Binge watching: la moda delle grandi abbuffate in streaming. Cos’è?

Scoprire il cinema, la sua storia ed i suoi autori può non essere semplice nell’era del binge watching, anche se tutto, apparentemente, è disponibile e a portata di mano. Oggi la grande abbuffata, ne sarebbe contento il regista Marco Ferreri, sembra di moda in ogni settore. Dai ristoranti cinesi all you can eat fino alla pratica del binge watching ipertrofico, lanciato come moda dai colossi dello streaming. Il modello occidentale della serata in casa si è affermata a livello globale, reclamizzata dagli stessi sguardi felici è un po’ idioti di adolescenti, padri e madri di famiglia che sembrano usciti da uno spot pubblicitario di una marca di biscotti.

Cos’è il binge watching

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Binge watching deriva dall’unione di binge e watching, ossia “abbuffata di visione”. In lingua inglese, nel corso dell’800, binge veniva usato per definire l’ubriacatura, intesa come essere bagnati fradici; più tardi, circa un secolo dopo, l’abuso di alcolici viene chiamato binge drinking, e il termine binge inizia ad essere applicato, sempre con connotazione negativa, per altri tipi di eccessi: dal 1959 binge eating iniziò ad essere usato nelle pubblicazioni psichiatriche per indicare il disturbo da alimentazione incontrollata.

I primi binge watching esistevano già negli anni ’40, con serie come “Ai confini della realtà”. Uno dei primi binge watching moderno sembra essere, nel 1996, quello della serie televisiva X-Files. Ma la popolarità del binge watching esplode nel 2010, con l’affermazione dei servizi di streaming come Netflix e Hulu, in grado di garantire l’abbuffata con una vasta quantità di contenuti. In particolare nel 2013, anno in cui Netflix iniziò a distribuire serie televisive inedite rendendo disponibili intere stagioni contemporaneamente. In quell’anno fu stranamente candidata a “parola dell’anno” secondo la Oxford University Press. Un paio di anni dopo fu scelta come “parola dell’anno” dal Collins English Dictionary della HarperCollins. Mah.

Il binge watching esplode

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A quanto pare molti giovani americani impazziscono, dal 2010 in poi, per la pratica del binge watching. E la moda parte dagli Stati Uniti per contagiare il resto del mondo. Antropologi e psicologi la definiscono in maniera sia positiva che negativa. Alcuni sostengono che è un modo contemplativo e intelligente di guardare buona televisione e buon cinema. Sostengono che il binge watching costituisce un innalzamento culturale con aspirazioni letterarie e cinematografiche.

Altri hanno espresso giudizi negativi evidenziando la superficialità caratteristica del binge watching, senza attenzione alle sfumature del racconto e senza il pregustare l’attesa del rilascio di un nuovo episodio. Per alcuni sembra che questo desiderio ossessivo di binge watching scaturisce da una chimica cerebrale simile a quella provocata dalle droghe o dalle ipnosi. Un’attività dei neuroni che favoriscono il rilascio di endorfine in grado di rilassare e far desiderare il prolungamento della visione il più possibile. Negli ultimi anni uno studio più accurato dell’università del Texas ha dimostrato che il binge watching e spesso causa di depressione, solitudine, incapacità di autogestione e obesità, esattamente come avviene in molti altri tipi di eccessi.

Il ritratto tipico del binge Watcher seriale sembra essere quello di una persona depressa e solitaria, principalmente in un’età compresa tra i 18 e i 29 anni. Una pratica che gli stessi intervistati hanno definito efficace per allontanare i loro pensieri e sentimenti negativi. Fino al punto di arrivare ad una vera e propria incapacità di spegnere la televisione. Insomma una vera e propria dipendenza. Una droga che ci fa dimenticare temporaneamente la realtà.

Le piattaforme del binge watching

Quello che ci si presenta davanti quando ci iscriviamo ad una grande piattaforma di streaming è un grande supermercato, spesso suggerito da immagini di locandine di film e serie senza confini, una sterminata videoteca. E di fatto lo è. Soprattutto prodotti commerciali che si spacciano per nuove avanguardie cinematografiche, e proposte sbrigative e approssimative per quanto riguarda il cinema d’essai e i suoi percorsi di scoperta. Un grande supermercato dove riempire il carrello della spesa per la scorpacciata, con un prezzo modico. Un gigantesco all you can eat dove il focus non è la qualità e la creazione della consapevolezza di cosa guardiamo, ma la quantità, la scoperta febbrile della novità e della nuova tendenza. La grande abbuffata.

Giriamo con il nostro piatto e possiamo prendere tutto ciò che vogliamo. Cosa sia questa roba e come va mangiata però nessuno ce lo spiega. Non c’è chef che ce lo illustri. Qualcuno potrebbe confondere un dolce esotico con un primo piatto e mangiarlo prima della carne. Sembra che non sia interessante neanche dire chi l’ha cucinata. Quello che ti interessa è che è nostra, è in esclusiva, originale, la trovi solo da noi. Qualcuno potrebbe rispondere: ma chi se frega. Non c’è nessun criterio che ci guidi in un viaggio di scoperta. Non c’è nessun obiettivo al di fuori di abbuffare il cliente con più roba possibile e convincerlo a pagare.

La grande indigestione

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Ma l’esperienza che ci lascia un simile percorso di visione è alquanto mediocre. E come spizzicare qua e là su un enorme tavola imbandita saltando dal pesce, alla grigliata di carne, poi di nuovo al crudo di mare dopo aver assaggiato il dessert. La mancanza di un criterio, di un percorso che si arricchisce e ci fa cogliere un senso più ampio, lascia alquanto confusi. Il risultato è che i piatti presi uno per uno potranno anche essere squisiti (caso raro) ma una grande abbuffata senza senso lascia in bocca un brutto sapore, e una pessima e travagliata digestione.

Il consumo seriale in streaming, secondo la visione predominante, si basa proprio su questo. Su della indigestioni di intrattenimento all you can eat che lasciano storditi. Su delle ubriacature da open bar, con 10 dollari bevi tutto ciò che vuoi. Ma come dice il personaggio di una prostituta verso la fine del grande film Non è un paese per vecchi “la birra chiama altra birra”.

Il binge watching funziona perché il consumo forsennato di prodotti visivi ottiene due risultati: lo stordimento con il quale si perde di vista la qualità di quello che si vede, ci si affeziona ai personaggi, ed è più facile propinare prodotti audiovisivi mediocri e semplici da concepire. Non c’è bisogno della visione del mondo di un autore, nè di un movimento di avanguardia. Anzi l’autore scompare, non viene neanche più citato. Sono importanti invece i personaggi e gli interpreti, quei volti a cui devi affezionarti. Il focus è il monopolio della tua attenzione: più ingordo sei, più rimani nella rete, più sei fidelizzato.

I meccanismi di narrazione seriale

I meccanismi di narrazione e produzione seriale ruotano proprio intorno all’obiettivo di tenere il pubblico catturato dallo schermo con sottotrame quasi sempre superflue, che renderebbero “non riuscito” un film cinematografico. Sono storie scritte con delle formule che gli sceneggiatori conoscono bene. Far progredire la storia il meno possibile e dare punti di vista definitivi il più lentamente possibile. In ogni puntata la narrazione vera e propria e lo svelamento dei personaggi è solo un 10, 20%.

Si vuole intrattenere il più a lungo possibile con scene superflue, divagazioni sui protagonisti e storie collaterali che servono poco o nulla per la progressione del racconto e per definire una “visione del mondo” dell’autore. L’autore, che nella maggior parte dei casi, è svanito dai credits. E’ solo un mestierante al servizio di una macchina che fabbrica storie come una catena di montaggio, e rifiuta i punti di vista personali.

L’ubriacatura da binge watching è la moda contemporanea di utilizzo delle piattaforme di streaming commerciali, ispirata dal successo di Youtube. Non mira ad alcun percorso di crescita personale né culturale né di approfondimento. Serie e film in quantità industriali sparate sul video per puro intrattenimento. Film o serie da trovare soprattutto in modo casuale o in base a quello che vogliamo che gli spettatori guardino, con l’algoritmo dei suggerimenti.

Il cineclub dei falsi intellettuali

I cineclub integralisti degli anni 70 costringevano il povero impiegato Fantozzi alla visione consecutiva di film da 50 bobine. Forse erano l’eccesso opposto del binge watching. Ma recuperare il cinema e la sua arte attraverso un criterio di visione non è qualcosa che interessa solo i fanatici intellettualoidi dei cineclub. O gli studenti delle scuole di cinema o delle università, o i cinefili incalliti. Il cinema è l’occhio del ‘900, il cineocchio di Dziga Vertov, e racconta la nostra storia molto meglio dei libri scolastici, con immagini potenti, volti e scenografie memorabili.

È un qualcosa che serve a far crescere la consapevolezza oltre il mondo dei film d’arte. Una conoscenza negata dalla scuola, dalla televisione pubblica, da tutte le istituzioni in generale, perché vista come una nicchia che non porta guadagni, un hobby da pseudo-intellettuali, visioni impegnate e tristi a cui il grande pubblico non è interessato. Un binge watching di film cult è impensabile, per molti.

Diamo ciò che piace

Il grande pubblico sarebbe interessato soprattutto ai talk show, ai reality, alle serie tv o ai film commerciali. E la tv, anche se porta appiccicato sopra lo slogan di “servizio pubblico”, si adegua. Il film d’arte non merita alcuna visibilità se non quella dei palinsesti poco prima dell’alba, per un popolo di nottambuli emarginati, i film d’autore circolano come zombie prima che la società si risvegli e torni alle sue occupazioni quotidiane, alle sue pratiche commerciali. Terminando la serata con un nuovo leggero intrattenimento commerciale.

Da dove arriva questa visione grigia del cinema? Fantozzi ce lo spiega bene. Da quei professoroni accademici che hanno creato un alone di noia e di pesantezza intorno ad un certo tipo di cinema. Deriva dalle università che hanno proposto per decenni la cultura cinematografica come una punizione, peggiore dello studio del greco antico o della matematica algebrica Deriva dalla strumentalizzazione politica dell’arte e dai suoi fanatici intellettuali di partito, dai cineclub militanti. Deriva infine dalla linea editoriale dei grandi network televisivi.

La linea editoriale del binge watching

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Ma la verità è che hanno torto. I film d’arte sono molto più divertenti delle serie tv o dei film commerciali. Scoprire contesti storici, artisti geniali in bilico tra normalità e follia è più divertente del binge watching. Immagini fuori dalla norma molto, ma molto più divertenti e affascinanti dell’ennesima serie in streaming dalle immagini patinate. Visioni di film cult, vecchie e nuove avanguardie che diventano una necessità personale, da una ricerca e da una sete di conoscenza interiore che può essere solo minimamente stimolata dall’esterno.

La TV ha scelto la strada dell’intrattenimento sempre più becero formando generazioni di spettatori pronti a sollazzarsi con la spazzatura musicale dell’ultimo Festival canoro o con il telequiz pre-serale. Fanno parte della stessa marmellata, alla fine vengono presentati anche dallo stesso conduttore televisivo. Ma che dovrebbe fare la TV, potrebbero obiettare in molti, trasmettere la mattina film di avanguardia invece della rubrica di ricette o di Beautiful per le casalinghe?

Il supermercato televisivo

Probabilmente no, ma di certo avrebbe dovuto trovare un equilibrio più sano. Magari far conoscere nel palinsesto mattutino e pomeridiano anche quelle commedie o quei film comici che sono pietre miliari della cultura del Novecento. Magari pagare anche un esperto di cinema per presentare i film e dargli una chiave di lettura, tagliando qualche migliaia di euro dai budget milionari di presentatori o showman televisivi. Che in alcuni casi sono anche personaggi dei quali non si capisce bene quale sia il talento o l’effettiva area di competenza.

Trovare il film di qualità nel supermercato binge watching di una piattaforma di streaming significa non comprendere nulla del contesto in cui quel film è stato realizzato, e non avere gli strumenti per collegare la visione ad altri film. Non avere una visione più ampia dell’arte cinematografica e conoscere i percorsi che ci interessa seguire.

Le istituzioni per ora non hanno ritenuto che il cinema sia una materia culturale allo stesso livello delle lingue, della storia o della matematica. Il cinema è l’occhio del Novecento. Ma per le istituzioni è soprattutto intrattenimento ed evasione. Mai far apparire un critico, uno storico o un mediatore culturale del cinema prima delle 2 di notte: il rischio è la rivolta fantozziana degli impiegati e il crollo dell’audience.

Il sip watching

Vogliamo quindi proporre una nuova pratica di visione, una filosofia di vita e di cinema, un’alternativa al binge watching: il sip watching. Il sip watching non è un’abbuffata, ma va preso a piccole dosi, con lentezza. Non provoca assuefazione, può provocare solo una “dipendenza” positiva. Collegare i film di uno stesso autore, di uno stesso periodo storico o di uno stesso movimento d’avanguardia è essenziale invece per esplorare l’ipertesto della cultura cinematografica e dei suoi generi. E può essere un’attività estremamente divertente e interessante, qualsiasi sia la tesi del canale mainstream di turno, e delle sue schiere di piccoli imitatori che tentano di replicare la loro ricetta di successo sicuro.

Attraverso il sip watching i film si collegano alle altre arti, ai personaggi che li hanno creati e che li hanno prodotti, agli interpreti che vi hanno partecipato, con sentieri a volte più interessanti dei singoli film. I motori di raccomandazione delle piattaforme non sono quindi un qualcosa che può sostituire le idee e la cultura. Il motore di raccomandazione è qualcosa che può andare bene dal punto di vista utilitaristico, se devo cercare dei tutorial di cucina o di marketing, oppure se voglio abbuffarmi e stordirmi con il binge watching e non so come fare.

Il sip watching funziona molto meglio per creare un proprio bagaglio personale, una crescita e una visione completa dell’argomento che ci interessa. Il motore di raccomandazione deve essere nella testa di ognuno di noi. Quando incominciamo a conoscere e ad esplorare un determinato mondo, magari con l’aiuto del nostro pilota automatico.

Adele Resilienza

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