino taoista (Wu Ma), sfida le forze dell’inferno per salvare l’anima della sua amata.
Prodotto da Tsui Hark, questo film è un capolavoro visivo che unisce romanticismo gotico, effetti speciali artigianali e combattimenti wuxia aerei. Non è un film di arti marziali puro, ma le sequenze d’azione sono visionarie: spade che volano, lingue giganti e combattimenti tra gli alberi. È una fiaba dark poetica e struggente, con una colonna sonora indimenticabile, che ha ridefinito il fantasy orientale.
Dragon – La storia di Bruce Lee (1993)
Dalla partenza da Hong Kong con pochi dollari in tasca all’arrivo in America, dove sfida il razzismo e le tradizioni rigide per insegnare il Kung Fu agli occidentali. Dragon – La storia di Bruce Lee ripercorre l’ascesa, l’amore con Linda, la creazione del Jeet Kune Do e la tragica, prematura morte della leggenda. Il film mescola biografia e mito, visualizzando i demoni interiori di Lee come un’armatura samurai fantasma che lo perseguita nei suoi incubi.
Anche se si prende molte libertà storiche, questo biopic diretto da Rob Cohen è emotivamente potente. Jason Scott Lee (nessuna parentela) offre una performance fisica straordinaria: non imita Bruce Lee, ma ne cattura l’energia, il carisma e la rabbia. Le scene di combattimento sono spettacolari e celebrano non solo l’atleta, ma il filosofo che ha cambiato per sempre la percezione delle arti marziali nel mondo.
Mortal Kombat (1995)
Il destino della Terra è in bilico: se le forze dell’Outworld vincono il decimo torneo consecutivo di Mortal Kombat, potranno invadere il nostro regno. Il dio del tuono Raiden (Christopher Lambert) recluta tre guerrieri umani: il monaco Liu Kang, la star del cinema Johnny Cage e l’agente Sonya Blade. In Mortal Kombat, devono viaggiare in una dimensione ostile e affrontare mostri e stregoni in combattimenti all’ultimo sangue per salvare l’umanità.
Diretto da Paul W.S. Anderson, questo film è un miracolo degli anni ’90: uno dei pochissimi adattamenti di videogiochi che funziona davvero. Pur essendo campy e con una CGI invecchiata, cattura perfettamente lo spirito del gioco. Le coreografie (curate da Robin Shou/Liu Kang) sono solide, la colonna sonora techno è iconica e l’atmosfera è puro divertimento escapista. Un cult generazionale che ha portato le arti marziali fantasy al grande pubblico mainstream.
La tigre e il dragone (Crouching Tiger, Hidden Dragon) (2000)
Cina, dinastia Qing. Il leggendario spadaccino Li Mu Bai (Chow Yun-fat) decide di ritirarsi e affidare la sua spada, “Destino Verde”, alla sua amata Yu Shu Lien (Michelle Yeoh). Ma la spada viene rubata da una misteriosa ladra mascherata, Jen (Zhang Ziyi), una nobile che sogna la libertà del mondo wuxia. In La tigre e il dragone, inizia un inseguimento che è anche un confronto tra dovere e desiderio, tra maestri e allievi, che culmina in duelli che sfidano la gravità.
Ang Lee ha realizzato l’impossibile: un film di arti marziali che è anche un dramma da Oscar. È un’opera di una bellezza visiva sconvolgente, dove i combattimenti non sono violenza, ma estensione delle emozioni dei personaggi. La scena del duello sulle cime degli alberi di bambù è poesia in movimento. Ha sdoganato il genere Wuxia in Occidente, dimostrando che un calcio volante può essere artistico quanto un monologo shakespeariano.
The Rebel (Dòng Máu Anh Hùng) (2007)
Vietnam, 1922. Sotto l’occupazione coloniale francese, Le Van Cuong è un agente vietnamita d’élite che lavora per la polizia segreta, dando la caccia ai ribelli. Ma la brutalità dei suoi superiori e l’incontro con la fiera rivoluzionaria Vo Thanh Thuy (Veronica Ngo) incrinano la sua fedeltà. In The Rebel, Cuong diserta e aiuta Thuy a fuggire, scatenando una caccia all’uomo attraverso il paese in cui dovrà usare il suo Vovinam per proteggere la donna che ama e la libertà del suo popolo.
Questo film ha messo il Vietnam sulla mappa del cinema d’azione. Johnny Tri Nguyen e Veronica Ngo sono atleticamente impressionanti. Il film mescola il dramma storico anti-coloniale con un’azione moderna, veloce e dura. Le coreografie sono crude ma eleganti, mostrando uno stile di combattimento (il Vovinam, con le sue famose forbici al collo volanti) raramente visto al cinema.
Clash (Bay Rong) (2009)
Trinh (Veronica Ngo), nome in codice “Phoenix”, è una mercenaria costretta a lavorare per un boss criminale che ha rapito sua figlia. Per liberarla, deve completare un’ultima missione impossibile: rubare un laptop contenente codici segreti. Assembla una squadra di disperati, tra cui il misterioso Quan (Johnny Tri Nguyen). In Clash, la missione si trasforma in un gioco di doppiogiochi e tradimenti, dove i pugni e i calci sono l’unica lingua fidata.
Dagli stessi autori di The Rebel, questo film sposta l’azione in un contesto urbano contemporaneo. È un heist movie frenetico che ricorda lo stile di Hong Kong ma con un sapore vietnamita unico. L’alchimia tra i due protagonisti è palpabile e le scene di lotta sono intense, girate con chiarezza e impatto. Un ottimo esempio di cinema d’azione indipendente di qualità.
Merantau (2009)
Yuda (Iko Uwais) è un giovane di un villaggio di Sumatra che deve compiere il “Merantau”, il rito di passaggio che prevede di lasciare la propria casa per cercare fortuna in città e diventare uomo. Arrivato a Jakarta con il sogno di insegnare Silat, si scontra con la dura realtà della metropoli e finisce per salvare una ragazza da un giro di traffico di esseri umani. In Merantau, il ragazzo di campagna deve trasformare la sua arte marziale elegante in uno strumento di sopravvivenza brutale contro i criminali europei che gestiscono il racket.
Questo è il film che ha fatto scoprire al mondo Iko Uwais e il regista Gareth Evans, la coppia che poi creerà The Raid. È affascinante vedere la transizione: inizia lento e tradizionale, quasi un documentario sul Silat, per poi esplodere in un’azione urbana disperata. Il combattimento finale nell’ascensore e sul container è l’antipasto della violenza rivoluzionaria che arriverà due anni dopo.
The Raid – Redenzione (Serbuan maut) (2011)
Una squadra SWAT indonesiana rimane intrappolata in un condominio fatiscente di 15 piani, quartier generale di un signore della droga e rifugio dei peggiori criminali di Jakarta. Senza rinforzi e con le munizioni finite, l’unica via d’uscita è salire fino in cima, piano per piano, combattendo corpo a corpo. In The Raid, il poliziotto Rama (Iko Uwais) deve affrontare un esercito di assassini armati di machete e un letale braccio destro del boss, Mad Dog.
Questo film ha riscritto le regole del cinema d’azione moderno. La trama è ridotta all’osso, la tensione è insostenibile e la coreografia è di una violenza cinetica mai vista prima. È survival horror mascherato da film di arti marziali. Il combattimento finale “due contro uno” con Mad Dog è già entrato nella leggenda come uno dei migliori scontri della storia del cinema. Essenziale, brutale, perfetto.
Approfondimenti
Le origini dei film di arti marziali

Akira Kurosawa ha lanciato il genere di film sulle arti marziali con il suo lancio alla regia del 1943, Sugata Sanshiro. Il film ha a che fare con un ragazzo che scopre il judo e combatte contro numerosi specialisti di jujitsu. Kurosawa guidò anche un seguito nel 1945 intitolato Sugata Sanshiro, parte seconda. Include lotte con combattenti e professionisti del karate, forse la prima rappresentazione delle arti marziali nel cinema.
I film di arti marziali sono costituiti da numerosi personaggi che sono combattenti marziali e questi ruoli sono generalmente interpretate da star che sono veri esperti delle arti marziali. Altrimenti, gli attori imparano con un lavoro di preparazione per le scene o il regista potrebbe affidarsi di più su azioni rallentate, angoli di inquadratura, montaggio e immagini generate al computer ed effetti speciali. Il design minimale utilizza scene brevi e combattimenti improvvisati ma esplosive, come si vede nei film di Jackie Chan. Questi metodi sono occasionalmente usati anche da veri esperti marziali.
Breve storia del film di arti marziali

Per tutti gli anni ’70 e ’80, uno dei più notevoli film di arti marziali e ninja doppiati in inglese sono stati prodotti dagli Shaw Brothers, Godfrey Ho e vari altri produttori di Hong Kong. Inclusi in questo elenco di film ci sono film famosi come The Big Boss, Drunken Master e One Armed Boxer.
I film di arti marziali sono stati prodotti in tutto il mondo, ma la categoria è stata controllata dal cinema di azione di Hong Kong, arrivando al culmine dal 1971 con l’ascesa di Bruce Lee fino alla metà degli anni ’90 con una diminuzione sostanziale del genere di arti marziali, fino a quando non è stato ripreso intorno agli anni 2000. Varie altre figure degne di nota nella categoria includono Jackie Chan, Jet Li, Sammo Hung, Yuen Biao e anche Donnie Yen.
Sonny Chiba, Etsuko Shihomi e anche Hiroyuki Sanada hanno recitato in innumerevoli film di arti marziali e jidaigeki dal Giappone negli anni ’70 e nei primi anni ’80. Hollywood ha anche preso parte alla moda con attori come Chuck Norris, Sho Kosugi, Jean-Claude Van Damme, Steven Seagal, Brandon Lee, il figlio di Bruce Lee, Wesley Snipes, Gary Daniels, Mark Dacascos e Jason Statham. Negli anni 2000, il mercato cinematografico thailandese è diventato una forza globale dei film di arti marziali con i film di Tony Jaa e anche il cinema del Vietnam ha fatto lo stesso con The Rebel e Clash. In anni ancora più recenti, il settore cinematografico indonesiano ha prodotto film di arti marziali interessanti.
Anche le donne hanno svolto ruoli cruciali nel genere di arti marziali, tra cui attrici come Michelle Yeoh, Angela Mao e Cynthia Rothrock. Nel mondo di lingua cinese, i film di arti marziali sono spesso suddivisi in due sottocategorie: i film wuxia, i film di arti marziali più moderni, come i film di Bruce Lee, il genere Chanbara Samurai e film di combattimento cappa e spada ambientati nel Giappone feudale.
I film di arti marziali sono una categoria di film sostanziale. Come i western per gli americani, in realtà sono diventati un’identificazione del cinema cinese. Essendo uno dei film più importanti nel contesto del cinema cinese, i film di arti marziali sono stati tra i primissimi film cinesi prodotti e i film wuxia sono il primo tipo di film di arti marziali cinesi,con il fascino storico delle storie wuxia. Le storie wuxia di Jin Yong e di Gu Long hanno determinato la frequenza dei film wuxia. I western di arti marziali sono generalmente film americani girati a basso costo nei luoghi del sud-ovest degli Stati Uniti, spostando le arti marziali in un’ambientazione da “vecchio west”; ad esempio, Red Sun con Charles Bronson e Toshiro Mifune.
Una visione curata da un regista, non da un algoritmo
In questo video ti spiego la nostra visione

